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Lavoratori sfruttati 14 ore al giorno, quattro arresti

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Ultimo aggiornamento 13 Dicembre, 2023, 12:00:15 di Maurizio Barra

“Turni” di lavoro effettivi anche oltre le 14 ore al giorno per sette giorni a settimana, senza alcun riposo, con dormitorio in loco e compensi di molto inferiori ai parametri del contratto collettivo nazionale di categoria. Dipendenti sottomessi, a cui venivano imposte condizioni degradanti e precarie, anche sotto il profilo igienico-sanitario e di sicurezza. È quanto emerso da indagini dei finanzieri del 2° Nucleo Operativo Metropolitano di Bologna, dirette dalla Procura di Bologna, in seguito alle quali sono stati arrestati quattro imprenditori di nazionalità cinese del settore tessile. Si avvalevano di prestanome per la gestione “di fatto” di almeno otto tra ditte individuali e società. Sequestrati beni per oltre dieci milioni, fra i quali quattro opifici, dislocati a Bentivoglio, Granarolo dell’Emilia e Rovigo.

Nell’inchiesta della Guardia di Finanza di Bologna che ha portato all’arresto di quattro imprenditori di nazionalità cinese del settore tessile, accusati di avere sfruttato un centinaio di lavoratori con turni di 14 ore al giorno, sono coinvolti – spiegano le Fiamme Gialle in una nota – anche due italiani, responsabili della produzione di un noto marchio del ‘Pronto moda made in Italy’, con sede nella Bassa bolognese. Hanno ricevuto un divieto di esercitare attività imprenditoriali e di assumere uffici direttivi di imprese operanti nel settore dell’abbigliamento. La stessa società bolognese, che aveva affidato ingenti commesse agli imprenditori arrestati, è stata destinataria di sequestri preventivi per 5 milioni. Agli imprenditori cinesi finiti in carcere (due uomini e due donne, tutti sui 30 anni) sono stati sequestrati, oltre agli opifici dove avveniva l’impiego dei lavoratori stranieri, anche macchinari e mezzi per la lavorazione e il trasporto della merce, oltre a somme di denaro, titoli, auto di lusso (Porsche, Audi e Bmw) e una villa con piscina, per un valore complessivo di oltre 5 milioni.

L’indagine ha permesso di rilevare il ruolo di spicco di una delle imprenditrici arrestate, titolare di una ditta individuale ma, nel tempo, amministratore di fatto di almeno altre cinque attività commerciali intestate a connazionali, di fatto irreperibili. Si trattava di srl la cui operatività non andava oltre la durata media di due anni (cosiddette ‘imprese apri e chiudi’). Ognuna utilizzava, via via, gli stessi capannoni e macchinari, ricorreva ai medesimi commercialisti e ometteva il versamento delle imposte e dei contributi previdenziali e assistenziali. Negli approfondimenti svolti dai finanzieri del 2° Nucleo Operativo Metropolitano di Bologna sono stati scoperti annunci di lavoro in lingua cinese, pubblicati sul web dalla titolare della ditta individuale. Contattata telefonicamente, la donna preannunciava un orario lavorativo di 14 ore al giorno, garantendo anche il pernottamento presso il luogo di lavoro. Si trattava di ‘celle’ all’interno dei capannoni industriali adibite a dormitorio, con parti comuni usate come refettorio e servizi igienici di fortuna. Gli elementi raccolti hanno portato alla luce ripetute violazioni della normativa sull’orario di lavoro e una vera e propria ‘sottomissione’ dei dipendenti, in gran parte cinesi ma anche pachistani, costretti a condizioni lavorative degradanti e precarie, anche sotto l’aspetto igienico-sanitario e della sicurezza. Una cinquantina i lavoratori risultati anche irregolari in Italia. Le misure cautelari sono state firmate dal Gip di Bologna Domenico Truppa, su richiesta del Pm Tommaso Pierini che ha coordinato le indagini della Finanza. Ai vari accessi ispettivi all’interno delle aziende hanno partecipato anche le competenti Polizie Locali, l’Ispettorato del Lavoro e l’Ausl.

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