Ultimo aggiornamento 8 Novembre, 2018, 12:33:10 di Maurizio Barra
TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
DALLE 13:00 DI MARTEDì 06 NOVEMBRE 2018
ALLE 12:33 DI GIOVEDì 08 NOVEMBRE 2018
SOMMARIO
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
Carrà, dal 30/11 l’album di Natale
In versione Cd, Lp, Deluxe Edition, Super Deluxe
haiBologna Children’s Book Fair a ShanghaiFiera cinese organizzata per la prima volta da BolognaFi
Andrea Fontana, Fake news cosa è reale?Hashtag,link,foto, meme, post costruiscono nostra idea di mondo
La guerra dell’eroe operaio LindonLeader sindacalista nel potente film di Brizé, in sala dal 15/11
La Chamber Orchestra of Europe in tourQuattro concerti a Vicenza, Reggio Emilia, Ferrara e Treviso
Miu Miu Croisiere firmata McLellanTeatro Hotel Regina a Parigi. Cast Kendall Jenner e Adriana Lima
Torna alla Guggenheim Impero della luceDopo esposizione a San Francisco. Visite guidate e per bimbi
Buio e luce, il mondo di PellegrinAl Maxxi Celant firma un’antologica sul pluripremiato fotografo
Anche Guccini nel nuovo album di VecchioniDuetto dedicato ad Alex Zanardi e alla sua forza d’animo
Zeffirelli, il suo Rigoletto per l’OmanNel 2020 a Muscat. Il Maestro, non ho intenzione di mollare
Save the duck, collezione su PaperinoPer marchio animal-friendly collaborazione con Disney stile ’80
Karl in Tokyo i manga ispirano LagerfeldDesigner in kimono e volto stilizzato, gatta Choupette come doll
Festival Ttv,omaggio a Romeo Castellucci’Theatron’ a Riccione con regista e autore dopo anteprima NY
Xi’an Symphony Orchestra in ItaliaDue date a Roma e Milano per il tour ‘Via della Seta’
Tedua, per l’hip hop un salto di qualitàIl rapper torna live con una scaletta rinnovata e sorprese sceniche
Tatangelo con Achille Lauro e Boss DomsInsieme per riarrangiamento Ragazza di periferia, in uscita 9/11
Herzigova modella i reggiseni Yamamay45 anni interpreta collezione Basic Innovative
Freeman e Travolta insieme per La Rosa VelenosaRiprese a Roma a novembre
Gioielli su misura di Ludovica AndreoniL.A. Jewellery 2018/19, collezione a tutto colore
Menocchio, ostinato mugnaio eretico del ‘500In sala dall’8 novembre il film di Fasulo già a Locarno e Annecy
Red Land, foibe e martirioFilm su Norma Cossetto, istriana violentata e uccisa nel 1943
Uomo e mito, al Whitney tutto WarholIn Usa è la prima retrospettiva in trent’anni
Moda: cappotti-kimono creati detenute’Inverni’, la nuova eco-collezione di Sartoria SanVittore
Cotroneo e cancellazione delle coscienzeIl vitalismo di un tempo e l’oggi in ‘Niente di personale’
Spettacolo con band di Fresu e MuscatoDomani prima assoluta della produzione dello Stabile di Bolzano
A Parma mostra Avanguardie in GermaniaQuaranta opere dal 10 novembre al Palazzo del Governatore
Esce ‘Birthday’, primo singolo MecozziViolinista e polistrumentista dal 2009 al fianco di Einaudi
Cinema: Menocchio, ostinato mugnaio eretico del ‘500In sala dall’8 novembre il film di Fasulo già a Locarno e Annecy
Renato Zero annuncia “Alt in tour”Il 30 novembre, contiene registrazione ad Assago del 7/1/2017
A teatro, Lavia-Borkman e Pecci-PascalDal set alla scena, Fronte del porto e Gli onesti della banda
Quattro donne ai fornelli per Belle ripieneBrescia, D’Aquino, Lanfranchi, Sardo in commedia regia di Piparo
Simply Red, esce Symphonica in RossoConcerti a Ziggo Dome di Amsterdam con orchestra di 40 elementi
Haenel, mio romanzo tra Melville-CiminoIn Italia con Tieni ferma la tua corona, spunta anche la Huppert
Bernini, la pietra che racconta la vitaFocus nel film sul legame tra l’artista e la Galleria Borghese
Cosa non fare per trovare un fidanzatoI consigli sentimentali di La Pina e Federico Giunta alle donne
Al Met di NY il potere del gioiello230 straordinari pezzi per riflettere sul perché ci adorniamo
Giacomo a teatro senza Aldo e Giovanni’Fare un’anima’ il monologo in scena a Milano dal 15 novembre
Occidentalismo e arte nei kimono40 pezzi dal 1900 al 1950 nel Museo della Moda di Gorizia
Tatu-Art, il ‘manifesto’ dei tatuatoriNel Museo Macro a Roma il 16 e 17 novembre a cura di Marco Manzo
