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Dossieraggio, Cantone: «Striano ha scaricato oltre 33mila file». Tajani: «Bisogna capire qual è la cupola»

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Ultimo aggiornamento 8 Marzo, 2024, 15:26:46 di Maurizio Barra

Altri accessi abusivi alle banche dati sono avvenuti nonostante l’inchiesta di Perugia, con nuovi spioni che alimentano il mercato delle “Segnalazioni di operazioni sospette” anche dopo l’indagine aperta sul finanziere Pasquale Striano. In commissione parlamentare Antimafia il procuratore Raffaele Cantone, titolare dell’ufficio umbro, ha svelato la portata di un’indagine ben più ampia e ha elencato i numeri di una mole che ha definito «mostruosa» ed «inquietante»: una sorta di «verminaio».

Cantone: «Dieci mila gli accessi, ci sono stati altri spioni»

A partire dagli accessi del tenente Pasquale Striano, l’uomo al centro dell’inchiesta sui presunti dossieraggi, che in quasi quattro anni all’interno della banca dati Siva ha consultato 4.124 ’Sos’, digitando il nominativo di 1.531 persone: considerato il resto delle consultazioni alle altre banche dati, si arriva ad oltre diecimila accessi, ma il «numero è destinato a crescere ulteriormente in modo significativo». I download sono persino il triplo: il finanziere ha scaricato 33.528 file dai sistemi della direzione nazionale Antimafia, per la quale prestava servizio. E con queste cifre Cantone ha ammesso i suoi timori: «che fine hanno fatto gli atti prelevati? Quante di queste informazioni possono essere utili anche ai servizi segreti stranieri?».

Tajani: sui dossieraggi bisogna capire qual è la cupola

Intervenuto a Mattino 5, il vicepremier e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani ha commentato quanto è accaduto. «Non credo che sia un sottufficiale della Finanza il regista di tutta questa operazione di dossieraggio – ha affermato -. Forse è stato utilizzato da qualcuno da cui riceveva ordini. Bisogna capire qual è la Cupola: una persona, un gruppo, per quali fini? Pasquale Striano lavorava a contatto stretto con l’antimafia, con l’ex procuratore Cafiero de Raho, ha seguito per lui tante indagini. Bisogna capire chi gli dava gli ordini e a che fine venivano utilizzate informazioni sensibili. Se erano finalizzate a fare un regalo alla stampa forse anche, oppure potevano essere utilizzate da servizi stranieri?».

Meloni: «Dossieraggio metodo che si utilizza nei regimi»

La vicenda del presunto dossieraggio «è molto brutta, semplice da spiegare: alcuni funzionari dello Stato accedono a banche dati con dati sensibili, utilizzate per combattere la mafia, che servono per mandare dossier ai giornali, come a Di Benedetti, per lanciare campagne di fango su politici ritenuti avversari». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni, ospite di “Dritto e rovescio”, su Rete 4. «Sono metodi che si usano nei regimi, è una cosa gravissima, penso più ampi di quanto stiamo vedendo. Dobbiamo sapere per quali interessi sia fatto» ha aggiunto. «Si deve andare fino in fondo, serve di capire chi sono i mandanti, conoscerne nome e cognome» e «sorprende che qualcuno difenda quanto è accaduto trincerandosi dietro la libertà di stampa», conclude.

Renzi: primo dossieraggio per far saltare il popolo della Leopolda

«In molti hanno fatto di tutto perché la Leopolda non ci fosse più. I nostri avversari hanno attaccato la Leopolda eleggendola a simbolo di cattiva politica. I nostri ex compagni di strada hanno chiesto più volte di non fare la Leopolda forse per invidia. E talvolta (sbagliando) li ho pure ascoltati. I nostri pm di fiducia hanno messo nel mirino la Leopolda indagando sulla fondazione Open e oggi possiamo dire a voce alta – dopo le sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale – che noi abbiamo rispettato tutte le leggi, i pm invece no». Così l’ex premier Matteo Renzi nella sua e-news. «Non c’è nulla di strano nel pensare che il primo dossieraggio dei tanti di cui si parla in queste ore fu organizzato proprio per far saltare il popolo della Leopolda. Hanno cercato di zittirci in tanti modi. Ma quello che deve essere chiaro è che non riusciranno mai a farci tacere. Perché la forza delle idee è più forte dell’odio e dell’invidia», conclude Renzi.

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