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L'ultimo tango dell'Argentina, a occhi chiusi

Tempo di lettura: 6 minuti

Ultimo aggiornamento 28 Novembre, 2023, 10:50:23 di Maurizio Barra

I fiori di Jacaranda tingono di lilla i viali di Buenoa Aires. La gigantesca sagoma di Evita Peron vede comporsi sotto i suoi occhi l’ultimo murale di Messi sul palazzo di fronte. I miti cambiano come le utopie. E l’Argentina non balla più il tango. Ora vuole il rock.

Il presidente eletto Javier Milei, a una settimana dal voto, non ha ancora una squadra e ha già cambiato molte idee. 
Ma è corso subito negli Stati Uniti a incontrare Joe Biden, anche se il vero amico è Trump. Con il (forse) futuro ministro all’economia Luis Caputo, che lo accompagna, cerca sponda nel Fondo Monetario Internazionale e tratta nuove condizioni per la situazione critica in cui versa il suo Paese. Ha un debito di 44 miliardi di dollari negoziato cinque anni fa dall’allora presidente Mauricio Macri, ora suo alleato politico. A recuperare i rapporti con il Brasile manda invece la sua cancelliera Diana Mondino (ministra degli Esteri) con una missiva per Lula. Anche i rapporti con la Cina, assicurano, non cambieranno: ma l’asse delle relazioni internazionali argentine ormai è spostato. 

 

Alberi di Jacaranda a Buenos Aires Maria Buono

Alberi di Jacaranda a Buenos Aires

La crisi economica e monetaria

Gli argentini sono ancora sotto choc. Di 45 milioni di abitanti, almeno 15 vivono a Buenos Aires e dintorni. I più diseredati tra i porteños aspettano il treno che, per pochi spiccioli e in sei ore, li scarica sulle spiagge di Mar del Plata. Tutto è fermo, dal ricambio politico a quello amministrativo dettato dallo spoils system. Persino il sindacalismo, che qui è fortissimo, ha sospeso scioperi e bandiere, ha smesso i tamburi. Quelli di Aerolineas Argentinas hanno già fatto sapere che se vuole la privatizzazione Milei dovrà passare sui loro corpi. D’altro canto, con un territorio così vasto, senza un controllo statale delle tariffe, si rischia di isolare gran parte del Paese. Solo i prezzi nei negozi e nei supermercati continuano a salire, i risparmi a diminuire. Come negli ultimi anni. Anche la più sprovveduta delle massaie conosce, più di quella di Dio, la legge del cambio e le altalenanti quotazioni del dollaro blu – quello non ufficiale, eppure pubblicato quotidianamente su giornali e tv. 
Niente di nuovo sotto un sole siccitoso che per mesi ha prosciugato fiumi (persino il Rio Paranà), ha incenerito pascoli e raccolti, ha messo a rischio i vigneti di Malbec e Chardonnay, ha sommato alla crisi monetaria anche quella economica e produttiva. Brucia la Pampa e brucia il peso. Scotta nelle tasche di chi attinge al mercato nero della valuta, nei portafogli gonfi di mazzette ingombranti da mille pesos (l’equivalente di un euro), nelle mani di chi per legge non può comprare più di 200 dollari al mese e metterli da parte. Con una inflazione al 140% l’anno, che polverizza i risparmi più del solleone.

 

Siccità in Argentina Maria Buono

Siccità in Argentina

Le promesse di Milei

“Stiamo cercando la soluzione che generi il minor danno possibile – assicura Milei – non siamo sadici che vogliono far soffrire la gente”. 
Convocherà presto l’assemblea del Congresso per presentare un pacchetto di riforme. Con quali numeri le farà passare, non si sa. Perché i seggi in Parlamento vengono assegnati in base ai risultati del primo turno di ballottaggio che il 22 ottobre premiò il peronista Sergio Massa. Nello scontro epico del 19 novembre, invece, tra il ministro dell’Economia uscente e lo studioso di economia privo di esperienza statale, il Paese ha scelto il salto nel buio, ha preferito il secondo. 
Un coacervo di libertarismo e capitalismo anarcoide che sposa molte tesi negazioniste. “Niente è perduto se hai il coraggio di proclamare che tutto è perduto e devi ricominciare da capo” scriveva Julio Cortázar. E Milei promette di fare piazza pulita con privatizzazioni e dollarizzazione, di radere al suolo la Banca centrale (come nello Zimbabwe) e tagliare con la motosega i costi non solo della casta politica ma anche dei piani sociali e dei sussidi che da anni sostengono quel 40% della popolazione in povertà assoluta. Promette di uscire dal Mercosur (l’unione dei mercati dell’America Latina) e di non entrare nei BRICS (ingresso previsto a gennaio), ma poi ci ripensa e fa marcia indietro. Vuole vendere i gioielli di famiglia. Privatizzare la compagnia petrolifera statale, la YPF. Ma di compratori in vista nemmeno l’ombra. La svenderà agli amici yankee? E con quali accordi sottobanco riuscirà a ratificare la relativa legge in Parlamento? Qui, grazie alle raffinerie, un litro di benzina costa meno di un litro di latte – in un territorio dove ruminano milioni di vacche. Pagherebbero ancora una volta gli argentini. Vuole privatizzare la TV pubblica, in un Paese dove l’informazione è già fortemente orientata, spaccata come il Paese: tra peronismo e antiperonismo. Anche rimettere mano alla legge sull’aborto, ottenuta faticosamente appena un anno fa, pare un’operazione impervia. I diritti civili qui sono indiscutibili: da anni esiste il matrimonio omosessuale, il rispetto di una quota trans nelle assunzioni e lezioni di educazione sessuale nelle scuole che in Italia sembrano fantascienza.

