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Cremagliera di Torino, apre lo Spazio Sassi-Superga

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La cremagliera di Torino torna
pienamente operativa con tutti i servizi collaterali. Apre
infatti da domani il nuovo Spazio Sassi-Superga con un
ristorante nella stazione Sassi e un bar sulla terrazza a
Superga, in locali completamente rinnovati, grazie a un accordo
fra Gtt e Slurp.
L’iniziativa – spiegano l’assessora ai Trasporti, Chiara
Foglietta e l’ad di Gtt Serena Lancione – “rappresenta un
ulteriore passo nella valorizzazione della cremagliera
Sassi-Superga che nei prossimi mesi vedrà un importante
potenziamento dei servizi offerti”.

   
“Presto – precisa Lancione – prenderà il via il progetto
Mu_Vi, un museo del Viaggio in Movimento con una guida
multimediale multilingue, con fondi ministeriali, che
accompagnerà i visitatori alla scoperta della storia della
tranvia con la creazione di un percorso narrativo da Torino a
Superga. Inoltre – aggiunge – abbiamo avviato una collaborazione
con City Sightseeing Torino con un unico biglietto promozionale
per il bus turistico e la cremagliera. Vogliamo riportare la
Sassi-Superga al centro della torinesità e farla diventare uno
degli asset turistici centrali per Gtt. Speriamo anche arrivino
nuovi fondi per il rinnovo delle motrici delle storiche
vetture”.

   
“Oggi – conclude Foglietta – aggiungiamo un tassello
importante dal punto di vista trasportistico e turistico della
nostra città”.

   

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"Tu vieni con il lambrusco, io ti metto su il sugo": Clerici risponde e invita Ligabue

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“Ieri sera ho detto a ‘Belve’ che il cantante che non aveva voluto venire al mio festival di Sanremo perché sapevo troppo di sugo era Ligabue. Lui ha fatto un video dove ha detto che non era vero, che non era lui. E quindi io gli credo naturalmente. Anche perché la certezza non ce l’ho. Forse la verità non si saprà mai. Chissà chi era. Però avrei una propostina, caro Liga. Liga, senti, facciamo una cosa. Tu vieni con il lambrusco, io ti metto su il sugo. Quindi ti aspettiamo a mezzogiorno. E finisce qui. Cioè finisce quando tu vieni, mi raccomando”. Così Antonella Clerici, durante la diretta di oggi di “È sempre mezzogiorno” ha controreplica a Luciano Ligabue, in merito all’ormai celebre ‘sugo gate’.

 

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La signorina di Klimt ritrovata è record per asta a Vienna

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(ANSA-AFP) – ROMA, 24 APR – Un dipinto di Gustav Klimt, che
si pensava smarrito ed è stato ritrovato dopo quasi un secolo, è
stato venduto oggi all’asta a Vienna per 30 milioni di euro,
stabilendo così un record per un’asta austriaca. Il ritratto di
Fraulein Lieser apparteneva una volta ad una famiglia ebrea in
Austria e fu visto in pubblico l’ultima volta nel 1925 in
occasione di una mostra realizzata nel 1926 da Otto
Kallir-Nirenstein nella Neue Galerie di Vienna. Il suo destino
non è chiaro, ma la famiglia degli attuali proprietari possiede
il dipinto dagli anni ’60. La casa d’aste viennese im Kinsky
aveva stimato il valore di 30-50 milioni di euro per il Ritratto
della signorina Lieser, questo il titolo del quadro.

   
I ritratti dei grandi austriaci raramente vengono immessi sul
mercato. Lo scorso giugno, la “Dame mit Faecher” (Dama con
ventaglio) di Klimt è stata venduta a Londra per 74 milioni di
sterline (94,3 milioni di dollari all’epoca), un record d’asta
d’arte europea. Il prezzo più alto pagato all’asta in Austria
finora era un’opera del pittore fiammingo Frans Francken II,
battuta a sette milioni di euro nel 2010.

