Ultimo aggiornamento 15 Aprile, 2024, 08:37:44 di Maurizio Barra
Portare il mare a Milano
Partiamo da qui, per inseguire il significato di questa performance. Che parte da lontano, con l’esposizione della prima barca di Azimut, l’S6, alla Triennale e poi sempre lo stesso modello, 18 metri per 25 tonnellate di dislocamento, a Times Square, sino appunto ai Bagni Misteriosi di Milano per la Design Week 2024, dove da oggi il brand della nautica porta in scena “Mooring by the Moon”, un viaggio emozionale attraverso la bellezza e l’innovazione sostenibile, un percorso installativo in quattro atti (opera di AMDL CIRCLE e Michele De Lucchi) che – recita la presentazione – “invita i visitatori a lasciarsi sorprendere dalla meraviglia del mondo naturale, visto come per la prima volta da una barca illuminata dai riflessi di una grande luna e adagiata sull’acqua nel cuore della città”. “Portiamo i suoni, ma anche gli odori del mare”, anticipa Vitelli.
La domanda è: perché? Che significato ha portare una barca alla Design Week? Perché “sconfinare” dall’ambito naturale della barca, che è il mare? “Non si tratta di sconfinare, ma di raccontare il nostro messaggio in modo più accattivante ad un pubblico più ampio. Alla Design Week andiamo a raccontare la coscienza del nostro prodotto, sia di tecnologica sia di design. Noi in questi ultimi quindici anni abbiamo sviluppato una ricerca che parlando ad esempio del carbonio dieci anni fa interessava a pochi mentre oggi è diventato un racconto che il mondo è più disposto ad ascoltare, perché legato all’abbattimento dei consumi e delle emissioni. E’ questa la sfida che la nautica, così come l’umanità più in generale, deve affrontare e con cui deve misurarsi”.

Un frame del video sull’arrivo del Seadeck 6 ai Bagni Misteriosi di Milano
Soffermiamoci sulla sfida. Si parla e si sperimentano già carburanti alternativi, green. “Sì, tutto molto interessante, ma da venire perché legato a molti aspetti, non solo relativi alla ricerca, ma anche alla loro distribuzione, al loro stoccaggio a bordo. Noi vogliamo invece concentrarci sull’oggi, su quello che si può fare adesso. Ed è quanto andiamo a raccontare anche alla Design Week, con un percorso che spiega come godersi le bellezze del navigare – il mare, la luna, etcetera – con un oggetto altamente tecnologico. Non solo in teoria, ma lo facciamo vedere, toccare portando una barca che è proiettata nel futuro più sostenibile. Per altro, tema portante della Design Week”.
Significa così portarvi una barca che sfrutta il carbonio, che pesa meno della vetroresina (e costa il 30% in più), che ha una carena più efficiente così da ridurre il consumo di carburante (a parità della stessa velocità), che utilizza materiali più sostenibili come il sughero anziché il teak per la coperta, che razionalizza i sistemi di bordo e i relativi dispendi energetici, che ha una propulsione ibrida… Il massimo, insomma, della gamma low emission di Azimut, quella che già assicura -20/30% di emissioni rispetto ad altre barche parimenti.
La scoperta del design
Possiamo inoltrarci anche più avanti, nel discorso. E parlare di design, cogliendo una frase di Giovanna Vitelli. “Il mondo ha scoperto che una barca è un oggetto di design. Sia nelle linee esterne, sia negli interni e nell’arredo”. Non era scontato. Quindici anni fa, ma forse anche meno, la barca era una barca. Un mondo a sé, di nicchia, per addetti ai lavori. “Oggi c’è un grande intesse, più trasversale, si sono avvicinate al nostro mondo ad esempio tante riviste di interni, di lifestyle”.