Franco Battiato ricompare sui socialLuca Madonia pubblica una foto sul suo profilo Facebook insieme con l’amico a tavola
Girone, ‘Ho avuto tumore c’è chi ha detto stavo morendo’L’attore si racconta nel programma di Caterina Balivo
Gassmann, Il Grinch siamo tutti noiL’attore voce protagonista nel film animato nelle sale dal 29/11
Marco Bocci, da regista racconto la vera periferiaEsordio con Erre11 con Di Rienzo, Sartoretti e Liskova
Verga si fa moderno con Mogol, Bella e FerrettiAl Bellini, dal 9 al 18 dicembre in prima assoluta la Capinera
Giro d’archivio per Guess JeansRitorno a stile boscaiolo. Foto di Currepted Mind al rapper Wes
Haenel, il mio romanzo anarchico tra Melville e CiminoIn Italia con Tieni ferma la tua corona, spunta anche la Huppert
L’Amarcord di Virzì nel segno di ScolaCon Notti magiche racconto il cinema in commedia dei maestri
People incorona Idris Elba uomo più sexyAttore britannico star serie tivù The Wire
Tff, attesa per film Sgarbi e AngiusRassegna dal 23/11, con opere di Marielle Heller e Cosmatos
Gassmann, i cialtroni pericolo maggioreDoppia Il Grinch in versione animata, in sala dal 29 novembre
Lindon, troppa ricchezza nelle mani di pochiEsce “In guerra”. Regista Brizé “Per risvegliare le coscienze”
Giffoni, Gubitosi alla Federico IIIl direttore del festival, le idee non hanno confini
Milano e il cinema, un secolo di storiaA Palazzo Morando rapporto tra città e industria cinematografica – Il ritorno di Ötzi diventa un film
Diretto da Gabriele Pignotta, interamente girato in Alto Adige
Il ritorno di Ötzi diventa un film
Diretto da Gabriele Pignotta, interamente girato in Alto Adige
I 65 anni di Missoni che punta alla CinaSky Arte celebra maison. Rosita, restiamo artigiani
Il viaggio di Baldini, 30 foto in mostra’A Tour not so Grand’ dal 9/11 alla Fondazione Gajani di Bologna
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
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L’ARTICOLO
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
Uscirà venerdì 30 novembre ‘Ogni volta che è Natale’ (Sony Music), l’album di canzoni natalizie di Raffaella Carrà, che lo presenterà al pubblico in due eventi instore: sabato 1 dicembre a Milano (Mondadori Megastore, ore 17, piazza Duomo) e giovedì 6 dicembre a Roma (Porta di Roma, ore 17, via Alberto Lionello). L’album, che segna l’atteso ritorno discografico dell’artista, sarà disponibile in quattro edizioni speciali: Standard version, CD (conterrà 9 brani classici del Natale interpretati da Raffaella e un inedito, dal titolo ‘Chi l’ha detto’); Deluxe Edition, 2CD (CD standard + disco bonus con 19 hit dell’artista); LP (conterrà i brani del CD standard e si presenterà in due “colorazioni”: silver limited edition e white) e Super Deluxe (composta da un 45 giri con un particolarissimo formato a stella, i 2 CD della deluxe version, + un portachiavi con gli ‘auguri’ di buone feste di Raffaella Carrà).
– BOLOGNA
– Bologna Children’s Book Fair (Bcbf) arriva in Cina: dal 9 all’11 novembre a Shanghai BolognaFiere – tra i principali organizzatori fieristici europei e fondatore della Fiera del libro per ragazzi, appuntamento leader mondiale per la comunità professionale di questa editoria – porterà i suoi contenuti di eccellenza in qualità di nuovo organizzatore dell’unica manifestazione fieristica nella regione dell’Asia-Pacifico interamente dedicata ai libri per bambini e ragazzi.
E’ la seconda volta nel 2018 che BolognaFiere conferma il proprio ruolo di leadership nel settore al servizio di mercati esteri, dopo il successo della prima edizione della New York Rights Fair, evento professionale Usa interamente dedicato al mercato del copyright e alla distribuzione dei contenuti per adulti e ragazzi, organizzato insieme a partner americani.
Per questa prima edizione in collaborazione, Bcbf è riuscita a traghettare in Cina molti espositori di Paesi che non erano mai stati alla China Shanghai International Book Fair (Ccbf) e farà arrivare oltreoceano anche le eccellenze mondiali dell’illustrazione e dell’editoria per ragazzi, con conferenze e seminari per parlare di editoria, digital, pensiero innovativo, lettura e cultura del libro.
