Ultimo aggiornamento 2 Dicembre, 2023, 23:17:03 di Maurizio Barra
Dopo un primo tentativo non riuscito lo scorso anno, è tornato nel continente di ghiaccio con il progetto “Antarctica Unlimited”. Il 20 novembre è salito di nuovo in sella e dall’area di Hercules Inlet ha iniziato ad affrontare in solitaria uno dei luoghi più estremi e inospitali della Terra. Un hotspot satellitare è l’unico strumento per comunicare col resto del mondo e rispondere alle domande che gli abbiamo inviato per posta elettronica.
Dove si trova e quali sono le condizioni che sta affrontando?
Al momento ho superato la soglia dei 100 chilometri percorsi. Il primo obiettivo sarà tentare di raggiungere il Polo Sud, a quota 2.835 metri sul livello del mare e a oltre 1.100 chilometri dal punto di partenza. Da lì proseguirò verso la catena dei Monti Transantartici salendo sul ghiacciaio Leverett e provando infine a rientrare al Polo Sud per un totale di quasi 1.600 chilometri. Finora ho trovato condizioni buone. Purtroppo però negli ultimi giorni si sono alzati fortissimi venti catabatici che mi hanno rallentato.
Perché attraversare l’Antartide in bicicletta?
La scelta di compiere quest’avventura in Antartide, un luogo particolarmente impattato dal riscaldamento globale, è rappresentativa del percorso di sensibilizzazione del progetto “Bike to 1.5°C”. È un progetto che vuole unire la bellezza del mondo, osservato dalla posizione privilegiata della sella della mia bicicletta, per porre l’attenzione sui temi che riguardano gli effetti del cambiamento climatico. Non so quanti chilometri sarò in grado di percorrere in Antartide: questo continente è severo e non perdona. Ma spero che ogni chilometro che riuscirò a fare sia un esempio, piccolo o grande, da cui poter trarre spunto.
Come si è preparato per un’impresa del genere?
Dal punto di vista fisico ho seguito gli allenamenti che svolgo sempre come atleta di Ultracycling, andando a curare maggiormente la parte del tronco, che solitamente è un punto debole dei ciclisti. Muoversi in Antartide in solitaria significa dover spingere e tirare una slitta di oltre 90 kg. Io ne peso poco più di 60 e bisogna essere pronti e preparati ad utilizzare qualunque gruppo muscolare. Il resto è una meticolosa attenzione a ogni dettaglio che riguarda l’attrezzatura e la definizione del piano alimentare specifico e delle scorte che ho scelto di portare con me per sopravvivere oltre 60 giorni nel luogo più inospitale del pianeta.
Come sono organizzate le sue giornate?
Se le condizioni climatiche lo permettono, trascorro tra sei e sette ore in sella, a cui se ne aggiungono due al mattino e alla sera per montare e smontare tutto, fondere la neve, cucinare, verificare che sia tutto in ordine. Poi dedico un’ora circa al lavoro che mi consente di mandare al team di comunicazione aggiornamenti sull’avventura da condividere sui miei canali social. È una parte non meno impegnativa, soprattutto quando arrivi stanco morto, ma documentare un’avventura così incredibile è il sogno di una vita intera.
Come è fatta la bicicletta? Ci sono accorgimenti tecnologici particolari?
La bici è realizzata con un telaio in acciaio, irrobustito per permettere l’ancoraggio della slitta con tutto il materiale necessario alla traversata. Per il resto sono stati scelti i componenti che danno la maggior affidabilità in un luogo così estremo e delicato dal punto di vista della gestione dei materiali. Tutte le parti sono state ingrassate con gli speciali lubrificanti che vengono impiegati in ambito aeronautico e che garantiscono il funzionamento a temperature di esercizio fino a -70°C.
Quali sono le difficoltà principali?
Direi le condizioni meteo avverse e che possono cambiare in maniera repentina. Nessun luogo al mondo, dal nord della Russia all’Alaska, passando per Norvegia, Islanda, Groenlandia e Canada, è lontanamente paragonabile all’Antartide. Ho attraversato tutto il mondo artico, ma niente assomiglia a questo continente.
Una traversata in solitaria è anche una sfida mentale. Quanto pesa essere da solo?
L’aspetto mentale è quello più importante, soprattutto in un luogo come l’Antartide in cui non esistono punti di riferimento, villaggi né presenze umane in grado di offrire un diversivo o un appiglio. Per oltre 60 giorni bisogna essere in grado di bastare a sé stessi sapendo che l’estrema ratio è “alzare bandiera bianca” senza prove di appello temporanee.
Siamo nei giorni della COP28 di Dubai. Quanto è importante tenere alta l’attenzione sui cambiamenti climatici e far sì che le persone siano consapevoli del problema?
Antarctica Unlimited è il progetto più grande ed ambizioso della mia vita. Per l’importanza che l’Antartide riveste nei delicati equilibri del nostro pianeta non potrei mai relazionarmi con questo luogo, il più inaccessibile ed estremo, senza tener conto dei grandi cambiamenti che sta subendo proprio a causa dell’attività dell’essere umano. Questo progetto ha il carattere di divulgazione scientifica perché, in questo periodo storico, ho sentito l’esigenza di qualcosa in grado di raccontare la bellezza e la fragilità del mondo. Non ho la presunzione di parlare di scienza in prima persona, nonostante mi sia rimesso in gioco con un secondo percorso di laurea in materie scientifiche. Proprio per questo nei mesi prima della mia avventura ho tenuto una serie di conferenza virtuali di approfondimento grazie al contributo di esperti e scienziati. Riprenderanno anche dopo. Insomma: vorrei creare una coscienza collettiva, soprattutto nelle nuove generazioni.
Omar Di Felice In bici da solo in Antartide per il clima: l’impresa di Omar Di Felice
