Ultimo aggiornamento 25 Ottobre, 2023, 14:59:05 di Maurizio Barra
Si tratta, nella definizione degli inquirenti, del cosiddetto “sistema mafioso lombardo” che “gestisce risorse finanziare, relazionali ed operative, attraverso un vincolo stabile tra loro caratterizzato dalla gestione ed ottimizzazione dei rilevanti profitti derivanti da sofisticate operazioni finanziarie realizzate mettendo in comune società, capitali e liquidità”.
L’ipotesi di un “patto” tra le tre mafie, Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia, contestato nella nuova inchiesta della Dda milanese, è stata smontata però dal gip di Milano Tommaso Perna che ha respinto oltre 140 richieste di arresti per altrettanti indagati. Il giudice, infatti, ha disposto il carcere solo per 11 persone, ma non per associazione mafiosa e solo per altri reati. La Dda ha deciso comunque di chiudere le indagini, contestando sempre “l’alleanza” tra le tre mafie e di fare ricorso al Riesame per le richieste di custodia cautelare respinte.
Dda Milano, da Lombardia ‘messaggi’ anche a Messina Denaro
Tra gli oltre 150 indagati nell’inchiesta della Dda di Milano sul “sistema mafioso lombardo” figura anche Paolo Aurelio Errante Parrino, che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato il “punto di raccordo” tra il “sistema mafioso” in Lombardia, ossia il presunto accordo tra le tre mafie, e Matteo Messina Denaro, morto lo scorso settembre. Parrino per gli inquirenti avrebbe trasferito al boss “comunicazioni relative ad argomenti esiziali” mentre era latitante. Lo si legge nell’ordinanza del gip di Milano Tommaso Perna che, però, ha respinto oltre 140 richieste d’arresto, tra cui quella di Parrino.
Dda Milano, patto tra mafie in 21 summit e contatti politici
La “operatività” del “sistema mafioso lombardo” sarebbe stata “decisa congiuntamente dalle tre componenti mafiose”, ossia ‘ndrangheta, camorra e Cosa Nostra nel corso di 21 “summit” tra il marzo 2020 e il gennaio 2021. Emerge dalle imputazioni formulate dalla Dda di Milano e contenute nell’ordinanza di oltre 2mila pagine del gip di Milano Tommaso Perna, che ha bocciato, però, l’impianto accusatorio dell’alleanza tra mafie e le stesse accuse di associazione mafiosa, respingendo più di 140 richieste di arresto, su un totale di 154 indagati (uno, però, nel frattempo è morto).
Secondo le accuse nelle indagini, il patto tra mafie avrebbe avuto anche lo scopo, tra i tanti, di mantenere “contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario, in modo da ottenerne favori, notizie riservate, erogazioni di finanziamenti, rete di relazioni” e di condizionare “il libero esercizio di voto”. Agli atti intercettazioni come “abbiamo un bel pacchetto di voti, perché posso portare o senatori in Europa”. Parole di Filippo Crea, presunto ‘ndranghetista, indagato. Tra le decine di attività illecite che, secondo la Dda, il “sistema” di mafie avrebbe portato avanti, c’è anche l’acquisizione di “appalti pubblici e privati, anche attraverso l’attivazione di canali istituzionali”.
Gip Milano, in indagine Dda mancano prove di sodalizio tra mafie
“La ricostruzione della pubblica accusa” che ha prospettato l’esistenza di un ‘sistema mafioso lombardo” sorto sulla base di un’alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, è “carente, non essendo emersa la prova, nemmeno indiziaria, del fatto che gli odierni indagati si siano volontariamente associati in un unico sodalizio”. Lo scrive il gip Tommaso Perna nell’ordinanza con cui ha bocciato l’ipotesi della Dda milanese in una indagine in cui su 153 richieste di misure cautelari ne sono state accolte solo 11.
Per il giudice, dagli atti esaminati, è emerso che ciascuno degli indagati, ” a tutto voler concedere, erano associati all’interno dei singoli sottogruppi, invero piuttosto disomogenei, talvolta composti da meno di 3 individui, dediti in qualche modo allo svolgimento di attività lecite e illecite”. “Del tutto assente, del resto, – prosegue l’ordinanza – è la prova del fatto che, all’interno del sodalizio confederativo, alcuni degli indagati svolgano il ruolo di promotori o capi, dovendosi piuttosto escludere che qualcuno di loro goda di un potere ed una autorità tali da poter impartire ordini a membri di gruppi diversi da quello proprio di appartenenza”. Altresì non “non vi è prova che (…) sia stata costruita un’organizzazione stabile, posta in essere allo scopo di realizzare un programma criminoso comune, protratto nel tempo, con una ripartizione di compiti tra gli associati, ossia il vincolo associativo”.
