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L'immunoterapia frena la progressione del tumore del fegato

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 20 Gennaio, 2024, 00:21:26 di Maurizio Barra



L’aggiunta del farmaco immunoterapico
durvalumab all’attuale standard di cura (la cosiddetta
chemioembolizzazione) raddoppia il tempo di progressione della
malattia nei pazienti con tumore del fegato. È il dato saliente
dello studio Emerald-1 presentato all’American Society of
Clinical Oncology Gastrointestinal Cancers Symposium a San
Francisco, da Riccardo Lencioni, docente di Diagnostica per
Immagini all’Università di Pisa.


   
Circa il 20-30% dei pazienti con carcinoma epatocellulare, il
più comune tumore del fegato che complessivamente in Italia
colpisce 12.200 persone ogni anno, è eleggibile per la
chemioembolizzazione transarteriosa, una procedura che blocca
l’afflusso di sangue al tumore e permette di somministrare la
chemioterapia o la radioterapia direttamente al fegato. La
maggior parte dei pazienti embolizzati va però incontro a
progressione di malattia o recidiva entro un anno.


   
Lo studio ha confrontato in 616 pazienti con tumore del
fegato non operabile, ma idoneo all’embolizzazione, l’efficacia
dello standard di cura attuale con un protocollo che prevedeva
il trattamento con durvalumab contemporaneamente alla
chemioembolizzazione transarteriosa, seguito da durvalumab con o
senza il farmaco bevacizumab. La sperimentazione ha confermato
la maggiore efficacia del nuovo regime: i pazienti che lo hanno
ricevuto avevano un rischio del 23% più basso di progressione
della malattia o morte, con un tempo trascorso fino alla
progressione della malattia di 15 mesi, rispetto agli 8,2 mesi
curati con la sola chemioembolizzazione.


   
Lo studio “evidenzia il ruolo importante dell’immunoterapia
in combinazione con la chemioembolizzazione quando il tumore è
confinato al fegato e la funzionalità epatica non è
compromessa”, commenta Vincenzo Mazzaferro, direttore della
Chirurgia Oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di
Fegato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Alcuni di
questi pazienti possono raggiungere livelli di risposta tumorale
compatibili con terapie curative come la resezione del tumore o
il trapianto”.


   

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