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Papà ucciso a martellate, figlio condannato: «Sono pentito»

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 7 Marzo, 2024, 03:21:22 di Maurizio Barra

Aveva colpito a morte il padre Enrico, massacrandolo a martellate in corso Bramante il 29 aprile 2023. Il genitore, 71 anni, sarebbe poi morto il 2 luglio. E oggi è arrivata la condanna per Raffaele Sergi, 45enne informatico: 12 anni di carcere più 3 di libertà vigilata (il pm ne aveva chiesti 16) in Corte d’assise. «Sono pentito, voglio iscrivermi all’università», ha detto l’informatico.

«Sono pentito»
Maglione di lana, jeans, occhiali da vista, in mano una bottiglietta d’acqua che ogni tanto apre per dissetarsi, Raffaele Sergi si presenta all’udienza in Corte d’Assise presieduta da Alessandra Salvatori e dichiara spontaneamente: «Sono pentito per quello che ho fatto. Vivevo in uno stato psico-fisico assurdo per la situazione di mio papà e ora voglio iscrivermi all’università per cercare di uscire dall’abisso in cui sono finito. E vorrei anche essere d’aiuto se un giorno incontrerò un altro che ha fatto quello che ho fatto io». Cioè uccidere il 71enne padre, malato di Alzheimer, al ritorno da una passeggiata. Con una mazzetta da muratore trovata nell’isola ecologica nel cortile di corso Bramante 62. Dopo il fatto, Raffaele Sergi era andato a lavarsi le mani nei giardini, poi aveva fatto a piedi via Nizza per consegnarsi alla polizia. «Credo che stiate cercando me», aveva detto agli agenti che l’avevano rintracciato durante il cammino. Assistito dagli avvocati Fulvio Violo e Roberta Rossetti, l’informatico è finito alla sbarra per omicidio volontario.

La sentenza
Dopo l’omicidio, Raffaele Sergi aveva confessato tutto ai magistrati, raccontando per filo e per segno com’erano andate le cose. «Lo so, ho fatto una cazzata», le sue parole. Fabiola d’Errico, pubblico ministero, ha chiesto 16 anni riconoscendo a Sergi l’attenuante dell’articolo 89 del Codice penale, cioè la semi-infermità mentale. Per la difesa del 45enne, quella di corso Bramante era una tragedia annunciata. «Una bomba che poteva esplodere in qualsiasi momento – così l’avvocato Rossetti – in una famiglia che non aveva alcun tipo di aiuto. Faceva tutto la madre che non voleva badanti a casa». La difesa ha ripercorso anche la storia della famiglia, con papà (anche lui informatico) e mamma (professoressa) arrivati dalla Sicilia negli anni ‘70. Negli ultimi tempi, Enrico si era ammalato ed era diventato anche violento. Sia con la moglie, sia col figlio. Quel figlio che poi, una mattina di aprile, lo avrebbe ucciso.

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