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Cannes, alla Quinzaine la coproduzione italiana sugli Yanomami

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E’ una coproduzione italo-brasiliana
The Falling Sky dei brasiliani Eryk Rocha e Gabriela Carneiro da
Cunha sul popolo Yanomami. Il film è prodotto dagli stessi
registi e da Donatella Palermo, una produzione Aruac Filmes,
Hutukara Yanomami Association, Stemal Entertainment con Rai
Cinema, in collaborazione con Le Film D’Ici. Nella selezione
della Quinzaine des Cinéastes, che si svolge parallela al
festival di Cannes dal 15 al 25 maggio, non ci sono registi
italiani (come pure nella Semaine de la Critique annuciata
ieri). La Quinzaine celebra il cinema in tutta la sua diversità
cercando di mappare non tanto la produzione globale quanto di
tracciare una linea editoriale fatta di scommesse vere, favoriti
e film intensamente dibattuti. “È la singolarità della scrittura
attraverso la messa in scena che è rimasta la nostra bussola
principale; e poesia, emozione, fantasia e autenticità, i nostri
punti cardinali. Abbiamo prestato uguale attenzione a tutte le
forme e alla scrittura cinematografica: fiction, documentario,
animazione, sperimentale, cinema di genere (commedia, fantasy,
horror…), saggio” hanno detto oggi alla presentazione.

   
Il film d’apertura è Ma vie ma gueule di Sophie Fillières.

   
L’Italia può vantare la produzione di The Falling Sky:
attraverso la testimonianza di Davi Kopenawa, sciamano e leader
del popolo amazzonico Yanomami si racconta il rituale funebre
misterico “Reahu”, una cerimonia magica di evocazione che
mobilita la comunità in uno sforzo collettivo per sorreggere il
cielo e impedire che cada a causa dei comportamenti dei nape, i
bianchi, e del mondo cosiddetto civilizzato. Nel film lo
spettatore scopre la bellezza della cosmologia Yanomami e la
forza della loro visione geopolitica che invita a guardare
lontano.

   
Il film è liberamente ispirato all’omonimo libro dello sciamano
Yanomami Davi Kopenawa e dell’antropologo francese Bruce Albert,
nato da una relazione trentennale tra i due. In Brasile,
attualmente vivono circa 30.000 persone in oltre 300 comunità,
che stanno affrontando una grave crisi umanitaria causata da una
massiccia invasione di minatori alla ricerca di minerali,
principalmente oro e cassiterite. Negli ultimi anni, il numero
degli invasori ha raggiunto circa 20.000 persone, favorendo la
violenza, la contaminazione dell’acqua e del pesce da mercurio,
la deforestazione e numerose malattie tra gli Yanomami. Solo
pochi giorni fa, il 10 aprile, Davi Kopenawa ha incontrato Papa
Francesco. “Ogni volta che parlo di quello che l’uomo bianco sta
causando al nostro popolo e all’intera umanità sempre più
persone si uniscono alla mia battaglia”, ha detto.

   

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Richard Gere, smettiamo di demonizzare i migranti e aiutiamoli

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“Sono stato sui barconi e ho
incontrato personalmente molti rifugiati e migranti; ho avuto
modo di ascoltare le loro storie e penso sia molto difficile non
vedere in loro esseri umani uguali a noi. Chiederei, e spererei,
che chi ha responsabilità di governo passasse un po’ di tempo
con loro, capisse la situazione e non li demonizzasse”. Lo dice
Richard Gere in un’intervista esclusiva a Vanity Fair dove parla
dell’importanza della sostenibilità umana e del suo impegno per
le cause sociali a favore delle persone più fragili che vivono
in povertà o nei Paesi in guerra. “Ovviamente – chiarisce –
abbiamo lo stesso problema negli Stati Uniti, con persone
squilibrate come Trump che sembrano odiare tutti quelli che non
sono bianchi e allineati culturalmente con lui, ma non è così
che funziona il mondo”. Secondo Gere è “nostra responsabilità
prenderci cura gli uni degli altri: costa più energia non
aiutare che aiutare. Il nostro senso di sicurezza, la nostra
felicità e il nostro successo devono essere universali: ci siamo
dentro tutti insieme”.