Il trasporto eccezionale dello yacht Azimut Seadeck 6 alla Design Week

E se c’è stata, questa scoperta, è merito anche di azzardi come lo yacht davanti alla Triennale (dal massimo peso consentito per transitare su camion sopra i tunnel della metropolitana). “Decontestualizzare la barca dal suo elemento ha fatto vivere l’oggetto di design nella sua purezza, suscitando interesse per l’oggetto in sé e per ciò che rappresenta, che magari il pubblico non appassionato vuole approfondire”. Anche perché, aggiunge la presidente di Azimut/Benetti, “c’è forse un oggetto più affascinante dal punto di vista del design di una barca?”.
Ecco, questa è la passione. Sicuramente anche di parte. “Sarà anche di parte, certo. Ma a cosa si può assimilare?”. All’auto?, forse, le rispondiamo. “Ma una macchina ha solo gli aspetti delle linee esterne e della tecnologia! La barca ha in più anche quello degli interni, degli arredi, dei decori. Per me è un unicum assoluto e il mondo lo ha scoperto. E noi glielo abbiamo fatto scoprire”.
Proseguiamo. La barca in questi ultimi quindici anni è cambiata. Anche grazie ai designer non nautici, che hanno portato stili diversi, concezioni meno tradizionalmente legati alla nautica. “Noi siamo stati i primi con l’architetto Achille Salvagni, quando tutti gli altri cantieri avevano ancora collaborazioni con designer della nautica. Ci eravamo rivolti a lui nell’intento di svecchiare le nostre barche, perché anche se sei bravissimo, alla fine ti ripeti. L’idea era quella di andare oltre, di non restare disgiunti dai trend del lifestyle del resto del mondo. Mentre nelle case, faccio un altro esempio, le cucine si aprivano, noi avevamo ancora la sala da pranzo con l’onice retroilluminato. C’era distonia. Volevano portare una visione di freschezza dall’esterno”.

L’Azimut Seadeck 6
Dando anche un po’ una scossa al settore, che forse aveva perso quello spirito d’avanguardia che aveva vissuto negli Anni 70-80 quando – dice Vitelli – “le innovazioni anche stilistiche arrivavano prima nella nautica e poi altrove, perché chi possedeva una barca aveva grandi possibilità economiche, ma anche perché non abitava la barca stessa quotidianamente e dunque si permetteva di osare”. Il soldo porta con sé anche la sperimentazione. “Poi, però, c’è stata un po’ di stasi. E così noi avevamo sperimentato la contaminazione, con successo”.
E poi? “Mi hanno definita la regina dei contest. Questo perché in Azimut e Benetti abbiamo ampliato la ricerca di designer che rispondessero alla nostra visione, che era quella di non portare la casa in barca, ma di interpretarla. E non è detto che un pur bravo architetto rispondesse al nostro briefing”. E che magari non si dimenticasse che un “pavimento” non poteva comunque essere scivoloso…
Parliamo di interni, ma anche di esterni. “C’è chi disegna gli esterni, un vestito, che ha anche avuto la sua evoluzione, e poi c’è chi deve concepire gli interni, su quel layout di partenza. Sul design degli esterni è più difficile portare designer di altri mondi, perché la barca ha le sue regole, mentre è stato più semplice portare la contaminazione con altri mondi negli interni”. Vitelli porta ad esempio la barca “volata” sui tetti di Milano. “Abbiamo gli esterni disegnati da Alberto Mancini, che ha introdotto anche su uno scafo di piccole dimensioni, dove è più difficile, il concetto di grandi aperture, la pulizia delle linee. Mentre abbiamo assoldato lo studio di Matteo Thun e Antonio Rodriguez, per tradurre il concetto di sostenibilità tecnologica anche negli interni, con un riavvicinamento al mare che non è solo ecologico ma anche stilistico. Atmosfere un po’ Zen, colori più delicati, sensazione di benessere”.
