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Aprile è il più crudele dei mesi

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Ultimo aggiornamento 3 Aprile, 2024, 17:50:35 di Maurizio Barra

Aprile è il più crudele dei mesi. Da questo incipit, del famoso poeta angosassone Thomas Stearns Eliot (“La terra desolata”) Aprile si porta dietro questa “citazione còlta”. Ma è davvero cosi? L’autore, che scrisse questo poemetto in un periodo non proprio splendente della sua vita (intorno al 1922, ricoverato per un forte esaurimento nervoso), prende a prestito l’immagine a contrasto della natura che si risveglia, subito dopo la frase di incipit: “genera Lillà da terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della Primavera”. Questo risveglio, tuttavia, non riesce a far dimenticare il duro inverno che è appena passato. Guardare all’indifferenza della natura, che osserva il suo ciclo (dopo il “letargo invernale”, il risveglio delle fioriture) non lo rallegra, anzi. E’ occasione per ricordare a se stesso la “caducità” dell’essere umano, difronte all’insopprimibile continuazione della vita. In un certo senso (e qui la grandezza della sua poesia) sembrano versi scritti oggi. Difronte ai drammi che si stanno consumando intorno a noi, dei quali a cadenza quotidiana abbiamo a preoccuparci, anche il preavvertire (dai profumi che pian piano si liberano nell’aria delle nostre città e dei paesi) potrebbe costituire un raro momento di felicità. Le ore di luce si allungano, si torna più volentieri all’aria aperta, i “rigori dell’inverno appena trascorso”, forse per via dei cambiamenti climatici neppure troppo rigidi, rappresentano una concreta manifestazione di un ciclo della natura che va avanti, a dispetto di tutti i sabotaggi (o le minacce di olocausti prossimi venturi) che l’uomo può mettere in atto.

Leggere Eliot oggi, in questa primavera duemilaventiquattro, a cent’anni da quando è stata scritta “La terra desolata” è di un’attualità che disarma. Allora l’Europa si era appena lasciato alle spalle il primo conflitto mondiale, mentre i semi di quello due.punto.zero erano in divenire. Oggi, come allora, lo spaesamento, la necessità di ridefinire confini, prim’ancora che geografici, del vivere sociale, fra reduci in cerca di amore e la vita delle città (nel suo caso quella di Londra) con l’avvento della modernità (negozi, commerci, industrie) portano alla necessità di definire un altrove. Un luogo nel quale, brutalmente, l’uomo possa riappropriarsi del suo destino anche solo nutrendosi della potenza della natura, per sfuggire a traumi provocati da lui stesso, nel divenire dei conflitti, nel perenne ricorso alla guerra come mezzo ultimo della regolazione di questi. Se una nota di speranza, in mezzo a tanta rude consapevolezza, può essere rintracciata è nella capacità di valorizzare la memoria, non trascurando mai il desiderio. Da questo valzer, in un equilibrio sempre più difficile da mantenere, dipende l’esito degli anni che ci aspettano se vogliamo davvero ridare voce alla speranza, si, di un mondo migliore.

[Le opere di T.S.Eliot sono state “sistemate” da Ezra Pound, che si incaricò stante l’amicizia col poeta di un robusto editing, infine tradotte da Roberto Senesi, intorno agli anni ‘60]

Giuseppe Palamà

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