   
Con accanto la moglie Alejandra Silva – conosciuta nel 2014 in
Italia e con la quale condivide attivismo e interessi –
l’attore, sempre più lontano dai riflettori di Hollywood ma
sempre in prima linea con le battaglie civili, torna a parlare
dello scontro avvenuto nel 2019 con l’allora ministro
dell’Interno Matteo Salvini che si era rifiutato di accogliere
un’imbarcazione con 147 migranti a bordo bloccata al largo delle
coste di Lampedusa: “Per me è molto difficile capire un
movimento di estrema destra conservatrice, soprattutto in un
Paese che è prettamente cristiano. In quelle ore non smettevo di
chiedermi cos’avrebbe fatto Cristo in una situazione del genere,
e il fatto è che Cristo accoglieva tutti come figli di Dio,
tutti. Non avrebbe detto: ‘Salvate solo le persone bianche,
quelle italiane o quelle cristiane’. Mi sembra abbastanza
ridicolo”.

   
Sull’accaduto la moglie Alejandra, ricorda: “Per puro caso
quando abbiamo sentito la notizia ci trovavamo in Italia, e lui
mi ha detto: “Devo fare qualcosa”. Avevamo appena incontrato
l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, per cercare di farle
capire la gravità della questione, e Richard è riuscito a
parlare con Pedro Sánchez dall’imbarcazione per chiedergli aiuto
al momento di accogliere tutte quelle persone. Credo sia stato
uno dei momenti più emozionanti al suo fianco”.

   
Sul numero di Vanity Fair in edicola dal 17 aprile e sul sito
vanityfair.it è disponibile l’intervista completa.

   

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I 100 anni del Luce, la storia degli italiani

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Più di 77.000 filmati e oltre 5 milioni di fotografie dagli inizi del Novecento ad oggi: è il patrimonio che comprende fra gli altri, documenti unici sul ventennio, sul dopoguerra e sul boom economico, fino ai nostri giorni, conservato dall’Archivio Luce, che raccoglie l’eredità dell’Istituto Luce fondato nel 1924. Un compleanno centenario che ci si appresta a festeggiare, con eventi come un film a episodi firmato fra gli altri da Susanna Nicchiarelli, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Michela Andreozzi e Sydney Sibilia; una mostra-evento che accoglie il pubblico a Cinecittà e il podcast Luce e Controluce.

“L’Archivio Luce è la biografia visiva del nostro Paese, uno strumento unico per tutti quelli che desiderano comprendere il passato per orientarsi nel presente” spiega la Presidente di Cinecittà Chiara Sbarigia, illustrando la rete di appuntamenti per il centenario, che continua ad arricchirsi. “Ci sarà anche un’iniziativa con il Luce a Francoforte per la Fiera del libro” anticipa la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni che sottolinea come l’Archivio Luce abbia “raccontato tutto il ‘900, c’è dentro una piccola parte di tutti noi. Il nostro compito è tutelarlo, e per questo è centrale la digitalizzazione (sarà completata entro il 2026, ndr), per evitare di perdere un pezzo della nostra storia” anche perché “penso la storia vada ricordata in tutte le sue accezioni anche le più più negative, per evitare di ripeterle”. Fondamentale anche “arrivare a poter riutilizzare questi archivi, nella chiave in cui lo fanno alcuni artisti ” e che ci sia l’utilizzo da parte degli studenti e dei ragazzi”. La prima iniziativa per il centenario è l’esordio del podcast “Luce e Controluce”, prodotto da Chora Media per Cinecittà e appena arrivato online con la voce narrante di Andrea Zalone, che si immerge nell’Archivio per una storia personale e collettiva a metà strada tra il romanzo distopico e il pamphlet storico. Otto cortometraggi, firmati anche da Massimiliano Bruno, Francesca Mazzoleni, Rocco Papaleo, andranno a comporre il film collettivo a episodi che per ora ha come titolo provvisorio “Cento anni di Luce”, sul filo conduttore della commedia italiana.