“Un’evoluzione positiva”
E’ cambiato anche l’uso dell’imbarcazione. “E’ vero, e trovo che sia stata un’evoluzione positiva. E’ venuto meno l’aspetto dell’ostentazione e del formalismo, mentre è cresciuto il bisogno di avere grandi spazi per attività conviviali, da dividere con la famiglia e gli amici, un uso enfatizzato anche dal Covid. Meno Jacuzzi e modelle, ma un uso più vero della barca stessa, dal piacere di andare per mare. Che non significa meno ricchezza stilistica, che invece si può trovare nella ricerca del dettaglio, di quella architettonica e non nei rubinetti d’oro e nell’ebano luccicante”.
E allora alla Design Week
E’ cresciuta la barca, è cresciuto l’interesse per la barca. Così che oggi si può sfogliare una rivista di barche per il gusto del design, anche se di barche non si è appassionati. Viene prima l’oggetto del design. “Ecco perché siamo alla Design Week (l’anno scorso c’era una installazione in Daserna di Azimut, ndr). Non c’è una ragione commerciale, ma la voglia di raccontare che cosa stiamo facendo anche al mondo fuori della nautica e a un pubblico più vasto, e ciò porta il brand a posizionarsi. Racconto il mio brand e i miei valori, non il mio prodotto, che invece illustro nelle rassegne nautiche”.
La sfida
La nautica deve affrontare la stessa sfida di tutte le macchine e oggetti che consumano gasolio. Abbattere i consumi, trovare alimentazioni alternative per ridurre e possibilmente azzerare le emissioni. “Alla Design Week lo raccontiamo in modo meno tecnico e più emozionale”.
Attenzione, adesso entriamo in un percorso delicato. “Noi ci siamo fatti promotori della nascita di un Indice che possa misurare e certificare l’efficienza energetica di una barca”. Così come leggiamo la A con i vari + vicino per un frigorifero, giusto per capire. “Ad oggi gli unici riferimenti esistenti sono le autodichiarazioni dei cantieri. Come fare per passare a uno step successivo? Serviva anzitutto una parte terza, che noi abbiamo individuato nei Lloyd’s di Londra. Poi, era necessario un Indice, per avere una scala di valori. Abbiamo pertanto adattato il Sea Index, sviluppato dallo yacht Club de Monaco per le barche sopra i 40 metri di lunghezza, e che noi abbiamo promosso anche per quelle sotto i 24 metri”.
Azimut, così, ha cominciato a sottoporre a certificazione le proprie barche. “Non è semplice e tutto ha un costo. Anche la stessa certificazione. Ma sentiamo il dovere di farlo, nella nostra posizione primaria di mercato”. C’è un problema, però. Ha senso essere gli unici ad avere le barche certificate? “Be’, non sarebbe male che non fossimo da soli. Noi abbiamo avviato un’onda. Sopra i 40 metri cominciano ad esserci sempre più yacht che si sottopongono al Sea Index. Noi iniziamo a farlo anche sotto i 24 metri. Magari si arriverà al punto che potenziali acquirenti lo chiedano anche ad altri cantieri”.
Altro punto. L’Index è lasciato alla decisione del singolo. E se fosse, invece, suggerito, consigliato, finanche imposto dalle associazioni di categoria, internazionali e/o nazionali? “Eh, questo sarebbe l’optimum. Anche se penso che oggi troverebbe un certo malcontento una proposta del genere, nei cantieri che non sono pronti. Stiamo cercando a tal proposito di capire se si possa attivare dei benefici in termini di sgravi fiscali, ma anche di credito a chi acquista una barca rispondente a determinati criteri di sostenibilità. Come avviene per l’auto ibrida”. Benefici promossi da chi? “Vedo un filone associativo, che sarebbe il non plus ultra. Ne vedo uno politico, che sarebbe anche equo perché non vedo perché per l’auto sì e per la barca no. E, infine, vedo anche un filone del finanziamento bancario, che possa legarsi a un merito di questo tipo, un merito di sostenibilità. Ma siccome non vedo per ora maturo nessuno dei tre, intanto faccio da sola e mi porto avanti”.
