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Sindaco Trieste, omicidio di Alpi e Hrovatin ancora senza verità

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 20 Marzo, 2024, 23:06:58 di Maurizio Barra

“Miran Hrovatin era andato in
Somalia come operatore del Tg3 assieme alla collega giornalista
Ilaria Alpi per documentare una guerra civile crudele. Una volta
là, avevano cominciato a indagare su traffico di armi e rifiuti
tossici. Furono eliminati da un commando. Trent’anni dopo,
quell’omicidio ufficialmente è tuttora senza colpevoli, senza
verità”. Lo ha detto il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza,
commemorando, durante una cerimonia in municipio, Miran
Hrovatin, “nostro concittadino, brutalmente assassinato a
Mogadiscio assieme ad Ilaria Alpi il 20 marzo 1994”.

   
“Oggi – ha aggiunto il sindaco – il mondo è nuovamente
funestato dalle guerre, in Ucraina, in Medio Oriente e non solo:
ci sono decine di conflitti in corso, di cui si sente parlare
meno, e di cui sappiamo l’esistenza proprio grazie a reporter
coraggiosi come Miran e Ilaria. Il 31 dicembre la Federazione
internazionale dei giornalisti ha pubblicato la lista di
giornalisti e operatori dei media uccisi nel 2023 in tutti i
continenti: sono 120, mentre più di 500 sono prigionieri. Ogni
vittima ha la stessa dignità, ma risulta particolarmente odioso
quando viene colpito un professionista dell’informazione che fa
onestamente il suo lavoro, perché è come se si volesse colpire
ogni cittadino nel suo diritto a conoscere ed esprimere la
verità”.

   
Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, anche il
figlio di Hrovatin, Ian, e la moglie, Patrizia. “Il nome di
Miran Hrovatin – ha detto Ian – viene quasi sempre associato a
verbi al passivo, quasi come se fosse un oggetto invece che un
soggetto, quasi come se la morte fosse nel suo destino,
un’eventualità o un danno collaterale della ricerca della
verità, questo però non potrebbe essere più lontano dalla
realtà. Anche nel mezzo del frastuono dei mortai, delle
granante, nella nebbia di Sarajevo o sotto il sole cocente a
Mogadiscio, mio padre ha rincorso e raccontato non la morte,
bensì la vita e la dignità degli afflitti, la forza d’animo dei
rifugiati, una famiglia che cerca riparo dai proiettili, sempre
attraverso lo specchio della sua telecamera, riflesso della sua
stessa umanità”.

   

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