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Il narcos Carbone, 'salvato dai jihadisti grazie ai Servizi'

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Ultimo aggiornamento 2 Febbraio, 2024, 00:14:14 di Maurizio Barra

“Sono stato liberato grazie a un accordo, credo con i servizi segreti, un accordo con i jihadisti che mi hanno sequestrato: sono grato all’Italia”. Mostra gratitudine e fornisce ulteriori particolari circa la sua rocambolesca fuga da Dubai, il narcotrafficante internazionale Bruno Carbone, che oggi, a Napoli, davanti ai giudici della settima sezione penale (presidente Marta Di Stefano), ha risposto alle domande del sostituto procuratore Maurizio De Marco e degli avvocati del collegio difensivo nel corso di una udienza del processo che vede sul banco degli imputati il broker Raffaele Imperiale – il boss “dei Van Gogh”, che di recente ha messo a disposizione delle autorità italiane un’isola a Dubai di sua proprietà – e i suoi complici.
    Le autorità italiane si attivarono dopo aver saputo del connazionale in difficoltà, anche se Carbone non è a conoscenza di tutti i particolari che hanno portato alla sua liberazione dalle milizie siriane. Da quanto trapela, è piuttosto verosimile che un accordo ci sia stato, ma con le autorità turche, che poi avrebbero mediato con i jihadisti. E furono infatti i turchi a rendere nota la liberazione nel corso di una conferenza stampa.
    Ripreso di spalle, dalla località segreta dove è detenuto, Carbone – che come Imperiale è un collaboratore di giustizia – ha reso una testimonianza scoppiettante, al pari di quella del suo capo, per il quale organizzava spedizioni di fiumi di cocaina che riusciva a far arrivare in Italia dopo un primo approdo in Olanda. Di recente i carabinieri e la Dda di Napoli gli hanno anche notificato nuove accuse nell’ambito di un’altra indagine sempre riguardante il traffico di droga.
    “Sono stato preso da un gruppo jihadista nel marzo del 2022 e chiuso in una camera dove c’erano una quarantina di persone”, racconta ancora Carbone. “Il 4 novembre 2022 – spiega il narcos – sono stato prelevato e messo davanti a una telecamera con un cartello in mano. Dieci giorni dopo, il 14 novembre, sono stato consegnato a delle persone che mi hanno portato in Italia”. In quella prigione, dice ancora Carbone, ci rimase un suo stretto collaboratore, Anass Zamouri, anche lui catturato insieme con Carbone: “Non so che fine ha fatto, forse è ancora, lì, forse è morto”.
   

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