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Costringe la figlia minorenne a una dieta ferrea, condannata la madre a 1 anno e 4 mesi

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 25 Gennaio, 2024, 16:11:29 di Maurizio Barra

Manteneva la figlia, minorenne, ad un regime alimentare ferreo perché ritenuta “grassa” e “brutta”, un regime tale da non farle mai superare i 47 chili di peso. Questa l’accusa con la quale il Tribunale di Como ha condannato a un anno e quattro mesi di reclusione una mamma di 53 anni, accusata di maltrattamenti in famiglia nei confronti della figlia che all’epoca dei fatti contestati, (era il 2019) aveva16 anni. 

Secondo l’accusa, la mamma si era trasformata in una sorta di arpia che negava il cibo alla figlia minorenne “brutta” e “grassa” perché non aumentasse di peso. Per la difesa, invece, la donna era sì responsabile, ma di troppo amore nei confronti della ragazza. Alla fine, il Tribunale di Como ha sposato la prima ipotesi e ha condannato una donna di 53 anni a un anno e quattro mesi di reclusione, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. La procura ne aveva chiesti 24, di mesi, ma il  giudice monocratico è stato più clemente.

Era il 2019 quando la zia, un medico, nota il disagio della ragazza

Si è chiusa dunque oggi una vicenda che aveva suscitato clamore nel 2019, quando la storia era venuta alla luce. Era stata una zia della ragazza, medico, a notare il disagio persistente nella minorenne e a raccoglierne le confidenze. Senza parlarne con nessuno, era andata diritta in questura. Era così emersa la storia, per certi versi incredibile: poteva cibarsi solo di passati di verdura, carote o vegetali. La ragazza, secondo quanto raccontò lei stessa nell’incidente probatorio, non solo non poteva mangiare, ma era anche vessata dalla madre, che non mancava mai di insultarla con epiteti anche pesanti e di sottolineare ripetutamente quanto fosse “brutta” e “grassa”. Un “trattamento” al quale, però, non ha mai sottoposto l’altro figlio maschio.

Dopo le dichiarazioni in incidente probatorio, la donna era stata allontanata da casa con una misura cautelare. Misura poi revocata alcuni mesi più tardi, grazie anche alla mediazione del marito, che è sempre riuscito a tenere unita la famiglia, stando accanto alla moglie e alla figlia. Secondo la legale della donna, la situazione dopo cinque anni è mutata per cui – ha sostenuto – non avrebbe avuto senso condannarla. L’avvocato ne aveva così chiesto l’assoluzione o, in subordine la riqualificazione del reato come abuso dei mezzi di correzione. “Non è giusto condannare una madre per il troppo amore verso i figli”, ha concluso l’avvocato, che dopo la lettura del dispositivo della sentenza ha annunciato ricorso in appello.

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