“Abbiamo trovato negli archivi moltissimo umorismo – spiega Michela Andreozzi che esplorerà il tema del femminile in commedia – gli speaker nel commentare i vari avvenimenti avevano una certa dose di di sarcasmo e cinismo”. Claudia Gerini negli archivi “ha colto temi come quello della sposa perfetta, della vacanza, il benessere raccontati in chiave ironica”. Susanna Nicchiarelli sta lavorando attraverso l’archivio sui mestieri femminili: “Nei filmati ci sono battute di un sessismo… oggi non si potrebbero più fare, non fanno nemmeno ridere, ma inserite in un contesto nuovo e diverso si può dare a quelle immagini un nuovo significato in relazione con l’oggi”. Inoltre sarà allestita e aperta al pubblico nel Teatro 18 a Cinecittà, lo studio di realtà virtuale dotato di un ledwall tra i più grandi d’Europa, una installazione evento e performance di Quayola per i 100 anni del Luce:. “Sarà uno studio delle relazioni fra passato, presente e futuro – spiega l’artista multimediale – da una parte è radicato nella tecnologia più sperimentale” e dall’altra nell’archivio, “una documentazione incredibile della nostra storia e del nostro folklore. Lo guardo come un generatore di potenziale nuova storia” Torneranno poi nelle sale, nel corso di una programmazione di 30 settimane, 15 film distribuiti da Luce Cinecittà diventati cult, come 2046 di Wong Kar-wai, Dancer in the dark di Lars Von Trier, Memento di Christopher Nolan e fra i titoli italiani Pane e tulipani di Silvio Soldini. Fra le altre iniziative, arriveranno 20 pillole sulla storia del Luce e altre 10 pillole colorizzate, tratte dai filmati in bianco e nero, per illustrare scene di vita quotidiana del nostro Paese nei decenni. In programma anche varie pubblicazioni, convegni e l’emissione un francobollo ad hoc.

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Cannes, alla Quinzaine coproduzione italiana sugli Yanomami (2)

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La selezione della Quinzaine
annunciata oggi vede come film d’apertura Ma vie ma gueule (This
Life of Mine) di Sophie Fillières (Francia) e poi À Son image di
Thierry de Peretti (Francia), Christmas eve in Miller’s point
di Tyler Taormina (Usa), Desert of Namibia di Yôko Yamanaka
(Giappone), East of noon di Hala Elkoussy (Égitto), Eat the
night
di Caroline Poggi & Jonathan Vinel (Francia), Eephus di Carson
Lund (Usa) al primo lungometraggio così come l’altro americano
Ryan J. Sloan con Gazer, Ghost cat anzu di Yôko Kuno & Nobuhiro
Yamashita (Giappone), Good one
di India Donaldson (Usa), primo film come quello dei taiwanesi
Chiang Wei Liang & You Qiao Yin
Mongrel, La prisonnière de Bordeaux di Patricia Mazuy (Francia),
Savanna and the mountain di Paulo Carneiro (Portogallo), Sister
midnight
di Karan Kandhari (India), Something old, something new,
something borrowed di Hernán Rosselli (Argentina), the
hyperboreans di Cristóbal León & Joaquín Cociña (Cile), The
other way around di Jonás Trueba (Spagna), To a land unknown di
Mahdi Fleifel (Palestina, Danimarca), Une langue universelle di
Matthew Rankin (Canada) e il film francese di chiusura,
Les pistolets en plastique di Jean-Christophe Meurisse.

   

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L'Italia a Cannes si fa piccola, è un'annata magra

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Italia up and down: un anno si ulula per lo squadrone, un anno siamo al lumicino. Si fa la fila a Parigi per vedere C’è ancora domani di Paola Cortellesi, non fosse altro per capire come un film d’esordio e in bianco e nero possa aver riportato il recalcitrante pubblico italiano in sala sfracellando gli incassi, ma poi al festival di Cannes, la vetrina del cinema mondiale, ritroviamo solo un titolo in gara per la Palma d’oro (Parthenope di Paolo Sorrentino) e uno a Un Certain Regard (The Damned di Roberto Minervini) che accoglie il cinema più sperimentale e di ricerca. La selezione de La Semaine de la critique ieri e quella della Quinzaine oggi hanno lasciato a bocca asciutta: quest’anno dal 14 al 25 maggio si fa il tifo per loro e per completare la squadra magra c’è da sperare in qualche bel nome italiano nella giuria del concorso presieduto da Greta Gerwig o in un evento-tributo con lezione di cinema inclusa.

