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L'universo di Mark Rohtko alla Fondation Vuitton

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 12 Febbraio, 2024, 01:56:47 di Maurizio Barra

(di Elisabetta Stefanelli)
È un viaggio dentro l’opera e dentro
l’anima di Mark Rothko, la straordinaria retrospettiva, la più
grande mai realizzata in Francia, che sarà visitabile fino al 2
aprile alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi. È vedere in 115
opere tutte le sfumature della sua personalità, la ricerca della
forma e del colore, ma soprattutto la ricerca di un equilibrio
interiore mai trovato, fino al tragico epilogo. Sono opere che
raccontano il primo periodo dell’artista, quando le immagini non
avevano ceduto ancora completamente il passo al colore, ma gli
influssi della ricerca e degli artisti del suo tempo,
affioravano dal pennello. E allora consapevolmente e
inconsapevolmente ecco che dai – già bellissimi – quadri della
giovinezza europea, intravedere le forme e lo spirito del
surrealismo e Salvador Dalì, del cubismo e di Picasso, di
Matisse e di qualche cupezza trascendentale di Chagall. La prima
retrospettiva in Francia dedicata a Mark Rothko (1903-1970) è
stata quella del Museo d’Arte Moderna della Città di Parigi nel
1999, ma questa è decisamente la più esaustiva con opere
provenienti dalle più grandi collezioni istituzionali e private
internazionali, in particolare la National Gallery of Art di
Washington, la Tate di Londra, il Phillips Collezione così come
la famiglia dell’artista. Attraversa completamente tutti gli
spazi
della Fondazione, un palazzo di vetro e acqua immerso nel bosco
a vele spiegate come una barca, da un progetto dell’architetto
americano Frank Gehry, seguendo un percorso cronologico, ne
ripercorre l’intera vita dell’artista dai primi dipinti
figurativi. Si parte quindi dai dipinti ad olio dei primi anni
Trenta, quando il giovane Rothko, nato Markus Yakovlevich
Rothkowitz, era già venuto via dalla Russia insieme a tutta la
sua famiglia di origini ebraiche per trasferirsi a New York,
dove trovò volontariamente la morte il 25 febbraio del 1970.

   
Scene intime e periferie urbane dai colori cupi, come le scene
della metropolitana, che fanno tanto pensare al nostro Mario
Sironi. La realtà cede presto il passo ad un espressionismo
drammatico, in cui si specchia la condizione bellica. Ma è dal
1946 che Rothko vira decisamente e definitavemente verso
l’astrazione, con una prima fase detta del
Multiforme, che poi si traduce nella sua tipica essenzialità dei
‘classici’ degli anni ’50 dove forme rettangolari si
sovrappongono seguendo un ritmo
binario o ternario. Prima nel segno del colore da cui traspare
contemporaneamente l’universo della natura e delle emozioni in
un unico segno, poi via via più cupe fino all’abisso del nero
che inghiotte tutto il resto. Nel 1958 Rothko ricevette
l’incarico di realizzare una serie di murali per il ristorante
Four Seasons progettato da Philip Johnson per il Seagram
Building – incluso Ludwig Mies van der Rohe guida la costruzione
a New York. Rothko alla fine rinuncia a consegnare l’ordine e
conserva l’intera serie. Undici anni dopo, nel 1969, l’artista
donò nove dei suoi dipinti alla Tate. Questi dipinti, che si
distinguono dai precedenti per le loro tonalità rosso intenso,
costituiscono una stanza dedicata esclusivamente al suo lavoro
all’interno delle collezioni, ed il set è presentato
eccezionalmente in mostra. Inoltre la mostra è arricchita anche
dalla presentazione filologica della prima “Rothko Room” che nel
1960 la Collezione Phillips dedica al pittore una sala
permanente. Assolutamente unica e imperdibile.

   

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