Ultimo aggiornamento 10 Dicembre, 2022, 11:22:38 di Maurizio Barra
La Juventus lo chiama nel 1948-49 e gioca come terzino destro a fianco di Rava. Quindi, l’anno successivo, il passaggio a sinistra per far posto a Bertuccelli. L’allenatore Carver vede in lui un terzino all’inglese e dà fiducia a questo giovane che si compiace di giocare in avanti senza pensare troppo a marcare gli attaccanti rivali. «Un difensore all’inglese come lui, in Italia non l’avevo ancora visto», dice il mister juventino.
Diventa irresistibile fino a guadagnarsi la Nazionale, con la quale disputa solo un incontro: il 18 maggio 1952 a Firenze, amichevole con l’Inghilterra, risultato 1-1 con reti di Broadis e Amadei. Ha in consegna il biondo Finney, nel primo tempo si trova molto a disagio, nella ripresa stringe i denti e si dedica alla marcatura del veloce rivale riuscendo ad annullarlo.
È il primo terzino moderno, il pioniere in un ruolo che ha raggiunto il massimo rappresentante in Cabrini; ma non è ben visto dai tecnici italiani, che all’epoca volevano solamente dei terzini marcatori. Ed è proprio nella stagione 1954-55 che Manente si scatena: segna dieci reti, una in meno di Bronée, cannoniere juventino di quell’anno. Sei goal li sigla su rigore battendo portieri di valore come Lovati e Buffon.
Ha legato il suo nome a una delle più belle Juventus di sempre, quella dei danesi, dei due scudetti nel 1950 e nel 1952, dei due secondi posti; i suoi compagni sono Bertuccelli, Martino, Parola, Mari, Piccinini, Muccinelli e un trio d’attacco favoloso: Boniperti, Hansen, Præst. Roba da cento goal (come nel torneo 1949-50) in media a campionato.
«Mi piace giocare nella Juventus – dice sempre – non chiedetemi i motivi, mi piace e basta. Forse mi sono affezionato ai compagni, forse sento tutta l’importanza di vestire una maglia che per tradizione e per altri motivi, tanti altri, tutti, vorrebbero vestire».
Proprio con Boniperti, Sergio Manente è legato da un’amicizia sincera. Sempre insieme durante i ritiri, durante i quali, per anni dividono la stessa stanza. È un’amicizia tra due caratteri totalmente diversi: per quanto estroverso e cordiale è Giampiero, molto meno espansivo, perfino burbero appare Manente. «Un giocatore e un amico prezioso – racconta Boniperti – era stato mio compagno di camera, gli telefonavo spesso per ricordare quei tempi e lui si commuoveva. Era terzino ma talmente bravo che, nel prosieguo della sua carriera, diventò mezzala, regista, goleador. Una cosa riuscita a pochissimi difensori».
Nell’estate 1955 lascia la Juventus, che lo sostituisce con Garzena, dopo 231 gare e quindici goal, per accasarsi al Vicenza dove ritrova il portiere Sentimenti IV. In due stagioni segna ancora una decina di goal.
Se in Italia non è stato molto amato per l’eccessiva libertà che si prendeva in campo, senz’altro si ricordano di lui in Brasile, dove fu protagonista di una gara tra la Juventus e il São Paulo finita 2-2, al termine di un torneo estivo che aveva tutta l’aria di una mini Coppa Intercontinentale.
Ci lascia il 14 marzo 1993, nella sua Udine, dopo aver lungamente lottato contro un terribile male, che lo aveva colpito otto anni prima.
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