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Meloni si difende al Giurì, Conte imbarazzò l'Italia

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Ultimo aggiornamento 20 Gennaio, 2024, 00:24:39 di Maurizio Barra

Mentre Giuseppe Conte si era portato dietro una voluminosa documentazione, Giorgia Meloni si è presentata senza carte davanti al Giurì d’onore della Camera. Non ne servivano, è la tesi della premier, per difendersi dall’accusa di falso sollevata contro di lei dal leader del M5s dopo il suo intervento in Parlamento sul Mes. Per un’ora la presidente del Consiglio è stata ascoltata dai commissari della commissione confermando la versione espressa il 12 e il 13 dicembre, prima a Montecitorio e poi al Senato, quando accusò Conte di aver dato “l’assenso italiano a una ratifica del Mes” nel 2021 “senza un mandato parlamentare, senza che ne avesse il potere, senza dirlo agli italiani e con il favore delle tenebre”.

Con l’audizione delle due parti in causa si è conclusa l’istruttoria del Giurì, come ha spiegato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (FI), che lo presiede, confermando che la decisione è attesa entro il 9 febbraio. Sui contenuti della seduta bocche cucite fra i commissari e a Palazzo Chigi. La scelta di Meloni, spiegano fonti parlamentari, è stata quella di esporre una ricostruzione dei fatti, a suo modo di vedere, talmente lineare da non necessitare di documentazione a supporto. Una sequenza di passaggi che, è convinta la premier, ha messo in imbarazzo l’Italia perché fu firmato un accordo internazionale sul quale non c’era all’epoca, e non c’è attualmente, una maggioranza parlamentare favorevole. Secondo la sua linea, non si può sostenere che ci fosse un chiaro mandato parlamentare alla sottoscrizione.

Per la premier la risoluzione del 9 dicembre 2020 a cui fa riferimento Conte era generica e fumosa, e la sua tesi – secondo le stesse fonti – insiste sul fatto che l’ex premier, negli interventi parlamentari in piena crisi di governo, specificò che non c’era una maggioranza a favore del Mes. La difesa di Meloni avrebbe toccato anche il documento da lei sventolato al Senato, il fax inviato dall’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ambasciatore a Bruxelles con il via libera a firmare la riforma del Mes: è del 20 gennaio 2021, data – avrebbe sottolineato la premier – successiva all’apertura della crisi di governo.

La sua ricostruzione si sarebbe completata con la constatazione che l’ambasciatore Maurizio Massari ha “comunque” apposto la firma all’accordo il 27 gennaio, nonostante il governo, dimessosi il giorno prima, fosse in carica solo per gli affari correnti, senza una maggioranza parlamentare a favore del Mes. Le due audizioni e gli atti parlamentari chiamati in causa sono il materiale in base a cui Mulè e gli altri quattro commissari (Alessandro Colucci di Noi Moderati, Stefano Vaccari del Pd, Fabrizio Cecchetti della Lega e Filiberto Zaratti di Avs) decideranno se siano fondate o meno le espressioni usate da Meloni, che Conte ritiene non veritiere. La relazione sarà letta entro tre settimane in Aula e l’Aula dovrà prenderne atto, senza votazioni né discussione, come da regolamento. Mulè non ha dubbi sull’imparzialità della commissione: “Magari il giudizio non accontenterà tutti ma questo dovrà importarci poco”.

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