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Natalità, una culla su tre è rimasta vuota dopo il Covid. Nel 2023 solo 380mila nuovi nati

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Ultimo aggiornamento 23 Febbraio, 2024, 13:06:49 di Maurizio Barra

A marzo Istat annuncerà un nuovo minimo storico della natalità, raggiunto dall’Italia dopo l’Unità. I demografi ne sono certi, il 2023 si chiuderà con un dato consolidato di circa 380mila nuovi nati sul territorio nazionale, in ulteriore calo rispetto alle 393mila nuove culle del 2022. E’ partito ancora una volta dall’inesorabilità dei numeri il dibattito nel corso della prima tappa degli Stati Generali della Natalità, un tour che ha preso il via da Bologna per poi concludersi il prossimo 10-12 maggio a Roma. Hanno illustrato i dati i demografi Alessandro Rosina e Gianluigi Bovini nella prima parte della mattinata di lavori a cui hanno preso parte anche la ministra per la Famiglia e la Natalità, Eugenia Maria Roccella, e il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei.

Passando in rassegna le statistiche, a fare impressione sono soprattutto i dati degli ultimi anni post pandemia durante i quali a “svuotarsi” è stata una culla su tre: dal 2020 al 2022 abbiamo perso un nuovo nato su tre (-29,3%) rispetto al triennio 2008-2010, l’ultimo in cui si è registrata a livello nazionale una relativamente elevata natalità rispetto ad oggi. E il calo, ha sottolineato il professor Bovini, è stato uniforme praticamente ovunque da Nord a Sud, con l’unica eccezione del Trentino Alto Adige (-14,8%) che sembra aver tenuto più di altri territori. La flessione delle nascite è stata trasversale a livello nazionale: ha pesato particolarmente in Valle d’Aosta (-40,4%) e in Sardegna (-40,4%) oppure nelle Marche (-36,2%), superando il trend medio nazionale anche in Lombardia e in Lazio (-32,9%), ma anche in alcune regioni meridionali come in Puglia (-30,2%).

IL CALO DELLE CULLE POST PANDEMIA

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«La demografia – ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi – è la nostra radiografia, ci fa capire chi siamo e chi stiamo diventando. Quello della denatalità è un problema decisivo, che richiede di affrontare diversi problemi: dalla casa all’assistenza agli anziani, fino alla questione femminile. La complessità del problema è evidente, ma è possibile fare qualcosa». Con queste parole il presidente della Cei ha sottolineato l’importanza di iniziative come gli Stati generali della Natalità perché aiutano a comprendere meglio il problema, facendo sedere allo stesso tavolo i rappresentanti di tutte le istituzioni, nazionali e locali, quest’anno anche attraversando il paese con diverse tappe fino a dicembre. “Dal confronto emerge che siamo tutti troppo d’accordo, ma perché questa convinzione non si traduce in priorità?», si è chiesto il cardinale. «Se lo siamo davvero tutti d’accordo – ha aggiunto – questo si deve tradurre in una prassi comune. Purtroppo, invece, c’è una polarizzazione e una strumentalizzazione su tutto, mentre alcuni temi umanitari non dovrebbero diventare temi politici. Per favorire la natalità serve un piano che dia fiducia e speranza di trasmettere la vita».

Allo stesso tavolo la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Maria Roccella, ha ricordato gli ultimi provvedimenti approvati dal Governo per sostenere le famiglie, che – in base ai dati diffusi di recente dall’Ufficio parlamentare di Bilancio – impegnano complessivamente 16 miliardi di euro per il 2024. «Dobbiamo agire – ha detto la ministra – attraverso la leva economica, e lo stiamo facendo attraverso misure classiche che sostengono la famiglia e misure che incoraggiano la conciliazione lavoro vita». La Roccella ha voluto anche ricordare una lettura trasversale, che spesso viene fatta dagli studiosi, delle statistiche demografiche: «La denatalità è una problematica del benessere, è una malattia dei paesi sviluppati, non dei paesi poveri, per questo spesso viene definita come un “paradosso demografico”. E’ necessario intervenire a livello individuale e culturale, sostenendo la liberta dei giovani di realizzarsi, anche come genitori, attuando certe politiche del benessere che altrove sono state capaci di invertire questa tendenza».

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