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Jabil: "mercato cresce, azienda resti a Marcianise"

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 26 Gennaio, 2024, 16:46:49 di Maurizio Barra

La multinazionale Usa
dell’elettronica Jabil non deve in alcun modo lasciare il
territorio casertano, già oggetto di un depauperamento
industriale che va avanti da dieci anni. E’ quanto emerso
dall’incontro avuto a Caserta dai rappresentanti sindacali
dell’azienda (Rsu) con i segretari casertani e quelli nazionali
delle sigle dei metalmeccanici Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm. Un
incontro voluto fortemente da tutti i 425 dipendenti dello
stabilimento situato nell’area industriale di Marcianise per
fare il punto su una vertenza che si trascina da anni, da
qualche mese uscita dai riflettori dei media dopo il
prolungamento fino a maggio prossimo della cassa integrazione,
che ha dato un po’ di ossigeno ai lavoratori.

   
Ma con la scadenza della cig, si riaddensano le nubi sul
futuro di un sito produttivo su cui Jabil, denunciano i
sindacati in una nota congiunta, “ha deciso da anni di non
investire, dichiarando da tempo il suo ridimensionamento”; anzi
nell’ultimo piano industriale l’azienda prevede di scendere ad
un organico di 250 dipendenti. Sindacati e lavoratori bollano
poi come “voci ipotetiche e fantasiose quelle corse in questi
mesi sul futuro di Jabil e legate a cessioni a imprenditori
locali”, e ribadiscono che “il futuro di Jabil debba rimanere in
capo alla stessa Jabil”.

   
Anche perché, si osserva, la domanda nel mercato dei
componenti elettronici e microelettronici, di cui si occupa la
Jabil, “cresce di anno in anno in tutti i settori della
manifattura, in cui i finanziamenti pubblici a sostegno dei
progetti di ricerca-sviluppo, della reindustrializzazione dei
prodotti e aggiornamento dei processi produttivi sono cospicui;
per questo siamo convinti che la missione industriale di Jabil
sul territorio si possa confermare e anzi rafforzare anche in un
suo sviluppo occupazionale, visto il trend positivo del
fatturato”. Negli ultimi anni sono oltre 250 i dipendenti che
hanno lasciato la Jabil, la maggior parte con incentivi, e quasi
tutti sono stati riassunti in aziende, come Softlab e Orefice
(pagate dalla stessa Jabil per riassumere i propri addetti), che
avevano firmato in sede istituzionale patti di
reindustrializzazione che però non sono mai partiti o decollati.

   

   

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