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«A Torino c'è la mafia nigeriana». E guadagna grazie a droga, prostituzione e stupri di gruppo

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 23 Aprile, 2024, 10:20:51 di Maurizio Barra

Hanno saluti ben precisi e un ordine gerarchico che parte dal “Vaticano” e scende al Valhalla Marine, l’organizzazione che comanda a Torino. Dove commette omicidi e violenze contro i clan rivali, gestisce il traffico di droga e la prostituzione, per cui vengono arruolate le “Belle”: donne che entrano nel clan solo dopo una violenza sessuale di gruppo.

E’ così che funzionano i Viking, gruppo criminale nigeriano finito a processo per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. A ottobre 2020 erano scattati 43 arresti per altrettanti affiliati del clan, seguiti a marzo 2022 da 25 condanne in abbreviato. L’anno scorso, infine, erano arrivate condanne fino a otto anni di carcere per i 12 imputati che avevano scelto il rito ordinario. Per 9 di loro, ieri, è cominciato il processo d’appello: «È un dato di fatto a Torino esista la mafia nigeriana – premette il procuratore generale Marcello Tatangelo nell’apertura della sua requisitoria, durata cinque ore – Nella nostra città c’è una numerosa comunità nigeriana e ci sono diverse “secret cult”». Cioè gruppi già riconosciuti come mafiosi da condanne già diventate definitive, che hanno riguardato gli Eye, i Black Axe e i Maphite. Per i Viking non ce ne sono ancora. Anzi, in altre città italiane ci sono state anche delle assoluzioni: «Non ha rilevanza perché la forza intimidatoria si esercita in un territorio specifico ed è difficile che un clan nigeriano riesca a imporsi in città come Palermo, dove c’è già Cosa Nostra».

Nonostante Torino possa “vantare” la presenza di organizzazioni come la ‘ndrangheta, qui la mafia nigeriana è riuscita a infiltrarsi e a prendere possesso del traffico di droga e dello sfruttamento della prostituzione. «Il tutto con organizzazione gerarchica, ruoli, riti e la copertura di un’associazione nazionale, nota come Vaticano» sottolinea Tatangelo.

Gli atti della sentenza di primo grado sottolineano come i membri dei Viking indossino tutti cappelli rossi e abiti che richiamano la tradizione corsara, evidente anche nel logo dell’organizzazione. Altrettanto tipico è il saluto degli affiliati: quando si incontrano, portano una mano artigliata al petto o si stringono la mano in modo da far combaciare i polpastrelli dei pollici. Poi ci sono le affiliazioni, che per le donne consistono in uno stupro di gruppo e nel pagamento di 500 euro. Poi devono essere a disposizione per qualunque richiesta sessuale dei boss. Gli uomini sono più “fortunati”: per entrare nel clan, devono subire botte e rinunciare a cellulare e documenti. Oltre a versare una quota iniziale e una tassa mensile per continuare a far parte dell’organizzazione.

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