   
“Nessuno si aspettava che un dipinto di questa importanza,
scomparso da 100 anni, sarebbe riemerso”, ha detto l’esperta di
Kinsky Claudia Moerth-Gasser prima dell’asta. “Un dipinto di
tale rarita’, di tale portata artistica e valore non era
disponibile sul mercato dell’arte in Europa centrale da
decenni”, aveva affermato im Kinsky in una nota quando ha
annunciato contemporaneamente l’asta e la ricomparsa dell’opera
Oltre al “Ritratto della signorina Lieser”, sono stati
battuti anche schizzi di Klimt e opere di suoi contemporanei
come Egon Schiele. Prima dell’asta, il dipinto ben conservato è
stato esposto a Vienna, in Svizzera, Germania, Gran Bretagna e
Hong Kong. Il dipinto, non firmato, mostra una giovane donna
adornata da un ampio mantello riccamente decorato con fiori su
fondo rosso vivo. Il mistero circonda l’identità della modella,
che visitò nove volte lo studio di Klimt per il ritratto. È nota
per essere della famiglia Lieser, una dinastia industriale
ebraica. Potrebbe essere una delle due figlie, di nome Helene e
Annie, di Henriette (Lilly) Lieser, una mecenate. Ma il primo
catalogo dedicato a Klimt, risalente agli anni ’60, diceva che
si trattava della nipote di Lieser, Margarethe. Lilly Lieser
rimase a Vienna nonostante la presa del potere da parte dei
nazisti, fu deportata nel 1942 e uccisa nel campo di
concentramento di Auschwitz nel 1943. (ANSA-AFP).

   

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L'ultima nata delle "copie" cinesi: l'isola greca di Santorini

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L’ultima nata delle “copie” cinesi: l’isola greca di Santorini

Un resort su un lago che imita le tipiche casette caratteristiche del paesaggio di una delle più belle località della Grecia. In altre zone della Cina già esistono imitazioni dei centri di Londra e Parigi

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Aviaria in Usa, tracce virus nel latte pastorizzato delle mucche

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   Tracce di virus A H5N1 dell’influenza aviaria rilevate in alcuni campioni di latte pastorizzato di mucche provenienti da allevamenti negli Stati Uniti interessati dall’epidemia. La comunicazione è arrivata dalla Food and Drug Administration (Fda), che ha sottolineato come non ci siano elementi al momento per considerare il latte non sicuro e che ulteriori studi e analisi verranno effettuati nei prossimi giorni. Tuttavia, secondo virologi ed infettivologi, si tratta di un fatto da non sottovalutare e che indica come il virus si stia comunque muovendo tra specie diverse.

Al momento, precisa la Fda, non è possibile dire se si tratti di frammenti di materiale genetico inattivo o di virus vivo: “Ad oggi, non abbiamo visto nulla che possa cambiare la nostra valutazione che l’approvvigionamento commerciale di latte è sicuro”, afferma l’Agenzia. Alcuni dei campioni raccolti hanno indicato la presenza di virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità utilizzando il test quantitativo della reazione a catena della polimerasi (qPCR). Tuttavia, precisa ancora l’Fda, un risultato positivo a questo esame “significa che nel campione è stato rilevato il materiale genetico dell’agente patogeno, ma ciò non significa che il campione contenga un agente patogeno intatto e infettivo. Questo perché i test qPCR rilevano anche il materiale genetico residuo di agenti patogeni uccisi dal calore, come la pastorizzazione o altri trattamenti per la sicurezza alimentare”.

Per questo l’Fda sta per condurre ulteriori test ed i risultati di più studi saranno resi disponibili nei prossimi giorni o settimane. Nessun allarmismo ma monitorare, è l’invito degli esperti. Secondo Roberto Burioni, professore di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, “niente allarmi, ma un segno che il virus aviario si sta muovendo tra le specie, peraltro è il suo mestiere e non ci stupisce. Però attenzione. Non è una notizia positiva – afferma su X -. Ne parleremo”. Un dato “da non sottovalutare” anche secondo Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. L’influenza aviaria, spiega all’ANSA, “potrebbe rappresentare potenzialmente una minaccia pandemica se il virus si trasformasse e divenisse trasmissibile da uomo a uomo. Il fatto che gli Usa, dopo aver rilevato tracce di virus nel latte pastorizzato di mucche, abbiano alzato il livello di attenzione è un dato su cui riflettere e da non sottovalutare”.

