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I paradossi della Cop28

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Ultimo aggiornamento 14 Dicembre, 2023, 00:40:56 di Maurizio Barra


C’è solo un nobile proposito gridato a gran voce – “abbandonare i combustibili fossili” – con il traguardo del 2035 fissato alla Cop21 di Parigi di 8 anni fa spostato al 2050. Di “storico” c’è che per la prima volta l’obiettivo viene scritto nero su bianco, proprio alla Cop28 di Dubai, nel cuore di quella penisola araba e sunnita che impugna il timone della produzione di petrolio. Il testo fagocita e trasforma in un merito virtuale le aspre critiche della vigilia: affidare proprio ai petrolieri del mondo lo sforzo di pronunciare parole miti sulla messa al bando delle estrazioni. La terza più numerosa delegazione alla Cop28, dopo i padroni di casa e i brasiliani, è quella dei lobbisti del fossile: 2.486 iscritti.  Cifra che porta al secondo, grande paradosso. Queste conferenze diventano, tappa dopo tappa, le vetrine più inquinanti dell’agenda diplomatica mondiale. 80mila delegati, i cieli di Dubai oscurati da più di 300 jet privati, oltre a voli di stato, cortei di auto blu. È il cattivo esempio di chi chiede al mondo di rallentare.

 

Il resto, come detto, sono briciole. L’accordo “invita” e non obbliga a una “transizione”, non ad una conversione, in modo “ordinato e graduato”, fissando ciascuno per sé tappe che potrà spostare nel tempo. Nessuno avrà impegni da mantenere. Chi ritarderà, consentirà agli altri di ritardare.

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