Ultimo aggiornamento 10 Febbraio, 2024, 22:02:41 di Maurizio Barra
E questo quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato giovedì al Gabinetto di guerra che l’operazione delle Forze di difesa israeliane a Rafah dovrà essere completata entro l’inizio del Ramadan il 10 marzo, dove circa 1 milione e trecentomila persone, la maggior parte delle quali sfollate da altre parti di Gaza, non sanno quale sarà il loro futuro. Una “nakba” senza fine per questo popolo. Alcuni stanno cercando di tornare al Nord oramai ridotto ad un cumulo di macerie ed infatti il capo umanitario delle Nazioni Unite Martin Griffiths ha avvertito: “Non c’è più nessun posto dove andare a Gaza”.
I passeggeri del volo dell’Aeronautica Italiana, che li porta via da tutto questo, pensano al loro futuro anche a quando torneranno nella loro terra. Non vogliono essere profughi, rifugiati, vogliono tornare alle loro case, lì dove sono nati, cresciuti.
I volti dei bambini, dei familiari (tutte donne) ti raccontano paura e sofferenza.
La paura di una divisa per esempio, quella del piccolo di Gaza davanti al medico dell’Aeronautica che lo aveva avvicinato e quando capisce che non è “una divisa cattiva” si apre un sorriso e batte il cinque. Il bambino, 5 anni, ha una larga ferita sulla testa dovuta alle schegge di una bomba caduta sulla sua casa, il fratellino di 8 anni è morto, non c’era un posto dove provare a salvarlo. La zia, che lo accompagna l’unica sua partente in vita, mi mostra la sua foto. E mi ringrazia di essere lì, di parlare con loro, di essere trattati da “persone”.
Laura Aprati Missione in Egitto per il trasferimento di feriti palestinesi
Chiunque si occupi della situazione descrive scenari oltre il limite della tollerabilità: dalla mancanza di cibo e acqua, ai medicinali. Dentro la Striscia, a Rafah principalmente, operano la Mezzaluna Egiziana e UNRWA. Nessuno entra in quella terra. I camion sono fermi in file chilometriche, entrano in pochi. Alcuni vengono rimandati indietro dai militari israeliani, le motivazioni sono di vario genere, spesso minuzie. Anche i diplomatici non posso avvicinarsi e per i giornalisti poi, possiamo dire, è vietato. E d’altra parte tutto ciò che, come immagini, arriva da Gaza è grazie ai pochi reporter, fotografi, tutti palestinesi, che sono rimasti lì o sono ancora vivi.
Ma con chiunque parli hai purtroppo la certezza che la strada sia segnata. La volontà di pochi contro un’umanità dolente che ci chiede aiuto. E noi intanto assistiamo, da lontano, a qualcosa di terribile.
Ce lo dice la piccola a cui è stata amputata una gamba. Non vuole farsi vedere da nessuno. Piange in modo disperato e quel pianto ti entra nel cuore. Accanto la mamma che cerca di tranquillizzarla.
Laura Aprati Pronti a partire dall’Ospedale Italiano de Il Cairo
E poi c’è la piccola che ha bisogno di dialisi e lei è veramente contenta di partire, la vive come una liberazione. E il piccolo che si nasconde quando sente rumori forti che gli riportano alla mente le bombe, anche se la mamma prova a dire “ sono fuori d’artificio è una festa”. Pare che un giorno le abbia risposto: “ma come è che si fanno feste tutti i giorni?”
E poi c’è Achmed, le gambe amputate, piaghe da decubito, che spera, anzi ne è certo, che in Italia tornerà a camminare.
Il volo non è semplice: 4 ore su un C130 per i più piccoli non è facile. Dopo il decollo, nonostante il grande rumore, iniziano a muoversi nella carlinga come nella pancia di una balena. Una piccola invece piange disperata tra le braccia della mamma che prova a placarla con un peluche rosa, ma tutto l’equipaggio è pronto a giocarci, si capiscono a gesti e c’è tanta intensità negli abbracci, nei gesti, negli sguardi. Il cardiologo dell’Aeronautica svuota le tasche della divisa e arrivano le caramelle per la gioia di tutti.
Laura Aprati Bambini in volo guardando il cielo
Un problema per le mamme è andare in bagno. Il C 130 ha una toilette molto spartana e solo una tenda la divide dal resto. Loro arrivano lì davanti la guardano e rimangono interdette. Ed ecco pronta la traduttrice e Chiara dell’Unità di crisi che le tranquillizzano, spiegano come funziona e sono lì a tenere la tenda per farle sentire sicure.
E c’è grande attenzione per i feriti più complessi e Ilaria, infermiera del Gaslini, medica le piaghe da ustioni di uno dei pazienti, lo sistema, lo copre, gli tiene la mano. E lui si affida a lei senza remore.
Laura Aprati Egitto, trasferimento di feriti palestinesi da Il Cairo
I 25 accompagnatori sono in netta maggioranza donne ed è su di loro che grava anche il costo di questa guerra. Degli oltre 27 mila morti in questi quattro mesi di guerra sono oltre 8000 e i bambini oltre 12mila. Dati che dicono molto, dicono che in molte si sono prese in carico anche le famiglie di altri familiari, che si sono dovute districare per sopravvivere, che sotto il fuoco sono uscite di casa per un po’ di acqua o cibo o come una dottoressa dell’ospedale Nasser che rischia la vita per raccogliere un ferito. Che adesso lasciano la loro terra per dare una speranza ai propri figli, nipoti. Che sono intimidite ma forti. Che hanno paura ma sono pronte a lottare. Che salgono sull’aereo con tutto quello che riescono a portarsi dietro dentro una valigia. Che guardano dall’oblò questa nuova terra che le accoglierà. Una luce in lontananza.
Laura Aprati Dall’oblò dell’areo guardando al futuro
