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I ricatti di Stellantis a Governo e città A Mirafiori Elkann preferisce Parigi

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Ultimo aggiornamento 14 Aprile, 2024, 09:16:30 di Maurizio Barra

Il giorno dopo la marcia dei sindacati con operai e quadri stremati da cassa integrazione e cattivi pensieri, induce a qualche riflessione. E non si può che iniziare con la certezza che Stellantis, colosso con grandi ambizioni e poco riguardo verso la classe operaia, e gli Elkann giocano nella stessa squadra. Che bada alla finanza, come vedremo esaminando la marcia trionfale di Exor che macina utili, e guardano al mondo. Specie a quello che concede la possibilità di fare buoni affari e di pagare meno (o pochissimo) la manodopera. Africa settentrionale, Est europeo, Sud America. La storia ci dice che anche l’Avvocato non disdegnava le fughe all’estero, ma lui, il Mondo, lo guardava dalla grande vetrata del Lingotto.

E Torino era sempre la Capitale, il punto di partenza, la cassaforte costruita dal nonno. E le pedine principali erano quelle tute blu che, un sabato dopo l’altro, e per decenni, hanno tinto di colore le finestre e i balconi dei cosiddetti “quartieri Fiat”. C’era un legame, non solo di puro interesse tra il padrone e gli operai, pur tra contraddizioni e scioperi anche duri. Qualcuno, forse ben retribuito per scriverlo, disse che “c’era famiglia” in questo rapporto tra il Principe e i sudditi. Non esagererei nel sottoscriverlo; ma certo in pochi decenni è cambiato tutto. La storica Fiat è volata via, verso lidi più accoglienti sotto il profilo fiscale, la famiglia si è sfaldata dividendosi con crudeltà per l’eredità multi miliardaria di Gianni Agnelli e i “nipotini” alla fine hanno venduto. Lui, forse si sarà rigirato nella tomba, ma tant’è. Fiat o se preferite Fca, non esistono più. Esiste Stellantis dove governa l’imperatore Carlos Tavares e Jonh Elkann, in veste di presidente (direi onorario se non fosse per i guadagni straordinari che porta a casa per se e per i suoi vassalli seduti nei consigli di amministrazione) tace. Non si sente torinese il manager triste che del nonno non ha neppure il profilo da falco. Viaggia in elicottero e pochi, credo, lo hanno visto prendere un caffè nel nostro salotto buono. Lui preferisce Parigi.

Morale della favola: Torino, con la storica Mirafiori e con il suo straordinario indotto, oggi rappresentano poco più di una filiale per il Gruppo. Messa da parte la storia industriale (non rende quattrini) e archiviata la maxi cantonata della 500 elettrica che costa cara ma sopratutto non si vende, la coppia Tavares-Elkann arriva addirittura alle minacce nei confronti del governo. E quella frase del portoghese diretta a Giorgia Meloni e al ministro Urso, francamente suona come un ricatto (o peggio) quando si promettono ritorsioni sulla forza lavoro nel caso arrivi in Italia un produttore straniero. Riflessioni, dicevamo del giorno dopo, in cui tuttavia non si possono dimenticare che gli utili pazzeschi di Exor, la cassaforte degli Agnelli/Elkan, derivano da Stellantis e da Ferrari. Insomma dall’universo dell’auto, proprio da quelle quattro ruote per le quali Mirafiori sembra addirittura essere di troppo. E’ in questo contesto, pure condito da beghe giudiziarie tra eredi, inchieste della magistratura, conti off shore e persino la lista delle spesa sulle medicine della mamma per stabilire se viveva in Svizzera o Torino, si arriva al braccio di ferro tra politica e finanza. E, dopo 15 anni di silenzio, i sindacati, uniti almeno per questa occasione, portano i lavoratori in strada. Il resto, temo sia già scritto: per evitare una crisi che ferirebbe l’economia di casa nostra, serve un altro grande produttore di automobili. Il ministro ne ha almeno otto in agenda, e può addirittura scegliere. Piaccia o non piaccia a Stellantis.

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