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Bambina ucraina rapita, "lezioni forzate di storia russa"

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Ultimo aggiornamento 13 Marzo, 2024, 10:52:11 di Maurizio Barra

STRASBURGO – “Mi hanno costretta a cantare l’inno russo ogni mattina e minacciata ogni qual volta parlassi in ucraino”: Valeria H., minorenne ucraina che per 4 mesi ha vissuto in un istituto per minori in Russia, a Belgorod, racconta all’ANSA la sua esperienza. La ragazza sarà ospite d’onore, assieme alla madre mercoledì mattina alla plenaria dell’Eurocamera, durante il dibattito proprio sui rapimenti forzati di minori ucraini da parte di autorità della Federazione Russa. Stabilire oggi il numero esatto di bambini ucraini deportati in Russia è molto difficile, inizialmente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva parlato di circa 200.000 minori rapiti. Nei mesi successivi alcune organizzazioni internazionali si sono interessate al fenomeno riducendo le cifre che però rimango ben oltre le decine di migliaia. Il caso di Valeria H. è emblematico: all’epoca quattordicenne e originaria di Severodonetsk, la ragazza era rimasta isolata dalla sua famiglia poiché il giorno dello scoppio delle ostilità si trovava in visita dalla nonna in provincia di Lugansk. “Sin dal loro arrivo gli occupanti ci hanno reso la vita complicata, i nostri passaporti non erano più validi, era pericoloso uscire, ho vissuto così per quasi un anno poi ho deciso di andarmene”, spiega la ragazza. Nel tentativo di tornare in Ucraina senza attraversare la linea del fronte, Valeria accetta di andare in un istituto scolastico in Russia con la promessa di poter continuare i suoi studi ma trova lezioni forzate di storia russa, intimidazioni e minacce di essere processata da una corte militare come spia se avesse provato a chiamare a casa. Solo grazie all’aiuto di un’organizzazione internazionale attivata dalla madre, Valeria riesce a tornare in Ucraina dopo due tentativi falliti in cui è stata riportata a forza in istituto. Sulle vie di fuga la ragazza, oggi una fiera diciassettenne che indossa al collo il tridente ucraino, mantiene riservatezza “per proteggere chi ancora oggi deve scappare”, spiega sostenuta dal suo avvocato. Esiste infatti una rete di organizzazioni umanitarie portata avanti da contatti social cifrati e passaparola che aiutano questi ragazzi a varcare i confini russi per le vie più complesse e tornare a casa. E Valeria H. è venuta a Strasburgo anche per questo: “Non so se posso essere un esempio”, dice commossa, “ma io ce l’ho fatta a altri ancora sono la, e c’è bisogno che nessuno se lo dimentichi”.

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