Ultimo aggiornamento 24 Marzo, 2024, 20:53:42 di Maurizio Barra

Keja, ne avete fatta di strada negli ultimi cinque anni.
«È così. Chieri ha una mentalità molto simile alla mia: facciamo piccoli passi, ma andiamo sempre avanti. Quando sono arrivata dicevo che avrei voluto portare la squadra in Europa. Ora abbiamo vinto due coppe. E avanti ancora così».
Cos’è Chieri per lei?
«È casa mia. Ho conosciuto tante persone splendide anche fuori dal campo. Qui c’è sempre stata una grande attenzione per il mondo della pallavolo. Ora però le persone sono più attente anche ai risultati. Tutti sanno subito se abbiamo vinto o perso. Ma anche quando le cose vanno male, non viene meno l’affetto».
La comunità fa il tifo per voi e ora si chiede se resterà al Chieri. Quali sono i suoi programmi per il futuro?
«Me lo stanno chiedendo in tanti. E in realtà un po’ mi dispiace».
Perché?
«Perché lavoriamo duramente tutto l’anno per arrivare dove siamo adesso. È il momento che dovremmo goderci di più. E invece pensiamo ad altro. Non è questo il contesto giusto per parlarne».
Capisco. Facciamo allora un tuffo indietro nel tempo. Dove è nata la passione per la pallavolo?
«Credo da mio papà. Anche lui giocava in Polonia. Veniva con me a tutte le partite. Mi filmava sempre e dopo ogni incontro tornavamo a casa e analizzavamo insieme il gioco. Le mie compagne di squadra mi prendevano anche un po’ in giro per questo… Io invece l’ho sempre apprezzato tantissimo. Mi ha portato a essere dove sono ora».
È papà quindi il grande esempio della sua vita?
«Sì, mi ha insegnato tantissimo anche su come impostare il mio gioco. Per me è sempre stato un modello, anche a livello caratteriale. Il mondo sportivo, in generale, ha formato il mio modo di essere. Anche se non è sempre un ambiente “bellissimo”».
Il momento più brutto della carriera?
«L’anno più difficile della è stato sicuramente il primo in Italia. Avevo tanta pressione addosso. L’offerta di Chieri mi ha dato una seconda possibilità».
In che senso?
«Volevo dimostrare che il livello non era troppo alto per me».
Quindi anche i campioni a volte non si sentono all’altezza?
«E’ così. Sono cambiata tanto negli ultimi cinque anni. Ero una ragazza molto insicura, ma qui tutti hanno subito avuto fiducia in me. A partire da Max Gallo e l’allenatore Giulio Cesare Bregoli. Cambiare mi è costato tanto lavoro su me stessa».
E poi a Chieri ha trovato l’amore. Anche lui è un giocatore, giusto?
«Sì. Stiamo insieme da due anni e mezzo. Lui è una banda e io un opposto. Capisce le dinamiche e ne possiamo parlare, ma non gioca per lavoro e quindi conduce una vita diciamo “normale”. Per me è bello poter dividere un po’ gli ambiti».
Com’è una sua giornata tipo?
«La prima cosa da fare al risveglio sono le coccole a Simba. Venerdì è stato anche il compleanno. Ha compiuto quattro anni. Poi mi dedico all’allenamento. Vado ogni giorno in campagna a fare un bel giro in mezzo alla natura. Mi aiuta molto a calmarmi e rilassarmi. Poi pranzo, pisolino e si torna ad allenarsi».
Ancora una domanda. Ma è vero – come dicono loro – che i tifosi del Chieri sono i migliori d’Italia?
«Sì».
Non ha dubbi vedo.
«Basta venire a vedere una partita per capire che è così. Sono bravissimi ragazzi, ma fanno tanto casino. Per l’avversario è davvero difficile giocare qui. Per noi invece è un carica di energia pazzesca».

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