La forza della memoria

L’Argentina non è disposta a fare retromarce nemmeno sui diritti umani. 
In 60mila allo stadio del River Plate inneggiano a Roger Waters che sul tema offre le occasioni migliori: “Milei basura vos sos la dictatura (Milei spazzatura, tu sei la dittatura)” cantano in coro prima di scandire “Nunca mas”, mai più, l’inno delle madri di Plaza de Mayo. 
Milei lancia segnali distensivi ma alcune personalità della sua squadra fanno venire i brividi. I processi contro la dittatura e sui desaparecidos sono ancora in corso ma sullo scranno della vicepresidenza siederà la negazionista Victoria Villaruele, figlia di un militare sostenitore di Videla: non fa differenza tra vittime e carnefici e liquida quel periodo storico come una guerra tra parti rivali. E si busca una reprimenda anche dal presidente uscente Alberto Fernandez, che in una lunga intervista si toglie gli ultimi sassolini dalle scarpe: “Da vicepresidente capirà che il negazionismo è impraticabile in Argentina”, dice: “La società ha ben chiaro come sono andate le cose e che cos’è stato il terrorismo di Stato”. 
Fernandez lascerà la Casa Rosada il 10 dicembre, nell’anniversario della ritrovata democrazia. Quaranta anni fa fu necessaria una guerra contro la Gran Bretagna e la perdita delle Malvinas, le isole Falkland che l’Argentina ancora rivendica, per porre fine a una feroce dittatura. Il passaggio di consegne sarà officiato dall’attuale vice, nonché Presidente del Senato, Cristina Kirchner. Poi il fattore “K” di questa porzione di mondo uscirà di scena, forse per sempre. Vedova di Nestor, e a sua volta poi Presidente della Repubblica, attualmente numero due di Fernandez, inseguita da una scia di inchieste giudiziarie e sfuggita miracolosamente a un attentato, è rimasta nell’ombra nell’ultima campagna elettorale per non ostacolare il percorso di Massa. 
Nel trionfo del liberista di destra Milei in molti hanno letto proprio la sconfitta del suo ventennio di affari e potere, ma anche di una politica a favore delle classi più deboli. 

 

Le altre donne

Ora saranno altre donne ad avanzare sulla scena politica. Prima fra tutte Karina Milei, l’ingombrante sorella del capo, a sua volta “Jefe”. 
Esperta di comunicazione, lei lo ha creato, ne ha gestito l’immagine e la campagna elettorale. A lei spetterà il ruolo di Primera dama. Si racconta che lo aiuti come medium a comunicare con i suoi cani, gli ispiratori, dicono, delle teorie economiche del neopresidente argentino. Ma il mito già si confonde con la realtà. Come la relazione con l’umorista e imitatrice Fatima Florez da molti considerata fasulla. E ci sono già i primi screzi con Patricia Bullrich, insoddisfatta pare dell’incarico che le sarà assegnato: ministro della Seguridad. Appena un mese fa era candidata alla Casa Rosada per conto di Macri, ora impegnato in un’altra campagna elettorale – quella per la presidenza del Boca Junior, la squadra alla quale promette una nuova Bombonera, uno stadio da 100 mila posti a sedere, il più grande del Sudamerica. 

Il dado è tratto

“Dire che l’Argentina è il peggior Paese del mondo – scriveva Ernesto Sabato – in fondo è una forma di nazionalismo”. 
L’Argentina che è stato uno dei Paesi più ricchi, come testimonia la ricercata eleganza dell’architettura dell’epoca; l’Argentina che ha conosciuto l’onta del piano Condor e dei militari, dei desaparecidos lanciati dagli aerei nel Rio della Plata e della lunga epopea delle nonne alla ricerca dei nipoti; l’Argentina che nel 2001 ha reso spazzatura i propri titoli di Stato, quella degli assalti ai supermercati, l’Argentina che metteva le mani nei conti dei risparmiatori per rastrellare dollari e affamava il suo popolo; l’Argentina che nel 2018 stringeva un patto col demonio incatenandosi a vita con un prestito da capogiro col Fondo Monetario internazionale; l’Argentina della corruzione e del populismo, quella delle università gratis per tutti e che in pandemia lasciava le scuole aperte solo per consegnare i pasti ai più poveri. Ebbene quell’Argentina volta le spalle al suo passato e vira a destra mentre i cartoneros continuano a trascinare i loro carretti per le ampie avenidas tirate a lucido della città: raccolgono carta da riciclare per sopravvivere. Le villas sgangherate e coloratissime restano ai bordi di Buenos Aires, senza cloache né acqua corrente. 
Lionel Messi ormai segna i suoi gol per Miami. Le “Cirque du solei” ha allestito uno spettacolo in suo onore in città che fa ancora il tutto esaurito. 
“C’è un 10 in ognuno di noi”, recita uno slogan. Ma a spiccare  sulla maglietta ora c’è il numero 33. 

L’Argentina resta comunque uno dei Paesi più stabili dell’America del Sud e dei Caraibi. La democrazia, costruita con enormi sacrifici, oggi ha basi solide. Ma il dado è tratto. La frattura tra passato e futuro non è rimarginabile. E le incognite sono tante. 
”Per vedere una cosa bisogna comprenderla” diceva Jorge Luis Borges. Riuscirà l’instabile Milei a traghettare il Paese in una nuova era? Il banco di prova è lì che lo attende: tra pochi giorni l’insediamento. 

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