“Essere organizzatori di Ccbf offre a BolognaFiere – commenta il direttore commerciale Marco Momoli – la grande opportunità di creare una piattaforma davvero globale per lo scambio di copyright. Vediamo le due fiere di Bologna e Shanghai come eventi assolutamente complementari, e fare in modo che quello cinese si consolidi come l’appuntamento imperdibile per conoscere cosa accade nel mercato dei contenuti per bambini nella regione dell’Asia-Pacifico è, in questo ruolo, il nostro compito principale”.
– ANDREA FONTANA, ‘FAKE NEWS: SICURI CHE SIA FALSO?’ (Hoepli, pag. 104, euro 24,90).
Hashtag, link, immagini, brevi post e meme: sono questi i bit informativi che costruiscono la nostra idea di mondo. Ne parla il sociologo Andrea Fontana, Premio Curcio alla cultura 2015, nel suo nuovo libro ‘Fake news: sicuri che sia falso?’, in uscita il 9 novembre per Hoepli. Al centro del volume le Fake news, che per Fontana “sono state tradotte nel dibattito italiano in un modo non funzionale, perché fake non significa falso ma inventato. Le fake news, poi, possono essere sbagliate, strumentalizzate o ostili ed è una suddivisione importante perché ci consente di capire come affrontare il fake”. Un altro aspetto su cui si sofferma l’autore è quello della Fakeability, dell’invenzione immaginifica: “in questi anni – spiega – c’è stato un passaggio importante da una conoscenza istituzionale, quella fornita dal partito, dalla chiesa o dalla scuola a una conoscenza costruita a livello personale, autobiografico. La conoscenza istituzionale se l’è giocata malissimo e oggi crediamo più a una persona sui social che a quanto dicono la Nasa o l’OMS”.
Attenzione però: “il mondo del fake riguarda anche la dimensione di supremazia geopolitica: ci troviamo in un mondo dove la finzione viene usata come arma in guerre ibride per il controllo delle risorse, che si combattono a livello finanziario e sociopolitico”. Ecco quindi il fake usato come strumento per cambiare l’agenda politica di un Paese, come nel caso delle armi di distruzioni di massa in Iraq.
Bisogna quindi arrivare alla consapevolezza che “tutto è costruito: persino il piatto che postiamo sui social non è quello che abbiamo mangiato, perché è accompagnato da un hashtag e da un filtro. Qualsiasi cosa che vediamo – riflette Fontana – è filtrata e questo ci dovrebbe dare il distacco necessario per riflettere”. Ci sono poi elementi che accendono un faro sulla comunicazione più costruita, come l’eccessiva ridondanza, la ripetizione, l’emotività spinta. Uscire da questo flusso non è possibile ma “bisogna esserne consapevoli e scegliere bene la propria area di credenza. Viviamo in un continuum mediatico, soprattutto di natura soggettiva, anche da parte delle istituzioni e per questo – suggerisce il docente dell’università di Pavia – dobbiamo diventare bravi a capire quanto la conoscenza sia strumentalizzata e quanto più simile a realtà”.
Può essere utile conoscere e seguire la regola delle 3C: contenuti, connessioni e contesti. Il contenuto è il prodotto, il contesto è utile per capire se c’è un intento di manipolazione, le connessioni – come quella tra foto e testo – servono a capire se c’è l’intento di focalizzare o distogliere l’attenzione da qualcosa. E se ancora non bastasse, ecco gli antidoti consigliati da Fontana: libri di fantascienza stile Philip Dick, serie tv distopiche come Black Mirror. Utili a ricordarci che già oggi “non viviamo nel reale, ma nel “realistico” – il racconto mediato e mediatico del reale che con link, post, hashtag, filtri, immagini e meme definisce il campo di realtà consensuale in cui viviamo”.
– Vincent Lindon, tre anni dopo il premio per la migliore interpretazione maschile per La loi du marché al festival di Cannes, torna al cinema con un ruolo forte e molto simile, diretto dallo stesso regista, Stephane Brizé e ancora una volta dedicato alla crisi economica, al lavoro, ai rapporti operai/padroni. Lindon, 58 anni, è di una efficacia eccezionale, riesce a dare un volto appassionato, nervoso, vitale all’operaio sindacalista in lotta contro la chiusura della fabbrica e la delocalizzazione. E’, come dice il titolo, In Guerra (En Guerre). Il film, dopo Cannes, arriva in sala in Italia con Academy Two il 15 novembre.
