Ultimo aggiornamento 7 Gennaio, 2024, 17:49:13 di Maurizio Barra
Sul viaggio aleggia quando riportato dal Washington Post e cioè i timori dei funzionari dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che sottolineano il rischio che il primo ministro Benjamin Netanyahu possa lanciare una guerra totale contro il gruppo Hezbollah in Libano per stabilizzare la sua posizione interna e salvare la sua traballante carriera politica.
La prima tappa è stata in Turchia e il viaggio culminerà in Israele e nei Territori palestinesi lunedì passando per Grecia, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.
Già ad Istanbul nel faccia a faccia con il suo omologo Hakan Fidan e poi con il presidente Erdogan il sottosegretario ha chiesto al paese della Mezzaluna di assumere un ruolo positivo e attivo nella gestione della Striscia di Gaza, quando il conflitto in corso tra Israele e Hamas sarà terminato. Blinken vuole che il governo turco sia pronto a fare la propria parte, assumere un ruolo attivo nella gestione della Striscia e “allunga la mano alla Turchia”, chiedendo ad Ankara di agire con attori regionali, Iran in primis, per evitare che il conflitto si espanda al Libano.
ansa Blinken in visita politica in Turchia
Ad Amman l’incontro con re Abdullah II con cui ha discusso il problema degli aiuti umanitari per gli abitanti della Striscia di Gaza. Durante un breve discorso tenuto ieri sera sulla pista dell’aeroporto di Creta, prima di imbarcarsi per la Giordania, il segretario ha sottolineato la necessità di garantire che il conflitto non si estenda: “Una delle vere preoccupazioni è il confine tra Israele e Libano e vogliamo fare tutto il possibile per assicurarci che non ci sia una escalation del conflitto”.
Una nota del palazzo reale giordano riporta quanto il re Abdullah ha sottolineato nell’incontro e cioè la necessità di porre fine alla “tragica crisi umanitaria nella Striscia di Gaza”. Ha riaffermato che “la regione non potrà raggiungere la stabilità senza una giusta soluzione alla questione palestinese e senza il raggiungimento di una pace giusta e globale basata sulla soluzione dei due Stati”. Ha inoltre ribadito “il totale rifiuto della Giordania allo sfollamento forzato dei palestinesi” e “i tentativi di separare Gaza dalla Cisgiordania“, due territori che, secondo Re Abdullah, sono parte integrante del futuro Stato palestinese. Il re di Giordania ha denunciato inoltre “atti di violenza commessi da coloni estremisti contro i palestinesi e violazioni dei luoghi santi musulmani e cristiani di Gerusalemme”, avvertendo del pericolo di “un’esplosione della situazione nella regione”.
Il sottosegretario ha visitato ad Amman anche un centro del Programma Alimentare Mondiale per poi volare in Qatar che ha svolto un ruolo di mediazione nella tregua tra Israele e Hamas alla fine di novembre. Concluderà la giornata ad Abu Dhabi, prima di recarsi lunedì in Arabia Saudita, poi in Israele dove si aspetta, per sua stessa ammissione nei giorni scorsi, di avere colloqui che “non saranno facili”.
Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh , ha dichiarato alla vigilia della visita del segretario di Stato Usa che Blinken “dovrebbe concentrarsi sulla strade per porre fine all’occupazione”, poiché la stabilità e la sicurezza non arriveranno “finché il popolo palestinese non avrà ottenuto la libertà”.
Proprio in attesa del numero uno della diplomazia Usa, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha sottoposto ai media e al governo Netanyahu, spaccato sulla questione e che sta affrontato le manifestazioni di piazza che chiedono nuove elezioni, un piano per la gestione di Gaza al termine della guerra. I punti principali del piano presentato da Yoav Gallant sono: controllo militare di Israele della Striscia, un’amministrazione civile palestinese senza nessun ruolo per Hamas, o ciò che ne rimarrà, e una coalizione internazionale a cui affidare la ricostruzione di Gaza sotto la leadership dell’Egitto.
Un compito non facile quello del sottosegretario americano che in questi ultimi mesi sta cercando di ritagliarsi il ruolo che fu di Henry Kissinger per Nixon.
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Chi è Anthony Blinken
Lui su X si definisce: marito, papà, chitarrista molto amatoriale. E 71esimo segretario di Stato. Ed è vero che su Spotify ha potuto vantare due canzoni con la sua band giovanile, ritmi blues e rock.
Blinken, 61 anni, si è spogliato, negli ultimi mesi, dell’immagine che lo vedeva, in politica, noto quale funzionario e consigliere dietro le quinte.
La nuova “versione” del sottosegretario, messa già alla prova dalla risposta alle guerra di invasione russa in Ucraina, è stata riconosciuta anche dagli avversari. “Un sforzo erculeo” ha definito la sua “shuttle diplomacy” il senatore repubblicano Lindsey Graham, sempre molto critico verso i democratici.
Blinken cerca di far leva sulla qualità per il suo ruolo. È un navigato esperto di politica internazionale con un approccio calmo e decisamente sofisticato. È da anni vicinissimo a Biden; e non dà segno di scalpitare per ambizioni e agende personali, quali cariche elettive, che possano provocare malumori interni e rischiare di mettere in difficoltà il presidente. È una ricetta che oggi rende Blinken ascoltato all’estero e affidabile in patria.
Nonostante un profilo molto diverso da quello di predecessori di entrambi i partiti, come per esempio Colin Powell o di Hillary Clinton, Blinken ha alle spalle una lunga carriera nei ranghi della politica internazionale.
È stato responsabile degli speechwriters del Consiglio di sicurezza nazionale sotto Bill Clinton, poi per sei anni alla guida dello staff di Biden quando quest’ultimo era senatore nella Commissione esteri.
È diventato poi consigliere per la sicurezza nazionale di Biden e vice segretario di Stato sotto Barack Obama, per tornare ad essere braccio destro di Biden nella campagna elettorale per la Casa Bianca del 2020.
Di famiglia ebraica e con un patrigno, Samuel Pizar, che era un influente avvocato francese sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, è convinto multilateralista ed europeista.
“Il mondo è più sicuro per gli americani quando abbiamo amici, alleati e partners” e l’Europa è un “partner vitale”.
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