Ultimo aggiornamento 16 Novembre, 2023, 05:25:09 di Maurizio Barra
Massimo, che bilancio possiamo azzardare dopo dodici giornate di serie A? Come vede in prospettiva la lotta scudetto?
“L’Inter al momento è senz’altro favorita, ma lo era anche all’inizio della stagione perché credo che abbia l’organico migliore e più completo, oltre a un allenatore che ormai conosce a menadito il gruppo e sta dando continuità alla squadra e all’intero ambiente. In più ha cambiato poco rispetto all’anno scorso: semmai ha ulteriormente allungato la rosa, fornendo a Simone Inzaghi ancora più varianti e alternative. Detto questo, siamo comunque all’inizio del campionato e c’è sempre spazio per qualche possibile rimonta dalle retrovie. Anche perché Inter e Juventus, le due battistrada, potrebbero incappare in qualche incidente di percorso: questo vale soprattutto per i nerazzurri, che sono impegnati parallelamente sul fronte europeo.”
A cosa attribuisce la discontinuità di rendimento del Milan, che alterna grandi prestazioni a rovesci clamorosi? I rossoneri sono già piuttosto staccati dalla vetta della classifica.
“Io, da allenatore, sono un convinto sostenitore della continuità tra una stagione e l’altra. Continuità di uomini e di progetto. Il Milan è forse la squadra che ha cambiato di più rispetto alla precedente annata, e c’è bisogno di tempo affinché i nuovi arrivati si amalgamino col resto del gruppo. Non ci vince solo con i nomi, ma si vince – appunto – con la continuità nel lavoro e negli allenamenti, che consente ai giocatori di trovare un’identità e di comprendere appieno la filosofia del loro allenatore. Il Milan conta tanti giovani in squadra, tecnicamente molto validi ma, per dirne una, senza alcuna esperienza pregressa nel campionato italiano, che ha le sue caratteristiche e le sue dinamiche peculiari. In serie A a volte incontri compagni sulla carta inferiori, ma tatticamente organizzatissime che riescono a imbrigliarti e a metterti la museruola. Pioli sta cercando di approfondire il più rapidamente possibile la conoscenza dei nuovi arrivati, per trovare i giusti equilibri e dare un identikit preciso alla squadra.”
In zona Champions le romane e il Napoli (che ha appena cambiato allenatore), nonostante gli stenti di inizio stagione, possono ancora recitare un ruolo da protagoniste?
“Hanno degli organici competitivi. Così come la Fiorentina. Certo avranno bisogno di tanta continuità di rendimento per recuperare i numerosi punti persi finora e riagganciare stabilmente il treno della Champions. Per quanto riguarda l’Atalanta, vale lo stesso discorso fatto per il Milan. Tanti volti nuovi sono sbarcati a Zingonia, e il calcio di un tecnico come Gasperini richiede tempo e applicazione per essere interiorizzato del tutto. Però la vedo sempre come una squadra pericolosissima, potenzialmente in grado di mettere in difficoltà chiunque.”
In zona salvezza squadre come Lecce e Frosinone, inizialmente considerate potenziali indiziate alla retrocessione, sono partite forte e hanno messo in cascina tanti punti. Per contro altre formazioni, come Verona e Salernitana, soprattutto nell’ultimo periodo stanno arrancando e faticano a staccarsi dal fondo della classifica. Che sviluppi potrebbe avere da qui a maggio la lotta per la permanenza in serie A?
“La storia del campionato italiano insegna che i club che partono con l’obiettivo di salvarsi sono quasi sempre destinati a sgomitare fino all’ultima giornata. A volte si verificano eccezioni, come l’Empoli dell’anno scorso che si è messo al sicuro in largo anticipo. Quest’anno la palma della ‘sorpresa’ in positivo potrebbe toccare, appunto, al Lecce o al Frosinone. Ma, in linea di massima, la lotta sarà serrata fino alla fine. Ad ogni buon conto, io credo che quanto più una squadra non coltivi ambizioni di vittoria – o comunque di alta classifica – tanto più incida il lavoro svolto dall’allenatore. Per cui a mio avviso gli exploit di Frosinone e Lecce sono dovuti a due fattori fondamentali: la bravura e la lungimiranza dei dirigenti nella ricerca dei giocatori più adatti al progetto tecnico e, ovviamente, l’abilità dei rispettivi allenatori. Va reso onore a D’Aversa e a Di Francesco, che si stanno rivelando capaci di far giocare brillantemente i salentini e i ciociari. D’altra parte l’approccio propositivo adottato anche contro le grandi, per una cosiddetta provinciale, è sempre la strada migliore per esprimere al cento per cento il proprio potenziale. Sia il Lecce che il Frosinone hanno giocatori di qualità, che hanno saputo inserire alla perfezione in un contesto di organizzazione e di equilibrio tattico: queste squadre difendono bene con tanti uomini e, al contempo, attaccano bene con tanti uomini. D’altronde non potrebbero mai pensare di difendersi solo con tre-quattro difensori e di vincere le partite con uno-due giocatori d’attacco: non hanno gli interpreti dei top team, che risolvono le gare da soli o sono in grado di difendere a regola d’arte anche in tre o in quattro. Hanno bisogno del sostegno di tutta la squadra, sia in fase difensiva che in fase offensiva.”
