Ultimo aggiornamento 16 Dicembre, 2022, 13:08:09 di Maurizio Barra
Morfologicamente era un longilineo dalla muscolatura compatta. Giocava guidato da un insuperabile istinto e da un felice tempismo; aveva uno stile che lo metteva immediatamente in evidenza nel corso della partita. Il suo migliore campionato fu senza dubbio il 1923-24, quando la Juventus, senza i sei punti che le furono tolti a tavolino in seguito alle note vicende del caso Rosetta, avrebbe certamente vinto il titolo. E quell’anno la squadra bianconera non sola perse il campionato, ma anche il suo amatissimo Monticone.
Era una fredda domenica il 28 dicembre e la Juventus doveva giocare a Torino contro l’Andrea Doria, che aveva in porta il povero Seghesio, morto poi di tisi poco tempo dopo. Improvvisa e atroce giunse sul campo la notizia che, nella notte, era spirato Nabo, a causa di un aneurisma aortico. Aveva appena ventiquattro anni. Scese, sul campo di Corso Marsiglia, un senso di gelo e di sgomento che si diffuse tra gli spettatori alla terribile notizia. I suoi compagni in atteggiamento simbolico, attesero per circa un quarto d’ora l’arrivo del loro compagno, del quale sapevano che non avrebbe mai potuto più raggiungere lo stadio per disputare insieme a loro la consueta domenicale partita di campionato. Fu un’attesa vana e dolorosa. Si videro alcuni volti tesi nel dolore e qualcuno solcato da alcune lacrime furtive che venivano asciugate di nascosto agli altri, tanto per darsi ognuno un contegno coraggioso, anche se, in effetti, il dramma li toccava tutti veramente nel cuore.
Riportiamo alcuni passi da “Il Calcio”, un settimanale di Genova dell’epoca: «La morte improvvisa di Monticone, l’aitante centro sostegno dei bianconeri juventini, ha gettato nella costernazione i suoi compagni di squadra, che hanno giocato la partita odierna per puro spirito di disciplina, ma con l’angoscia nel cuore. E l’andamento del gioco, come ognuno può immaginare, ha risentito delle condizioni di animo di tutti i giocatori in campo, poiché è doveroso rilevarlo, anche i doriani diedero dimostrazione palese della loro sensibilità al dolore degli avversari».
La Juventus pianse la perdita di un atleta di sicuro avvenire, ma soprattutto la scomparsa di un caro e simpatico ragazzo.
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