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Insieme contro la violenza di genere, il decalogo della polizia di stato

Tempo di lettura: 5 minuti

Ultimo aggiornamento 25 Novembre, 2023, 06:47:32 di Maurizio Barra

Non è semplice rendersi conto di essere vittima di violenza di genere, soprattutto se si è molto giovani. Perché in diversi casi il maltrattamento può essere sottile e magari arrivare da persone molto vicine. E sono proprio le situazioni più subdole a nascondere i peggiori pericoli. Per questo, la polizia postale – in collaborazione con il portale Skuola.net – ha redatto un decalogo rivolto alle potenziali vittime, ma anche a coloro che quella violenza potrebbero metterla in atto, magari anche con la complicità di chi osserva senza intervenire segnalando l’evento. 

I consigli sono frutto dell’esperienza quotidiana sul campo di Laura Bernardi, responsabile della Sezione violenza di genere del Servizio Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, che insieme alla sua squadra li ha condensati in un video diffuso anche sulle piattaforme social. 

 

I 12 consigli per contrastare la violenza di genere 

  • Non sottovalutare i segnali: la prevenzione è la strategia migliore per difendersi.
  • Uno schiaffo è uno schiaffo, niente lo giustifica.
  • Non isolarti ma tieniti stretti i tuoi amici.
  • Chiediti che fine fanno le tue foto quando chiudi una storia.
  • Se qualcosa ti sembra strano o ti mette a disagio, fidati del tuo istinto. Allontanati e chiedi aiuto.
  • Se ti senti in pericolo o pensi che qualcuno lo sia, chiama immediatamente il 112.
  • Non vergognarti, contatta la Polizia di Stato, noi non ti giudichiamo.
  • Non insultare, né di persona né sui social.
  • Non pensare che il partner sia una “proprietà” e, se non vuole, non toccarlo.
  • Se non ti risponde al telefono è perché non vuole parlarti, accettalo.
  • Non girarti dall’altra parte, un tuo piccolo gesto fa la differenza.
  • Quando ti dice che è finita, è finita! Lascia perdere.

I segnali da non sottovalutare 

Soprattutto le ragazze più giovani, che hanno le prime esperienze d’amore, secondo la dott.ssa Bernardi hanno bisogno di essere guidate nel riconoscere chiari campanelli d’allarme. Magari notando, in una relazione, se l’altro si arrabbia per motivi futili o se ha reazioni eccessive per piccolezze, se vuole controllare il cellulare o gli spostamenti, se tende a imporre divieti o a isolare dagli altri.

“Questi – continua la dott.ssa Bernardi – sono tutti i sintomi del fatto che si tratta sostanzialmente di una “relazione tossica”. Ed è importante considerarli, poiché questi fenomeni spesso seguono un climax ascendente”. Cosa fare, però, quando ci si trova in situazioni simili? “Riuscire a individuare i segnali il prima possibile, e allontanarsi. E poi parlarne: se qualcosa non convince del comportamento dell’altro, parlane con le amiche e con i familiari, con i genitori, con i fratelli, con l’insegnante, con chi vuoi, ma parlane. Perché la rete sociale è quella che può dare la lucidità di capire cosa sta accadendo, dando una mano a uscirne.” 

Dal cattivo comportamento al reato vero e proprio

A volte, peraltro, ciò che manca, specie tra i più giovani, è una reale consapevolezza della gravità di un comportamento, subito o attuato. Spesso si considera “normale” o di poco conto qualcosa che invece ha conseguenze importanti, se non addirittura penali. 

Alcune di queste azioni sono state citate nel decalogo appena visto. Prendiamo, ad esempio, l’insulto. Quante volte si sente parlare di “hater”, o si vedono commenti offensivi sotto i post di qualcuno che si conosce? Ebbene, insultare sui social o in pubblico è un reato vero e proprio: “Insultare qualcuno in un luogo pubblico o sul web e sui social configura il reato di diffamazione”, spiega la Polizia di Stato. Ma questo non vuol dire che si può insultare in privato senza conseguenze: “In privato, anche se l’ingiuria è stata depenalizzata, la reiterazione delle condotte denigratorie può altresì configurare il reato di maltrattamenti”

