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La parola della settimana è "dolore (seconda parte)" di Massimo Sebastiani

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 18 Febbraio, 2024, 13:00:54 di Maurizio Barra

Fisico o mentale che sia, il dolore è legato al sentire: sentiamo, patiamo. E’ a partire da questo che abbiamo provato a nobilitare o a ignorare il dolore: la bellezza della sofferenza (o la sofferenza che regala bellezza) da un lato e dall’altra parte il ‘nessun dolore’: non sento niente, credi di avermi colpito ma in realtà non mi hai fatto nulla perché non sento nulla.

Come spesso accade, i greci, con una semplice secca espressione, avevano già detto tutto: pathei mathos, la sapienza viene dal dolore. Qui siamo proprio all’origine della nostra cultura e quindi del pensiero occidentale che sarà poi innervato, vivificato, forse geneticamente modificato dal cristianesimo.

La frase è contenuta nell’Agamennone di Eschilo: ‘A Zeus – recita il coro nella tragedia – che ha avviato i mortali a essere saggi, che ha posto come valida legge ‘saggezza attraverso la sofferenza’. Anche nel sonno stilla davanti al cuore un’angoscia memore di dolori: anche a chi non vuole arriva saggezza’.

In realtà non è proprio l’inizio della cultura e della mentalità greca: siamo nel quinto secolo avanti Cristo e questa è già una svolta, un passaggio dall’idea che la sofferenza fosse la conseguenza dell’invidia e dell’ira degli dei a quella secondo cui è all’origine della conoscenza profonda di se stessi e dunque della saggezza. Tutta la grande letteratura occidentale si lega a questo, per esempio nelle Memorie del sottosuolo di Dostevskij si legge: «io sono convinto che l’uomo non rinuncerà mai alla vera, autentica sofferenza… Giacché la sofferenza è la vera origine della coscienza… In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cos’è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos’è meglio?».

Il romanzo di formazione di maggiore successo di questo secolo, Un giorno questo dolore ti sarà utile, pubblicato nel 2007 da Peter Cameron, scrittore americano oggi sessantenne, riprende un motto di Ovidio: ‘Sopporta e resisti, un giorno questo dolore ti sarà utile’ è uno dei versi contenuti in una poesia degli Amori di Ovidio. E’ insomma l’idea che la medicina amara fa bene e guarisce.

Il filosofo Michel Onfray, che abbiamo già incrociato in questi podcast dedicati alle parole e che è nemico della filosofia accademica, tanto da aver fondato una università popolare che ospita corsi di filosofia per tutti, e avversa dunque il mainstream filosofico, ha scritto una Controstoria della filosofia in diversi volumi per sottrarre il pensiero ad una storia scritta, come lui dice, dai vincitori. Nel primo di questi libri, Le saggezze antiche, dedica un paragrafo del capitolo su Epicuro, a quello che definisce il ‘buon uso del dolore’.

 

Bene e male non esistono, per Epicuro, spiega Onfray, si può parlare solo di buono e cattivo. Il buono è l’assenza di sofferenza o la sua soppressione. E la sofferenza non ha una ragione, cioè un fondamento, in una colpa che si dovrebbe espiare: è piuttosto una condizione esistenziale che andrebbe eradicata. Se si ha fame, si mangia; se si ha sete, si beve. Epicuro, sottolinea Onfray, è perfettamente consapevole che non è sempre così semplice ma anche nei dolori più intensi e complessi, la dinamica è sempre la stessa e, traducendo a modo suo Epicuro, Onfray usa il termine ‘informazione’ per spiegare il rapporto tra il corpo e la mente attraverso il dolore.

Il sentire, che è il territorio del dolore, è in questo caso, spiega Massimo Arcangeli in Le magnifiche 100-Dizionario delle parole immateriali, una comunicazione finalizzata all’azione, il famoso campanello d’allarme, ‘e rompe un’indifferenza e un’insensibilità’. Per questo il dolore è indispensabile alla nostra sopravvivenza. Come insegna la psicoterapia, il dolore più che essere superato, deve essere metabolizzato, digerito e per così dire usato bene. La ferita, come ha detto una psico-star del web Luca Mazzucchelli citando, forse inconsapevolmente, Leonard Cohen, deve essere trasformata in una feritoia, cioè i qualcosa da cui passa la luce e da cui possiamo vedere un sentiero nuovo, una strada, un passaggio che ci porti oltre il dolore. Magari fino a non sentirne più alcuno.

 

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