Ad oggi questo è. Dirottati tutti sulla Mostra del Cinema di Venezia? Staremo a vedere cosa annuncerà Alberto Barbera per l’81/a edizione che si apre il 28 agosto, lo scorso anno furono ben sei in un concorso penalizzato dagli scioperi in America e in cui si volle certificare con orgoglio che il cinema italiano meritava ogni successo. Ora con Cannes si fa un passo del gambero: il cinema tricolore è in crisi? È morto o solo svenuto? La selezione di Cannes certifica anche un’altra importante declinazione del sistema audiovisivo: la produzione o coproduzione. Sempre più i produttori italiani, indipendenti o legati a grandi major, colgono opportunità anche all’estero o si fanno promotori di progetti che per chiudersi hanno bisogno di tante voci. È il caso di The Falling Sky alla Quinzaine sul popolo dell’Amazzonia con la regia dei brasiliani Eryk Rocha e Gabriela Carneiro da Cunha, e prodotto da Brasile e Italia. Il film è infatti una co-produzione Aruac Filmes, Hutukara Yanomami Association, Stemal Entertainment con Rai Cinema, in collaborazione con Le Film D’Ici, prodotto dagli stessi registi e da Donatella Palermo. C’è la potente testimonianza di Davi Kopenawa, sciamano e leader del popolo amazzonico Yanomami e il racconto del rituale funebre misterico “Reahu”, una cerimonia magica di evocazione che mobilita la comunità in uno sforzo collettivo per sorreggere il cielo e impedire che cada a causa dei comportamenti dei nape, i bianchi, e del mondo cosiddetto civilizzato. Il film è liberamente ispirato all’omonimo libro dello sciamano Yanomami Davi Kopenawa e dell’antropologo francese Bruce Albert, nato da una relazione trentennale tra i due. Ed è il caso di Limonov, il nuovo film del dissidente russo in esilio Kirill Serebrennikov, anteprima mondiale in concorso, al 77/o Festival di Cannes, ispirato al bestseller di Emmanuel Carrere, pubblicato in Italia da Adelphi, con Ben Whishaw nei panni di Limonov e Viktoria Miroshnichenko in quelli di sua moglie Elena. Viaggio attraverso la Russia, l’America e l’Europa durante la seconda metà del XX secolo, è prodotto da Mario Gianani e Lorenzo Gangarossa per Wildside, società del gruppo Fremantle, Fremantle con altri partner e uscirà in Italia distribuito da Vision.

L’Italia è in Marcello Mio in concorso, coproduzione Bibi Film e Lucky Red con Rai Cinema. TorinoFilmLab, laboratorio di alta formazione, è presente con cinque titoli (The Brink of Dreams di Nada Riyadh e Ayman El Amir, Mongrel è l’esordio di Wei Liang Chiang, All We Imagine as Light della regista indiana Payal Kapadia, Viet and Nam del vietnamita Minh Quì Trương e The Village Next to Paradise del regista somalo/austriaco Mo Harawe). Per completezza, alla Semaine c’è Asia Argento nel cast del francese Les reines du drame (Queens of Drama) di Alexis Langlois.

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Cattiverie a domicilio, lettere oscene e umorismo British

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Come ricordano puntualmente i titoli di testa di Cattiverie a domicilio, in sala dal 18 aprile con Bim-Lucky Red, questa storia è difficile credere sia vera, eppure lo è. Cast impeccabile di attori inglesi, regista talentuosa, Thea Sharrock al suo terzo lungometraggio, il tutto per una commedia piena zeppa di umorismo British.

Siamo nel 1922 in una delle tante cittadine affacciate sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Qui ci sono due vicine di casa che più diverse non potrebbero essere: Edith Swan (Olivia Colman), originaria del posto, profondamente conservatrice e succube del padre (Timothy Spall), e Rose Gooding (Jessie Buckley) turbolenta e sboccata immigrata irlandese. Così quando Edith e altre sue concittadine iniziano a ricevere lettere oscene piene di cose scurrili ed esilaranti, i sospetti ricadono inevitabilmente sulla politicamente scorretta Rose che viene così accusata del reato. Ma le lettere anonime continuano e alla fine scatenano una protesta popolare che scaturisce in un processo. Le donne, però, guidate dall’illuminata poliziotta Gladys Moss (Anjana Vasan), l’unica donna in un commissariato tutto maschile, cominciano ad indagare sul crimine, convinte che non sia affatto scontato che la colpevole sia Rose.

