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I genitori di Regeni: “Meloni? No comment, in Italia c’è separazione dei poteri, a differenza di quello che succede nei regimi”

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Ultimo aggiornamento 18 Marzo, 2024, 22:44:07 di Maurizio Barra

ROMA. Giulio Regeni è stato vittima di una vera e propria “ragnatela” che gli imputati hanno stretto attorno al ricercatore friulano tra il settembre del 2015 ed il 25 gennaio del 2016. Una «ragnatela creata sia attraverso l’acquisizione del passaporto, a sua insaputa, perquisizioni in casa in sua assenza, pedinamenti, fotografie e video, sia attraverso le persone ‘amiche’ che Regeni frequentava e che riferivano, in tempo reale, ai quattro, dei loro incontri con l’italiano».

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È la ricostruzione di quanto avvenuto 8 anni fa al Cairo fornita dalla Procura di Roma nel processo a carico degli 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato e ucciso il giovane italiano credendolo una spia inglese. Su quanto avvenuto in quei drammatici 9 giorni di sequestro arrivano anche le parole della Corte d’Assise, che nell’ordinanza con cui ha respinto le eccezioni avanzate dai difensori non usa mezzi termini.

Gli imputati, scrivono i giudici, hanno messo in atto una «brutale e gratuita violenza fisica» causando a Regeni «sofferenze corporali personali che non possono che avere prodotto, per la loro imponenza, gravissimo dolore e tormento in senso stretto, in un crescendo che ha originato l’evento morte, anche a voler trascurare il dato del patimento psicologico». E ancora: «le modalità prescelte per il sequestro non possono che essere ispirate a quelle finalità essenziali della tortura pubblica di tipo punitivo e/o intimidatorio».

Dal canto suo il Procuratore Aggiunto, Sergio Colaiocco, illustrando la lista dei testimoni, depositata all’attenzione dei giudici, in cui compaiono i nomi, tra gli altri, dell’ex premier Matteo Renzi e dell’ex ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha messo in fila i tasselli di una indagine complessa che, per anni, si è dovuta scontrare con il muro eretto dalle autorità egiziane e con veri e propri depistaggi. Sono complessivamente dieci gli elementi probatori definiti dal pm «decisivi» a carico dei quattro.

Tra i punti compaiono i video della fermata della metro del Cairo dove Giulio venne prelevato a cui mancano i dieci minuti in cui fu preso, il pc di Regeni, che ha fornito elementi utili sul movente, i tabulati telefonici.

Per la Procura di Roma uno degli elementi è rappresentato dai tanti tentativi di depistaggio sull’individuazione dei quattro imputati: si va dal movente sessuale, alla rapina a quello più grave, a detta dei pm, vale a dire il ritrovamento dei documenti del giovane in una abitazione collegata ad una banda criminale poi uccisa dalle forze dell’ordine egiziane. Dalla Procura è arrivata anche un vera e propria richiesta di aiuto alla Farnesina per consentire l’ascolto in aula dei 27 testimoni che vivono in Egitto.

«Servirà un proficuo lavoro del Ministero degli Esteri – ha detto il rappresentante dell’accusa – che dovrà suscitare la collaborazione delle autorità egiziane. Solo la polizia egiziana, infatti, può notificare gli atti e dare il via libera per ascoltare a processo i 27 testimoni inseriti nella nostra lista e che vivono in Egitto. Questa collaborazione sarà fondamentale per una compiuta ed esaustiva ricostruzione dei fatti».

Nella prossima udienza, fissata per il 9 aprile, verrà ascoltato il papà di Giulio, Claudio. E sia il padre sia la madre Paola Deffendi non hanno voluto tornare sull’incontro di domenica al Cairo tra la premier Meloni e il presidente Al Sisi. «Non commentiamo le parole della Meloni, diciamo solo che nel nostro Paese fortunatamente c’è la separazione dei poteri, a differenza di quello che succede nei regimi», si sono limitati a dire.

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