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Da Camihawke a Nazzi, le star del web ora conquistano il palcoscenico

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Ultimo aggiornamento 10 Aprile, 2024, 00:29:03 di Maurizio Barra

Una volta erano solo grandi registi e celeberrimi interpreti (meglio se promossi dalla tv), poi è stata la volta dei divi pop, quindi dei comici, infine di alcuni giornalisti, anche loro volti ben noti del piccolo schermo. Erano le categorie che garantivano a teatro facili (e auspicabili) sold out. Ora anche le nuove professioni del web hanno scoperto il piacere del contatto diretto con il pubblico: una botta di adrenalina che il filtro social non dà.

Così eccoli farsi avanti in modo sempre più aggressivo. Per chi non bazzica quel mondo digitale, assoluti sconosciuti, ma nella realtà con un seguito travolgente di followers in massa e milioni di like, che sono poi il trampolino di lancio al tutto esaurito con masse adoranti. Si chiamano Me contro te, Charlotte M, Turbopaolo, Stella e Gabriele Abis alias Casa Abis, Giulia Musso, il prof di fisica decolorato Vincenzo Schettini… Uno popolare anche per altre ragioni come Luca Bizzarri, da che ha il podcast “Non hanno un amico” ha visto moltiplicati i fan: chi scrive, li ha visti anticipare con gioia e goduria le sue battute dal palco, già sentite nel podcast. E non si pensi che il fenomeno sia appannaggio della sola generazione Z. Anche i boomers fanno la loro parte.

Questa settimana fanno tappa a Milano due star di questo mondo trasversale, la content creator Camihawke, al secolo Camilla Boniardi, e il giornalista e podcaster Stefano Nazzi.

Camihawke, 1.3 milioni di follower su Instagram, nasce influencer (termine che detesta e non usa) e il suo ambito sono moda e bellezza, ma trattati con un linguaggio diverso dalla media, scanzonato e ironico, che la rende unica. Il web, però, non le basta: è tra i primi a farsi cooptare (anche) dalla tv, scrive un romanzo bastevolmente autobiografico, “Per tutto il resto dei miei sbagli”, fa video sempre più articolati. E quelli che lei dà, ormai, sembrano più consigli di vita che di stile. Apre anche un suo podcast, “Tutte le volte che” (per due anni podcast ufficiale Spotify del Festival di Sanremo). I social, di cui conosce il bello (popolarità) e il brutto (bullismo e insulti), arriva a definirli un po’ soffocanti: senza arrivare al burnout, sente il peso dell’obbligo di presenza.

Partita da Milano con il live, a Milano arriva con l’ultima tappa della tournée di “Il saggio di fine anno” (Teatro Nazionale, fino al 10 aprile, sold out, 34/46 euro, teatronazionale.it), monologo su «tutto quello che ho imparato finora», la volontà di «fare il punto su quanto ho costruito in questi anni» ma anche la voglia di «entrare in contatto con chi mi è stato vicino», uscire cioè dalla dimensione immateriale del web (pollici su e giù, cuoricini e stelline, al più qualche frase di commento, una foto scambiata) anche a costo di rischiare e mettersi in gioco senza possibilità di salvifici photoshop correttori. Appuntamenti che, è lei a dirlo, continua ad affrontare ogni volta, «ancora e sempre con grande emozione, per non dire panico».

Di tutt’altro tipo la storia e il campo d’azione di Stefano Nazzi: giornalista e scrittore, per tutta la vita si è occupato per testate nazionali di cronaca, da un certo punto in poi soprattutto nera. Nel 2021 l’idea di trasferire la sua competenza e passione in un podcast che raccontasse i retroscena o anche solo compattasse lo stillicidio delle notizie di celebri casi, trasformandoli in appassionanti narrazioni a tappe.

Stile asciutto e nessun sensazionalismo, “Indagini” è seguitissimo, un vero e proprio fenomeno di costume, tanto che nel 2023 vince come miglior podcast e podcast di true crime agli Italian Podcast Awards. Ha lavorato in tv, scritto libri ed ora eccolo pronto anche lui per il palco: dagli Arcimboldi parte il tour “Indagini Live” (Teatro Arcimboldi, 10-12 + 19 aprile, sold out, teatroarcimboldi.it).

Uno solo e famosissimo il caso di cui ha scelto di parlare, il “delitto del Circeo”, di cui dice che, malgrado la notorietà, esistono molti lati oscuri, soprattutto per quanto riguarda i tre assassini e le loro vite efferate, le indagini, il processo, le ripercussioni sulla storia del nostro Paese. È infatti «una delle storie che più hanno segnato l’Italia. Non solo per la crudeltà e la sospensione di umanità che fu messa in atto dai tre ragazzi protagonisti di quella violenza senza limiti, ma anche per ciò che avvenne dopo. E cioè come durante il processo gli avvocati difensori tentarono di attribuire parte di responsabilità alle vittime»: una mentalità cioè che quasi 50 anni dopo ancora emerge nei processi e nelle parole di molti.

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