Quando lo sceneggiatore e attore comico britannico Jonny Sweet ha scoperto casualmente la vera storia di due vicine di casa in guerra e di una serie di lettere anonime oscene che mandarono in subbuglio l’intera nazione all’inizio degli anni ’20, ha capito subito che sarebbe stato un grande punto di partenza per scrivere la sua prima sceneggiatura cinematografica. “Ricordo che avevo l’adrenalina alle stelle perché stavo cercando proprio il tipo di storia che mi permettesse un trattamento originale e divertente, ma che avesse anche un significato profondo”, racconta Sweet. “L’epoca e le opinioni assurde della gente in quegli anni permettono di essere divertenti, ma al tempo stesso profondi, sorprendenti e moderatamente drammatici”, aggiunge. “Un insieme di toni che ho trovato assai allettante”. “Edith vive con la mamma e il papà ed è l’ultima di una vasta progenie, malgrado sia giunta anche per lei l’ora di lasciare il nido, non se ne andrà mai”, commenta invece Colman. “Curiosamente, dorme ai piedi del letto dei suoi genitori e tutti e tre possono ascoltare i gioiosi accadimenti nell’adiacente casa di Rose. Leggono spesso la Bibbia ed Edith è una cristiana molto devota”. Rose, al contrario, è un personaggio molto diverso, con delle sue complessità. “È irlandese, ha una figlia e ha anche un uomo molto attraente”, spiega Buckley. “È poi piena di energie e adora la vita. Ama andare al pub, giocare, fumare e bere e questo suo stile di vita è uno shock per Edith, che conduce al contrario una vita monacale”. “Ciascuna delle due donne vede nell’altra qualcosa che apprezza e vorrebbe per sé – conclude Buckley -. C’è, ad esempio, una parte di Edith, la sua tenerezza, che Rose amerebbe avere, mentre Edith vorrebbe al contrario l’impetuosità e la sfacciataggine di Rose”.

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Keanu Reeves dà voce a Shadow in Sonic – Il film 3

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Un attore di eccezione darà voce
ad un personaggio di eccezione. Secondo quanto riferisce
Variety, Keanu Reeves sarà la voce di Shadow in Sonic – Il film
3 (Sonic the Hedgehog 3). Oltre alla star di Matrix, nel cast ci
sono anche Ben Schwartz come Sonic, e Jim Carrey come il cattivo
Dr. Robotnik.

   
Shadow, un riccio nero e immortale, è una sorta di anti eroe
e spesso antagonista di Sonic. Il terzo capitolo della serie
sarà diretto, come i precedenti due, da Jeff Fowler. E’ previsto
nelle sale cinematografiche il 20 dicembre.

   

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Corti senza confine, arrivati 149 progetti per le due Gorizie

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Provengono dall’Italia e da Paesi
esteri come Slovenia, Spagna, Germania, Irlanda, Norvegia e ora
saranno valutati da una giuria di tecnici ed esperti presieduta
da Gabriele Salvatores. Sono i 149 progetti che hanno risposto
alla call “Corti senza Confine”, che rientra nel programma di
produzioni per GO! 2025 ideato dalla Direzione centrale cultura
e sport con l’obiettivo di realizzare, nei diversi ambiti della
cultura, prodotti originali che possano, anche in futuro,
testimoniare l’evento del 2025 e costituirne idealmente
un’eredità culturale.

   
Ai cinque cortometraggi vincitori sarà concesso un sostegno
economico nella misura massima di 100mila euro ciascuno. I
corti, della durata minima di 10 minuti e massima di 20,
dovevano avere come filo conduttore il racconto di una storia
originale e inedita legata al concetto di assenza di confine.

   
Da una prima analisi dei progetti, emerge che all’avviso
hanno risposto imprese di produzione cinematografica e
audiovisiva con sede in Friuli Venezia Giulia per il 20% e
nazionale/internazionale per il restante 80%, alcune note nel
panorama cinematografico. I cinque cortometraggi vincenti
dovranno essere realizzati e consegnati entro il 30 ottobre
2024, ma da parte di Fvg Film Commission potrà essere richiesto
a scopo promozionale un trailer entro il 15 agosto.

   
“Abbiamo voluto chiamare a raccolta gli sceneggiatori e i
registi perché, attraverso il cinema, volevamo
contemporaneamente promuovere la Capitale europea della cultura,
Nova Gorica-Gorizia, e lasciare come testimonianza un bene
immateriale destinato a permanere nel futuro. Siamo molto
soddisfatti e sorpresi dall’enorme adesione che il bando ha
riscosso avendo ricevuto oltre 140 progetti da diversi Paesi
europei”, sottolinea il vicepresidente del Fvg con delega a
Cultura e Sport, Mario Anzil.

