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Gli eroi in bianconero: Carl Aage PRAEST

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Ultimo aggiornamento 26 Febbraio, 2023, 10:58:08 di Maurizio Barra

Præst è una fiaba nordica raccontata su un campo di calcio – scrive Sergio Di Battista nel libro “La storia della Juventus” – ha un nome Carl Aage da figlio di re ma suo padre faceva il macchinista navale e la madre gestiva uno spaccio di latte e formaggi; c’era anche uno zio, asso nella squadra di un paese di pescatori, sulla costa dello Jutland: da lui imparò a tirare i primi calci, ma chissà se aveva davvero bisogno di un maestro.

Per giocare a Copenaghen, dove era nato alla fine del febbraio 1922, si iscrisse a un club pagando una quota mensile di 200 lire. Molti anni dopo, per averlo, la Juventus avrebbe sborsato una cifra inferiore ai 20 milioni.

Quando arrivò a Torino, alto, biondo e sempre ben pettinato, con l’aria da principe, magari un po’ amletico, aveva ventisette anni ed era già un campione affermato. Giocava nel Frem di Copenaghen, era titolare nella Nazionale danese dove occupava quasi sempre il ruolo di centravanti. All’ala sinistra lo troviamo nel «Resto dell’Europa» che, nel 1947, affrontò a Glasgow la Gran Bretagna: era la selezione dei migliori assi del continente, con un solo italiano, futuro compagno di squadra di Præst, Carletto Parola. Un anno dopo, alle Olimpiadi di Londra, guidava l’attacco danese nel 5-3 che eliminò i giovani italiani: giocava tra Karl e John Hansen, quest’ultimo, grazie ai suoi suggerimenti, segnò 4 goal. Avrebbe sudato molto di più, il grande John, per convincere l’amico a raggiungerlo in maglia bianconera.

Præst, infatti, non voleva trasferirsi a Torino: fu, poi, una storia felice, durata 7 anni, con oltre 200 partite, 51 goal, due scudetti. E, alla fine, un giudizio che dice tutto: dopo Orsi, la più grande ala sinistra vista nella Juventus.

Aveva un gioco nitido, sobrio, un dribbling fatto di zig-zag o rettilinei, guizzi, arresti, ritorni, serpentine, perfino «burlette tecniche». C’era chi, vedendolo in un pomeriggio di gran vena, lo definiva «satanico»: se gli altri virtuosi del dribbling sembravano avere la palla incollata al piede, lui l’aveva fissata con viti e bulloni. Suoi pezzi forti erano le finte, sull’uomo oppure a rientrare; si racconta ancora di un terzino della Fiorentina che soffriva di insonnia ogni volta che doveva affrontarlo.

La costanza del goal non era tra le sue doti principali, però quando si scatenava venivano a grappoli: all’esordio non aveva incantato e c’era chi trovava da ridire, pur con una formidabile Juventus, su quell’ala sinistra che in 11 partite aveva segnato una sola volta. Fu così che alla dodicesima giornata del suo primo campionato italiano, sul campo di Busto Arsizio, Præst si fece definitivamente conoscere: firmò tutti e tre i goal della vittoria juventina sfoderando tutta la sua potenza del tiro e la rara abilità nel convergere a rete.

Giocava fisso all’ala – per il ruolo di centravanti c’erano Boniperti e Vivolo – ma una domenica, a Torino contro la Roma, la Juventus si trovava addirittura sotto di due goal; l’allenatore, l’inglese Carver, decise di spostarlo al centro dell’attacco e lui trasformò di colpo il gioco juventino, trascinando la squadra a un’incredibile rimonta, due goal personali, infiniti assist ai compagni e alla fine fu un clamoroso 7-2. Un’altra volta, invece, contro l’Atalanta, sembrò divertirsi a fare tanti traversoni eccezionalmente precisi per i propri compagni: segnarono tutti tranne lui, ma finì 7-1.

Non mancava di esaltare critici illustri e severi, Questa, ad esempio, che ricorda un goal costruito per Muccinelli a Firenze, val la pena di essere riletta: «Una prodezza personale, una di quelle cose che anche ai più evoluti tra i campioni riescono solo una volta tanto, ma una cosa che chi era domenica allo stadio di Firenze non dimenticherà tanto presto. Giungere fino alla linea di fondo, poi convergere al centro, attrarre su di sé la difesa avversaria, battere in spazio ristretto a mezzo di finte e di padronanza della palla uno, due, tre oppositori e terminare servendo un compagno che sopraggiungeva libero da ogni marcatura, non è cosa di tutti i giorni. Præst è un giocatore estroso e un po’ privo di continuità, ma nei suoi sprazzi, quando è in vena fa delle cose grandi. Ne fece parecchie contro di noi a Londra quel giorno delle Olimpiadi del 1948 che non abbiamo dimenticato». La firma è di Vittorio Pozzo.

Il giorno dell’Epifania del 1952 la «Settimana Incom», gli dedicò un lungo filmato. Era la partita contro l’Inter e così il giovane Gianni Brera descrive l’azione: «Un rilancio di John Hansen lungo almeno 60 metri, Præst scatta, doma il pallone con il suo ineffabile tocco di esterno, distende la falcata, prima del tackle evita Blason e Giovannini, ormai in area dribbla con stretti tocchi Neri, infine conclude con un tiro (di destro) irresistibile per Ghezzi».

Passa quasi un anno e, sotto Natale, la Juventus è seconda, tre punti dall’Inter (che si prenderà lo scudetto), alla vigilia della partita con la Roma, quarta in classifica: i dirigenti juventini promettono ai tre danesi le vacanze a Copenaghen in caso di vittoria. Præst non si fa pregare e infila subito con una stangata il portiere Albani.

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