Ultimo aggiornamento 25 Gennaio, 2024, 05:47:45 di Maurizio Barra
Un numero, il 174.541, ha marcato
la vita di un ginnasta olimpionico ferrarese. Quello che lo ha
indentificato al campo di sterminio di Auschwitz dove è stato
ucciso nel 1944, deportato sul convoglio n.8 dal campo modenese
di Fossoli.
Prima di allora, la storia di Gino Ravenna, nato a Ferrara il
30 agosto 1889, era stata segnata soprattutto da trionfi
sportivi. In occasione della Giornata della Memoria, la Palestra
Ginnastica Ferrara Asd vuole rendere omaggio all'”unico
olimpionico italiano morto ad Auschwitz”: fu uno dei 29 campioni
incaricati di rappresentare l’Italia nel concorso generale di
ginnastica artistica a squadre ai Giochi Olimpici di Londra
1908, dove gli azzurri ottennero un buon sesto posto.
A ricostruire i fatti, in un documento che appartiene
all’Archivio Storico Palestra Ginnastica Ferrara, è Mirko
Rimessi. Per Gino, come per tantissimi ebrei italiani, la vita
si sconvolse l’8 settembre 1943: “Prima si rifugiò nella
frazione di Albarea, ma l’arresto del figlio Eugenio, detto
‘Gegio’, l’8 ottobre fece precipitare gli eventi – racconta
Rimessi – Dopo aver provato invano di farlo scarcerare, la
famiglia tentò la fuga in Svizzera ma, arrestati a Domodossola,
finirono prima nel carcere di via Piangipane, per poi essere
condotti, l’11 febbraio 1944, al Tempio di via Mazzini 95,
trasformato in campo di concentramento provvisorio per pochi
giorni, in attesa che il nuovo rastrellamento degli ebrei
ferraresi si tramutasse nel trasferimento a Fossoli”.
Poi il viaggio atroce di quattro giorni verso la Polonia. Il
figlio Gegio fu “uno dei soli cinque ebrei ferraresi
sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz, grazie alla
liberazione russa del 27 gennaio 1945”. Secondo la testimonianza
di Eugenio, Gino era riuscito a restargli accanto lavorando per
un mese e mezzo. “Per alcuni giorni rimase nella baracca -
prosegue il racconto di Rimessi – ma al terzo giorno Gegio non
lo trovò più. Un deportato che parlava italiano gli riferì che
da poco Gino era stato prelevato. Prima di lasciare la baracca
gli aveva raccomandato di dire al figlio che lo salutava e di
tener duro. Solo che in quel terzo giorno il camino aveva
ricominciato a fumare”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
