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Mariupol è ancora mezza in macerie (e i russi cancellano il murale di Jorit)

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 22 Aprile, 2024, 02:37:37 di Maurizio Barra

“La distruzione del mio murales a Mariupol era una cosa programmata, quindi non mi ha sorpreso. Già mentre lo facevo sapevo che avrebbe avuto una durata limitata. Anzi, semmai è durato molto più di quanto era programmato, perché mi avevano detto che sarebbe andato via quasi subito”. Lo diceva negli scorsi all’agenzia Adnkronos lo street artist Jorit, pseudonomo del 33enne napoletano Ciro Cerullo, dopo la diffusione sui social di una fotografia in cui parte del dipinto era rimossa. A confermare quei post in rete sono arrivate oggi alcune foto pubblicate dall’agenzia France-Presse, senza divulgare il nome del fotografo o della fotografa. Il murale aveva suscitato molte polemiche, sia perché il volto ritratto era quello di una ignara bambina australiana trovato su una rivista di fotografia, sia per il particolare delle bombe ai lati del viso con scritto “Nato” (è la Russia ad avere massicciamente bombardato Mariupol, prima di conquistarla), sia in generale perché Cerullo ha prestato la sua arte in una città sotto occupazione militare. Recentemente, Jorit è tornato all’attenzione delle cronache per un selfie chiesto a Sochi al presidente russo Vladimir Putin, e ottenuto.

Da lunedì scorso France-Presse pubblica scatti da Mariupol occupata. E pur se in alcuni casi l’agenzia francese ha documentato l’avvio di lavori di restaurazione, quel che colpisce è la quantità di edifici che ancora porta i segni dei bombardamenti russi della primavera 2022 o che sono ancora ridotti in macerie: immagini che contrastano con quelle di palazzi nuovi di zecca e scuole in perfetta esigenza diffuse da Mosca nel corso del 2023, anche grazie a reporter occidentali compiacenti.

Mariupol, importante porto industriale sul Mar D’Azov, fu una delle prime città ucraine attaccate durante l’invasione su larga scala iniziata a febbraio 2022. La tragedia che colpì la città è stata raccontata dal documentario “20 Days in Mariupol”di Msystlav Chernov, vincitore di un premio Oscar. Chernov è un inviato dell’agenzia statunitense Associated Press, insieme al fotografo Evgeniy Maloletka fu l’unico a restare a Mariupol durante l’assedio: il loro lavoro, rimbalzato su tutti i media internazionali, fu decisivo nello  smentire la disinformazione russa che provava a accreditare la versione di un’invasione accolta dal plauso della cittadinanza russofona.

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