Nell’era del sexting, poi, la condivisione di immagini intime tra partner è molto comune. Ma espone a rischi non di poco conto. Uno di questi è il revenge porn, che avviene quando “vengono diffuse delle foto, delle immagini o dei video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso della controparte”. Ebbene, è reato anche inviare l’immagine fatta in un momento di intimità con l’ex fidanzata senza che ne sappia nulla, anche se il destinatario è solo un amico a cui si chiede di “non farla vedere a nessuno”: “Chiaramente ne risponde chiunque contribuisce alla diffusione, quindi non solo il primo, diciamo, della catena; anche gli altri sono corresponsabili”, informa la Polizia di Stato. Certo, quando ci si limita a ricevere questo tipo di contenuti il discorso è diverso. Ma, attenzione, perché se il protagonista delle immagini è minorenne potrebbe scattare il reato di detenzione di materiale pedopornografico. Che fare in questi casi? Segnalare subito il fatto alle forze dell’ordine. 

Restando in ambito telematico, anche troppe telefonate indesiderate sono una forma di violenza. In ambito giuridico, addirittura una molestia. “Recare molestia, un disturbo con un numero eccessivo di telefonate, è reato”, afferma la dirigente della Polizia di Stato. Reato che comprende anche “telefonate o messaggi che hanno contenuto semplicemente amoroso, qualora non desiderati”. E quando la situazione sfugge di mano, le molestie possono sfociare persino in atti persecutori, quelli che comunemente conosciamo come stalking: “Messaggi, anche d’amore, o regali, attenzioni di qualunque genere: quando sono continuativi e non sono desiderati, si trasformano in atti di persecuzione o di stalking. Ciò avviene sia se la reiterazione di queste telefonate e questi messaggi ha un contenuto amoroso, sia se ha un contenuto offensivo, denigratorio o addirittura minaccioso. O, ancora se i contenuti sono utilizzati come forma di ricatto”.

E poi, ovviamente, c’è la violenza fisica, da quella esplicitamente sessuale alle percosse e lesioni: “Anche una carezza o un bacio non desiderati sono una violenza sessuale; che, dunque, si configura sempre ogni volta che una persona è costretta contro la propria volontà a subire un qualsiasi atto che abbia una connotazione sessuale”, asserisce la dirigente della Polizia di Stato. Così come quando si pensa “è stato solo uno schiaffo”, uno spintone o altro che “non ha fatto male”, va al contrario immaginato che nulla giustifica il fatto e, quindi, si commette il reato di percosse in assenza di segni visibili. Invece in caso di lividi o graffi o di una qualsiasi conseguenza fisica alla condotta violenta, si parla del reato di lesioni. Cosa si rischia in quest’ultimo caso? Anche il carcere. 

Come chiedere aiuto?

La dottoressa Bernardi, al tempo stesso, sottolinea che per tutti questi casi – soprattutto per lo stalking – esiste un modo per fare prevenzione, ed è la misura dell’ammonimento. Uno strumento a metà tra il “non agire” e lo sporgere una denuncia, cosa questa che ha tempi e costi più impegnativi: “L’ammonimento è un provvedimento amministrativo che viene adottato dal Questore come Autorità di Pubblica Sicurezza. L’istanza è gratuita, non serve l’assistenza legale. Semplicemente ci si presenta in un ufficio di Polizia e si chiede di formalizzare la richiesta”.

“La Polizia di Stato svolge un’attività istruttoria, cioè verifica la fondatezza dell’istanza e, qualora ci siano gli elementi, emette un provvedimento di ammonimento, per cui l’autore delle condotte viene convocato in questura e viene ammonito. Una sorta di cartellino giallo”. A quel punto ci si deve fermare, perché se si va oltre le conseguenze saranno molto più gravi: questo il senso della misura: “Un modo più semplice e più rapido – conclude la dirigente della Polizia di Stato – per farsi aiutare. Perché il messaggio principale che vogliamo dare è questo: fatevi aiutare, non chiudetevi in voi stessi, noi ci siamo”.

 

Questo non è amore, campagna della Polizia di Stato contro la violenza sulle donne Ista/Polizia di Stato

Questo non è amore, campagna della Polizia di Stato contro la violenza sulle donne

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