Va sottolineato, precisa, che “al momento il virus dell’aviaria non si trasmette da uomo a uomo, ma dall’animale all’uomo attraverso il contatto diretto, ad esempio attraverso contatto con fluidi animali infetti. Quando il virus ha infettato l’uomo attraverso l’animale ha dimostrato una mortalità sull’uomo pari al 50%, dunque molto alta”. Che tracce di virus siano state scoperte nel latte pastorizzato, avverte, “non è una bella notizia, poichè il processo di pastorizzazione dovrebbe in teoria portare all’eliminazione di qualsiasi presenza di virus. Se le tracce di virus rilevate nel latte fossero riconducibili a virus vivo, il latte potrebbe diventare potenzialmente uno strumento di contagio, ma andrebbe provato che il virus trasmesso con una eventuale ingestione sia effettivamente in grado di determinare l’infezione”. E’ quindi “evidente che la situazione va monitorata”.

Ad oggi il passaggio per un contagio da uomo a uomo “non è avvenuto, ma non possiamo escludere che possa avvenire in futuro”. Questo è il motivo per cui, conclude Bassetti, “dobbiamo continuare a lavorare sul piano pandemico, la cui approvazione non è ancora definitiva. Dobbiamo essere pronti”. Tra il 2003 e il 1 aprile 2024, l’Oms ha dichiarato di aver registrato un totale di 889 casi umani di influenza aviaria in 23 paesi, inclusi 463 decessi, portando il tasso di mortalità al 52%. Attualmente i casi di trasmissione all’uomo sono comunque molto rari. Milioni i volatili infettati e abbattuti nel mondo, mentre il virus ha infettato anche alcuni mammiferi come le mucche ed i visoni.

 

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GR 3 ore 16:45 del 24/04/2024

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Al Museo del Cinema una mostra celebra Tonino De Bernardi

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Il Museo Nazionale del Cinema
celebra Tonino De Bernardi, l’autore d’avanguardia torinese, con
una mostra che esplora la sua carriera e influenza nel panorama
del cinema sperimentale nazionale e internazionale. Ospitata dal
24 aprile al 9 settembre al piano di accoglienza della Mole
Antonelliana, Tonino De Bernardi. Il cinema senza frontiere è a
cura di Alberto Momo e potrà essere visitata gratuitamente negli
orari di apertura del museo. La mostra, organizzata con la
Cineteca del Museo e il Cinema Massimo, è parte di un progetto
che prevede anche la digitalizzazione delle sue opere che
contano più di un centinaio di film; l’allestimento di una
mostra, una performance teatrale, la pubblicazione di un volume
e una retrospettiva, nonché una selezione di opere sottotitolate
per la circuitazione. Nel 2023 Tonino De Bernardi ha depositato
il suo archivio al Museo.

   
“Con questa mostra il Museo del Cinema rende omaggio a uno
dei più rappresentativi autori del territorio. La conservazione
del patrimonio è uno degli asset fondamentali del museo, volto
alla valorizzazione delle nostre collezioni, che spaziano in
tutti gli ambiti” sottolinea il presidente Enzo Ghigo. “Questa
mostra è un omaggio a un antico sognatore di cinema per
ritrovare le sue immagini debordanti, i suoi pensieri senza
regole e le sue domande scomode” aggiunge il direttore Domenico
De Gaetano.

   
La mostra è divisa in due sezioni, “La casa” e “Il mondo” o
“Qui e l’altrove”. Una prima parte rivela il lato più intimo del
regista con una raccolta di primi piani e ritratti. La seconda
esplora i viaggi e le esperienze che hanno plasmato il suo
cinema con un taglio più documentaristico, il suo rapporto
complesso con le produzioni, i progetti non realizzati e le
fotografie dai set. A legare le due sezioni è l’esposizione
della sua strumentazione di lavoro: cineprese, telecamere
analogiche e digitali per far conoscere la sua filmografia
attraverso l’aspetto materiale e povero del cinema indipendente
e 60 anni di evoluzione tecnologica.

   
L’omaggio a De Bernardi prosegue il 24 aprile alle 20:30 al
Cinema Massimo con la proiezione di alcuni cortometraggi e con
la retrospettiva dal 3 al 28 maggio al Cinema Massimo, con la
presentazione dei titoli più rappresentativi dell’intera
filmografia.

   

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GR 1 ore 15:00 del 24/04/2024

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Mattel dedica una Barbie alla pattinatrice Kristi Yamaguchi

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Kristi Yamaguchi ha una Barbie
con le sue sembianze. Lo ha reso nota la Mattel, l’azienda
americana di giocattoli che produce la famosa bambola. La
Yamaguchi è un’ex pattinatrice artistica su ghiaccio, vincitrice
di due titoli mondiali, nel 1991 e nel 1992, e della medaglia
d’oro alle Olimpiadi Invernali di Albertville del 1992. L’atleta
fece storia diventando la prima asiatico americana a vincere la
medaglia d’oro nel pattinaggio singolo.