Massimo, un focus ad hoc sul Cagliari di Claudio Ranieri. Partenza da tregenda e, nelle ultime gare, segnali chiari e limpidi di ripresa. Col rientro di alcuni dei calciatori più qualitativi la squadra è migliorata sul piano dei risultati e, soprattutto, dell’espressione calcistica.
“Io dico che i risultati positivi contribuiscono tantissimo a far girare una stagione. Innanzitutto sotto il profilo del morale: perdere fa sempre male e, soprattutto, ti toglie certezze. Così entri in quel loop per il quale ti convinci di non poter riuscire a vincere. Nel caso del Cagliari, tre punti raggiunti magari anche con un po’ di fortuna, come accaduto col Frosinone, possono dare grande slancio e forza mentale. Rappresentano una vera iniezione di autostima.
D’altronde i rossoblù – sono parole del loro stesso allenatore – dovranno mettersi l’elmetto e combattere fino all’ultimo minuto dell’ultima giornata. Attraverseranno dei momenti positivi, come quello attuale, e alcuni periodi difficili, come quello vissuto a inizio campionato. L’importante è avere equilibrio mentale per gestire al meglio le varie fasi della stagione: in questo uno come Ranieri saprà dare un contributo determinante.”
Il Cagliari ha subito ben 24 gol in 12 partite, molti dei quali frutto di errori individuali dei propri difensori, ancora giovani e poco smaliziati. Alla luce di questo dato, non potrebbe essere utile – in alcune situazioni tattiche specifiche, come ad esempio i calci piazzati – ripristinare una marcatura a uomo che consenta di francobollare più da vicino gli attaccanti avversari, riducendo così il margine di errore rispetto alla marcatura a zona?
“Credo che la domanda andrebbe girata a Ranieri. Io come tecnico sono contrario alla marcatura a zona, a meno che non si disponga di difensori estremamente forti nella ricerca del pallone e capaci di andarlo a prendere in tutte le situazioni. Marcare a zona vuol dire che nei tuoi due-tre metri quadri di competenza la palla deve essere sempre tua, altrimenti arriva l’attaccante in velocità e ti ruba il tempo.
Se non posso fare affidamento su difensori con queste precise caratteristiche, personalmente tendo a evitare la marcatura a zona. Quando adotti questa tattica e subisci troppi gol probabilmente la ragione risiede nella staticità dei difendenti, che restano fermi nella loro posizione mentre gli attaccanti spesso giungono di gran carriera incontro alla palla, magari con lo slancio di un terzo tempo. Per cui per organizzarsi a zona è indispensabile che i difensori siano abilissimi – e rapidissimi – nella copertura degli spazi a loro assegnati e nell’attacco della palla, vincendo i loro duelli con le punte avversarie. Non è questo il caso del Cagliari, ma posso assicurare che non è il caso anche di moltissime altre squadre.
Tornare alla marcatura a uomo, a seconda dei giocatori con cui si ha a che fare, potrebbe dunque avere senso. Anche per responsabilizzare il singolo difensore: quell’uomo è tuo e non deve fare gol, punto. Nello schema a zona si tende sempre a dare la colpa al compagno più vicino, e si può discutere su chi doveva prendere chi. Nella marcatura a uomo c’è poco spazio per le interpretazioni: se segna il tuo uomo la responsabilità è tua. D’altra parte, soprattutto sui calci piazzati di qualunque tipo, il concetto è semplice: il marcatore non deve prendere la palla, ma deve impedire che la prenda l’attaccante avversario. In qualsiasi modo: non facendolo partire, marcandolo stretto, aspettandolo e poi andandogli addosso per non fargli prendere velocità. Sono questi i dettagli che fanno la differenza tra un difensore bravo e uno meno bravo.
Se io devo marcare a zona Pavoletti, che è bravissimo a impattare di testa ed è trenta centimetri più alto di me, rischio di non riuscire a prendere la palla – soprattutto se mi arriva da dietro in velocità – e di perdere il duello. Se lo marco a uomo magari non lo faccio saltare, gli do fastidio e gli impedisco di colpire la sfera. In definitiva: io, da allenatore, prendo i due centrali più forti nella scelta di tempo e nella copertura degli spazi che ho in rosa e li metto a zona. Gli altri li faccio marcare a uomo.”
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