Gip Milano, ‘sistema lombardo’ non è gruppo di rilievo criminale
Nel “sistema lombardo” composto, come ipotizza la Dda di Milano, da Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, “non si rinviene alcun sodalizio che si manifesta all’esterno, inteso come gruppo che possiede un prestigio criminale derivante dal vincolo associativo, che gli consente di infiltrarsi nel territorio, di sfruttare la condizione di omertà diffusa, di limitarsi, se del caso a lanciare avvertimenti anche simbolici o indiretti in ambiti politici, amministrativi, imprenditoriali: in tutti quei luoghi, insomma, dove è possibile trarre e moltiplicare profitti economici agendo in maniera organizzata”. Sono le considerazioni del gip milanese Tommaso Perna nell’ordinanza con cui ha ‘bocciato’ la ricostruzione emersa dall’indagine coordinata dal pm Alessandra Cerreti con la supervisione dell’aggiunto Alessandra Dolci e del procuratore Marcello Viola su una presunta alleanza tra mafie per gestire affari e potere.
“Quello che certamente emerge – annota il giudice – è, invece, la presenza sul territorio milanese di soggetti che, vantando, per lo meno per alcuni di essi, rapporti qualificati” con persone di “sicura appartenenza mafiosa, sia pur accertata in altre regioni, commettono attività lecite, ma anche delittuose, soprattutto di tipo economico, in territorio lombardo”.
Gip Milano, ‘sul cugino di Messina Denaro mancano le prove’
Nella nuova inchiesta della Dda di Milano mancano, tra l’altro, le prove per “affermare” che Paolo Aurelio Errante Parrino, cugino di Matteo Messina Denaro, “abbia proseguito, anche dopo la prima condanna del 1997, il suo rapporto di affiliazione al mandamento di Castelvetrano, né tantomeno all’associazione lombarda ipotizzata dalla Pubblica Accusa”, ossia quella confederazione di tre mafie. Lo scrive il gip di Milano Tommaso Perna che, in un passaggio delle oltre 2mila pagine dell’ordinanza, spiega perché Parrino non può essere arrestato, così come altri 142 indagati, come chiedeva, invece, la Dda milanese.
Il giudice chiarisce che è sì vero che Parrino è un “esponente storico del clan” mafioso di Messina Denaro, “seppur da tempo trasferitosi” a vivere ad Abbiategrasso, nel Milanese, ma manca nell’inchiesta “la prova dell’esternazione nel territorio milanese della metodologia mafiosa” da parte sua.
Per il giudice, la Procura su Parrino, come in realtà su decine di altri indagati, ha portato solo “elementi” di tipo “suggestivo” per provare che il 76enne “abbia continuato a far parte del sodalizio” mafioso anche dopo la fine degli anni ’90. Manca, tra le altre cose, la prova “del contenuto degli incontri” tra Parrino e “Bellomo Girolamo”.
Secondo l’accusa, Parrino sarebbe stato “intermediario per conto della famiglia trapanese dei Pace nella controversia con Amico Gioacchino”. E, nel novembre 2021, a Castelvetrano avrebbe incontrato anche le sorelle, la nipote e la madre dell’allora superlatitante Messina Denaro. E ancora, sempre secondo la Dda, avrebbe intrattenuto “perduranti e confidenziali rapporti” con il sindaco di Abbiategrasso (Milano) Cesare Nai (non è indagato), che chiamava, scrive la Procura, “Cesarino”, e con altri esponenti del Consiglio comunale. Ma non c’è alcuna prova, secondo il gip, che Parrino abbia messo in pratica la “metodologia mafiosa” nei fatti elencati, definiti dallo stesso giudice anche come “scarsamente rilevanti”, e che addirittura lo avrebbe fatto come presunto appartenente della confederazione delle tre mafie.
Tra l’altro, quando un detenuto si sarebbe rivolto a Parrino affinché intervenisse sul sindaco perché, mentre era in carcere, gli era stata “sequestrata l’abitazione di edilizia popolare”, l’intervento del 76enne si era rivelato “non dirimente”, scrive il gip, trovando “l’opposizione” del primo cittadino. Un episodio che dimostra, chiarisce il giudice, che anzi “la presunta associazione” non è “in grado di esercitare alcun potere di controllo sul territorio”. Per il gip, in pratica, a Parrino sono state contestate dal pm “vicende bagatellari”.
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