Ultimo aggiornamento 21 Marzo, 2024, 09:17:39 di Maurizio Barra
Lo scenario in cui si deciderà tutto è quello delle prossime elezioni europee di giugno: se dovessero confermare l’avanzata dei conservatori e il ridimensionamento degli ecologisti, il divieto per le auto a benzina e diesel potrebbe essere cancellato, o almeno spostato più in là nel tempo. E’ cosa nota che Le case automobilistiche europee stanno affrontando notevoli sfide nel produrre veicoli elettrici a prezzi competitivi, e le vendite di auto a batteria sono ancora lente, per non dire in netto calo, soprattutto nel momento in cui vengono a mancare bonus o incentivi.
Pressati dai sondaggi e dalle lobby dell’industria automobilistica, dunque, molti politici stanno cominciando a prendere le distanze da quanto votato appena un anno fa. Il Ppe, il principale partito europeo, ha chiesto l’abrogazione dello stop, nonostante la proposta sia stata avanzata dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen, che il Ppe vuole adesso a Bruxelles per un secondo mandato.
E la stessa Ursula von der Leyen (non insensibile alle pressioni lobbistiche, come dimostrano l’Ucraina e l’invito a produrre più armi), nel giorno in cui ha presentato la sua candidatura alle Europee, ha ricordato come nel regolamento che introduce il divieto vi sia una clausola di emergenza: nel 2026, le norme potranno essere riviste se la transizione all’elettrico dovesse comportare problemi a livello economico e sociale. Una definizione dove può starci di tutto, dall’impoverimento dei consumatori per l’acquisto delle auto elettriche, al calo della produzione tradizionale con posti di lavoro a rischio, fino agli atti estremisti – di recente la fabbrica Tesla in Germania è finita nel mirino di ecoterroristi (sembra un paradosso).
Di fronte a questa situazione, gli ambientalisti stanno alzando la voce. “Eliminare i motori a combustione è la politica automobilistica più importante per rispettare l’obiettivo climatico dell’Ue per il 2040″, ha detto Lucien Mathieu, esperto di trasporto su auto per l’ong ambientalista Transport and Environment (T&E). Ong che ha recentemente pubblicato un piano d’azione in cui propone di incentivare la vendita di auto elettriche entro il 2030 e convertire le auto vecchie a combustione interna in auto a energia pulita entro il 2050. Anche Eurobat, la lobby dell’industria delle batterie, ha chiesto “crediti d’imposta, sovvenzioni o vantaggi finanziari che rendano più economicamente vantaggiosi i veicoli elettrici“.
Alcuni Paesi membri, come Germania e Italia, e case automobilistiche come Porsche e Ferrari, propongono alternative più facili da implementare nel breve termine, come i carburanti sintetici. Questi ultimi, prodotti a partire da energia rinnovabile, sono visti da alcuni come una soluzione pulita e più facilmente realizzabile. La stessa Stellantis ha iniziato a sperimentarli sui propri motori attualmente in produzione e di recente ha annunciato un massiccio investimento in materia in Brasile.
Inoltre, proprio in questi giorni, Carlos Tavares ha fatto notare come i costruttori di auto stiano vivendo “una situazione non decisa da noi”, con riferimento alla direttiva europea, che a suo dire spalanca le porte alla concorrenza cinese. Dando vita a un mercato “più frammentato”, dove i costruttori tradizionali potrebbero essere indeboliti e “non conviene indebolire Stellantis in Italia” ha detto, riferendosi al governo.
Un Gruppo come Stellantis – solo gli ingenui potrebbero non pensarlo – ha di certo la forza per una attività di lobbing che potrebbe influenzare il risultato delle elezioni. Soprattutto nel momento in cui si affiancando alleati di gran peso. Il parere di Toyota, leader mondiale, che sostiene che l’elettrico puro non ha futuro, per esempio. Poi c’è Volkswagen che ha annunciato un piano di tagli per 10 miliardi, a cominciare dallo stabilimento delle elettriche a Zwickau. Mercedes aveva detto che entro il 2030 avrebbe prodotto solo veicoli elettrici, mentre ora ha rivisto questa previsione. Il CEO di Renault, Luca De Meo, che è anche presidente di Acea (Associazione costruttori europei auto), ha inviato una lettera al governo dell’Europa ricordando che il problema dell’elettrico sta nei costi di produzione “più alti in Europa che in Cina”, dove peraltro il governo ha concesso finanziamenti alle imprese per 40 miliardi. Dunque, o l’Europa fa lo stesso, e consegna denaro ai costruttori, oppure sostiene dei progetti di sinergie e persino fusioni, creando nuovi modelli di produzione.
Oppure, appellandosi a quella clausola già introdotta, fa un onorevole dietrofront, mitigando la transizione energetica attraverso altri strumenti, che consentiranno comunque di raggiungere quell’abbattimento di emissioni necessario per i nostri veicoli.
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