   
La nuova bambola fa parte della serie, ‘Inspiring Women’ e
arriva in concomitanza per l’inizio del mese (maggio) dedicato
alla cultura degli asiatici America e delle isole del Pacifico.

   
“E’ un grande onore per me – ha commentato la Yamaguchi – non
solo per il riconoscimento dei risultati sportivi e per il mese
dedicato all’AAPI (Asian American and Pacific Islander, ndr) ma
anche per l’essere messa sullo stesso livello di donne che sono
per me idoli come Anna May Wong, Maya Angelou e Rosa Parks”.

   

   

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I piatti del 25 aprile, a tavola la memoria della Liberazione

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Esiste un piatto per celebrare il 25 aprile? La festa della Liberazione, così divisiva da tanti anni per le forze politiche, può unire gli italiani a tavola? Cosa si mangiò quel giorno del 1945? Erano tempi di guerra quindi, salvo che per pochi fortunati, il cibo era povero, non si sprecava nulla, ci si arrangiava, si cucinava con niente proprio come ora propone tanta gastronomia gourmet. Era inevitabilmente una ‘cucina del senza’ che oggi recuperiamo non più per ristrettezze o mancanza di alternative come all’epoca ma per nutrirci dell’essenziale e semplice. E se ‘quella bella fame’ (del 1943 in realtà) è stato il claim, per dirla con termini di oggi, di tutti quegli anni, storicamente c’è un piatto simbolo, un piatto che sfidò provocatoriamente.
E’ la pasta antifascista dei fratelli Cervi: quei 380 chili di pasta burro e parmigiano che la famiglia poi sterminata dai repubblichini a Reggio Emilia il 28 dicembre 1943, cucinò per tutto il paese di Campegine un altro 25 aprile, quello del 1943 per festeggiare la caduta di Mussolini. In un libro di qualche anno fa, pubblicato dall’editore Fausto Lupetti nel 2015, Partigiani in cucina, si racconta la Resistenza attraverso il cibo e così facendo si fa memoria di quel tempo, oggi che i testimoni diretti, cento anni all’incirca, ci stanno lasciando. Dai 380 chili di pasta al burro offerti dai fratelli Cervi a tutto il paese  emiliano per festeggiare la caduta del regime – spiegano le autrici Lorena Carrara , Elisabetta Salvini -, passando per le lasagne della ricostruzione gustate da Teresa Noce di ritorno dai campi della morte, fino ai 35mila bambini nutriti dalle donne emiliane nel duro inverno del ’45: è l’inusuale prospettiva per parlare di Resistenza attraverso il cibo.
Quel che si mangiava ai tempi della Liberazione si può sapere dai racconti delle vecchie generazioni, da quel libro citato e anche dal sito dell’Anpi, l’associazione dei partigiani. Ricette povere si è detto, semplicissime, una tavola con quello che si può con le difficoltà economica, le poche derrate alimentari e quel plus comprato a borsa nera. Questo per chi stava in città, fuori, in campagna e in montagna c’erano orti e galline ma anche qui con scorte ridotte.
Un cibo di guerra c’è stato. Al Nord la polenta, era il cuore dell’alimentazione, al Sud  rape, cipolle e legumi. Il pane razionato e fatto con farine di risulta, la pasta un vero lusso, poi c’erano le bucce di patate, perchè non si buttava nulla (quindi oggi le patate fritte con skin, come leggiamo nei menu, dobbiamo sapere che non sono una novità), per non parlare del caffè davvero introvabile, spesso sostituito dal surrogato di cicoria. Olio se ne trovava al Sud, qualche grasso animale al Nord ma tutto in rarità preziosa. 
Se poi eri in montagna partigiano o in clandestinità mangiavi quel che c’era e pure in fretta. Giorgio Bocca racconta di “riso stracotto, patate bollite, castagne e minestra” , facendo attenzione ai giochi che attiravano l’attenzione. E ciò che c’era si condivideva con tutta la brigata. Così condividendo pane, sofferenze e speranze s’è fatta la Resistenza. 

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