   

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>ANSA-FOCUS/ Cattiverie a domicilio, lettere oscene e humour

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(di Francesco Gallo)
Come ricordano puntualmente i titoli
di testa di Cattiverie a domicilio, in sala dal 18 aprile con
Bim-Lucky Red, questa storia è difficile credere sia vera,
eppure lo è. Cast impeccabile di attori inglesi, regista
talentuosa, Thea Sharrock al suo terzo lungometraggio, il tutto
per una commedia piena zeppa di umorismo British.

   
Siamo nel 1922 in una delle tante cittadine affacciate sulla
costa meridionale dell’Inghilterra. Qui ci sono due vicine di
casa che più diverse non potrebbero essere: Edith Swan (Olivia
Colman), originaria del posto, profondamente conservatrice e
succube del padre (Timothy Spall), e Rose Gooding (Jessie
Buckley) turbolenta e sboccata immigrata irlandese. Così quando
Edith e altre sue concittadine iniziano a ricevere lettere
oscene piene di cose scurrili ed esilaranti, i sospetti ricadono
inevitabilmente sulla politicamente scorretta Rose che viene
così accusata del reato. Ma le lettere anonime continuano e alla
fine scatenano una protesta popolare che scaturisce in un
processo. Le donne, però, guidate dall’illuminata poliziotta
Gladys Moss (Anjana Vasan), l’unica donna in un commissariato
tutto maschile, cominciano ad indagare sul crimine, convinte che
non sia affatto scontato che la colpevole sia Rose.

   
Quando lo sceneggiatore e attore comico britannico Jonny
Sweet ha scoperto casualmente la vera storia di due vicine di
casa in guerra e di una serie di lettere anonime oscene che
mandarono in subbuglio l’intera nazione all’inizio degli anni
’20, ha capito subito che sarebbe stato un grande punto di
partenza per scrivere la sua prima sceneggiatura
cinematografica. “Ricordo che avevo l’adrenalina alle stelle
perché stavo cercando proprio il tipo di storia che mi
permettesse un trattamento originale e divertente, ma che avesse
anche un significato profondo”, racconta Sweet. “L’epoca e le
opinioni assurde della gente in quegli anni permettono di essere
divertenti, ma al tempo stesso profondi, sorprendenti e
moderatamente drammatici”, aggiunge. “Un insieme di toni che ho
trovato assai allettante”.

   
“Edith vive con la mamma e il papà ed è l’ultima di una vasta
progenie, malgrado sia giunta anche per lei l’ora di lasciare il
nido, non se ne andrà mai”, commenta invece Colman.

   
“Curiosamente, dorme ai piedi del letto dei suoi genitori e
tutti e tre possono ascoltare i gioiosi accadimenti
nell’adiacente casa di Rose. Leggono spesso la Bibbia ed Edith è
una cristiana molto devota”.

   
Rose, al contrario, è un personaggio molto diverso, con delle
sue complessità. “È irlandese, ha una figlia e ha anche un uomo
molto attraente”, spiega Buckley. “È poi piena di energie e
adora la vita. Ama andare al pub, giocare, fumare e bere e
questo suo stile di vita è uno shock per Edith, che conduce al
contrario una vita monacale”. “Ciascuna delle due donne vede
nell’altra qualcosa che apprezza e vorrebbe per sé – conclude
Buckley -. C’è, ad esempio, una parte di Edith, la sua
tenerezza, che Rose amerebbe avere, mentre Edith vorrebbe al
contrario l’impetuosità e la sfacciataggine di Rose”.

   

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Premi degli sceneggiatori a The Holdovers e American Fiction

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In sordina perche’ preceduti da
oltre un mese dai risultati degli Oscar, gli sceneggiatori di
Hollywood hanno premiato i loro pari: Holdovers – Lezioni di
Vita e American Fiction di Cord Jefferson tratto dal romanzo
“Erasure” by Percival Everett hanno vinto rispettivamente per la
migliore sceneggiatura originale (firmata da David Hemingson) e
il miglior adattamento cinematografico, mentre altri premi sono
andati a The Bear, Succession e Abbott Elementary.
L’ultima stagione della serie di Hbo sul clan dei Roy
liberamente ispirato alla famiglia di Rupert Murdoch ha vinto
due statuette sia nella categoria best drama che per la miglior
puntata. Premi della Tv sono andati anche a Beef di Netflix e
The Last of Us di Hbo.

   

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