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Von der Leyen in campo, 'l'ultradestra distrugge l'Ue'

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Ultimo aggiornamento 20 Febbraio, 2024, 03:18:30 di Maurizio Barra

 Ursula von der Leyen sarà il candidato dei Popolari per la presidenza della Commissione Ue. L’annuncio era atteso, previsto, studiato nei minimi dettagli.
Ad una manciata d’ore dalla scadenza dei termini previsti dal Ppe, la numero uno dell’esecutivo europeo ha comunicato la volontà di correre per il bis al suo partito nazionale, la Cdu.

E da Berlino ha dato il là alla sua campagna elettorale. Meno Green Deal, più attenzione alla competitività e un assioma che attraverserà la primavera: “L’ultradestra vuole distruggere l’Europa”.
Quella di von der Leyen sembra una ricandidatura ma non lo è.

Nel 2019 lo Spitzenkandidaten del Ppe era l’attuale presidente e capogruppo dei Popolari, Manfred Weber. Il nome Ursula emerse solo al Consiglio europeo successivo al voto e fu un jolly che ebbe in Angela Merkel il suo deus ex machina e in Emmanuel Macron la sponda decisiva. Questa volta l’ex ministra della Difesa tedesca, nata a Ixelles e cresciuta a pane e Europa, dovrà scendere personalmente in campo. Trovandosi nella delicata gestione del suo duplice ruolo: presidente della Commissione che rappresenta l’interesse generale e candidata del Ppe. Molto dipenderà dai risultati del voto del 6-9 giugno ma, al momento, von der Leyen non sembra avere avversari: l’unico altro Spitzenkandidaten annunciato è quello dei socialisti. Risponde al nome del lussemburghese Nicolas Schmit, attuale commissario al Lavoro e ad una scelta che a Bruxelles in tanti hanno visto come un implicito appoggio alla presidente uscente.

La battaglia politica, infatti, non sarà tanto tra Ppe e socialisti ma in primo luogo quella tra europeisti e partiti anti-Ue. L’ascesa delle destre e dei sovranisti è una costante degli ultimi sondaggi e potrebbe scombussolare i finora solidi equilibri del potere comunitario, basato sulla triade popolari-socialisti-liberali. Non a caso, von der Leyen ha messo subito in chiaro un punto: “La cosa più importante è la democrazia, lo Stato di diritto e la pace che abbiamo costruito insieme”, e “il compito di questa campagna elettorale” è “chiarirlo ai nostri avversari, cioè Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Wilders o di altre forze estreme. Loro vogliono distruggere l’Europa”, ha scandito in conferenza stampa da Berlino.

I nomi citati da von der Leyen non sono causali. Nel Ppe il trend è quello di dialogare con una parte delle destre ed escluderne un’altra, sulla base di tre condizioni che Weber ripete da settimane: essere filo-Ue, filo-Ucraina e a favore dello Stato di diritto. L’obiettivo quindi è carpire l’appoggio delle destre considerati più dialoganti, a cominciare da FdI di Giorgia Meloni. Su di lei von der Leyen ha puntato da tempo per blindare la sua conferma, con risultati finora positivi. Tra i 27 l’attuale presidente parte in grande vantaggio. Berlino, sebbene sia guidata da un cancelliere socialista, ha già assicurato il suo appoggio.

La Spagna di Pedro Sanchez non sarà da meno mentre Macron, incassando l’accelerazione dell’Ue sulla difesa europea, ha avuto il suo tornaconto. A von der Leyen serve la maggioranza qualificata dei 26 e probabilmente, la otterrà. Diverso è il discorso all’Eurocamera, dove la maggioranza Ppe-S&D-Renew rischia di essere troppo risicata per dormire sonni tranquilli. Servirà l’appoggio di una parte delle destre o, in alternativa, dei Verdi. Ma è alle prime che il Ppe guarda da tempo. In questo senso nei popolari si guarda con attenzione all’evoluzione del gruppo dei Conservatori e Riformisti, dove siede FdI. E l’ipotesi di un ingresso di Fidesz, annunciata dallo stesso Viktor Orban, complicherebbe di molto il dialogo di Meloni con il centrodestra moderato.

Von der Leyen chiuderà il mandato con due azioni che saranno pilastri dei prossimi 5 anni: la difesa europea e lo sprint alla competitività di un continente assediato dalle guerre, fiaccato dall’aggressività commerciale della Cina e intimorito dal ritorno di Donald Trump negli Usa. Il Green Deal resterà una priorità ma, come già ha dimostrato con gli agricoltori, von der Leyen ne attenuerà la spinta. E poi c’è sempre la variabile emergenze, che ha segnato il primo mandato di Ursula, che si è trovata a fronteggiare prima il Covid e poi la guerra in Ucraina. 

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