Il film mette in scena, con dialoghi serrati, ritmo da thriller e montaggio originale, impronta da inchiesta tv, una storia esemplare, la stessa che si è vista tante volte in Italia e in Europa e che ha a che fare con la globalizzazione del mercato, gli accordi tra stati che passano sopra le teste dei lavoratori, il concetto tutto capitalistico di chiudere una fabbrica per aprirla dove i costi del personale sono la metà e più, le statistiche che si possono leggere in tutti i modi, le persone che diventano numeri.
Un film politico, nel senso proprio del termine: la lotta di Laurent Amedeo, leader sindacalista che guida gli operai che scioperano per impedire che l’industria in cui lavorano venga chiusa, diventa sempre più una guerra, con battaglie vinte, cambi di fronte, piccole vittorie, giganti sconfitte. Con lui ci sono 1100 persone e rispettive famiglie decise ad andare avanti fino in fondo, a chiedere il supporto dell’Eliseo, della corte di giustizia, degli operai di altre fabbriche pur di avere un confronto con il Ceo dell’industria di stanza in Germania, un manager che ha avuto pure lo stipendio aumentato per gli ottimi dividendi e che non sa giustificare la chiusura se non con quella solita drammatica frase, è il mercato che lo chiede.
L’unità dei lavoratori, dopo tre settimane di sciopero e presidio, vacilla quando cominciano le sirene del padrone di una buonuscita ai lavoratori che accettano di riprendere il lavoro per concludere gli ordini già firmati. Laurent, non senza contrasti, prova a resistere: uniti si vince e non per ciascuno operaio ma per tutti, una vittoria in quella fabbrica può diventare simbolo in altri luoghi. Malgrado gli sforzi, tutto però è destinato ad una brutta fine. L’ispirazione è in parte ad una storia vera, quella di Xavier Mathieu, leader sindacale della Continental.
– FERRARA
– La Chamber Orchestra of Europe, considerata da molti ‘la miglior orchestra da camera del mondo’, torna in Italia per un tour di quattro serate che si aprirà il 9 al Teatro Comunale di Vicenza e proseguirà il 10 al Valli di Reggio Emilia, l’11 al Comunale di Ferrara e il 12 a quello di Treviso. Il complesso, fondato da Claudio Abbado nel 1981, è stato per molti anni Orchestra in residence di Ferrara Musica e con l’associazione estense mantiene ancora un intenso rapporto di collaborazione, cosa che succede anche col teatro trevigiano, dove torna per il terzo anno di seguito, e con quello di Reggio dove chiuderà la stagione a maggio. Sarà guidata dal danese Nikolaj Znaider che sostituisce Andrés Orozco-Estrada vittima di un incidente e costretto all’immobilità. Znajder, celebre soprattutto come violinista, sarà impegnato con una locandina in parte cambiata rispetto a quella annunciata e ora composta dal Concerto per violino e orchestra in re maggiore di Beethoven e dalla Sinfonia N. 7 di Dvořák.
– Un hotel è un luogo di continui incontri e interazioni, una destinazione e insieme un punto di partenza, la soglia tra ciò che è familiare e ciò che è ancora ignoto. Nelle camere e nelle suite di un albergo, nel labirinto dei suoi vestiboli e corridoi, si possono vestire e sfilare i panni di personaggi diversi, assumere ruoli e scambiarseli. Un hotel è uno spazio aperto per reinventarsi. Il punto di convergenza è rappresentato dal grande spazio pubblico della hall o foyer, un palcoscenico che fa da sfondo allo scambio e di diversi personaggi. La campagna Miu Miu Croisière 2019 coglie questo spirito di cambiamento, intrighi, interazioni. Donne con percorsi di vita diversi modelle, star del cinema incrociano le loro strade all’entrata del foyer dorato dell’Hotel Regina, a Parigi. Protagoniste degli scatti di Alasdair McLellan sono infatti l’attrice Gwendoline Christie e le modelle Lucan Gillespie, Taylor Hill, Kendall Jenner, Adriana Lima, Ariel Nicholson, Cami You Ten, Zoe Thaets, Naomi Chin Wing.
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
VENEZIA
– Sarà nuovamente esposto dal 7 novembre il capolavoro di René Magritte “L’impero della luce” (1953-54), tra le opere della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia più amate.
A fine aprile il quadro dell’artista belga aveva lasciato Palazzo Venier dei Leoni per essere esposto in occasione della mostra “René Magritte: The Fifth Season” al San Francisco Museum of Modern Art. L’esposizione ripercorreva la seconda metà della carriera di Magritte, dal 1943 al 1967 circa, riunendo opere provenienti da tutto il mondo per celebrare il talento del pittore a oltre cinquant’anni dalla scomparsa.
In occasione del ritorno “a casa” de L’impero della luce, fino al 15 novembre il museo offre tutti i giorni alle ore 17.00 presentazioni gratuite al pubblico dedicate all’opera, con partecipazione libera previo acquisto del biglietto d’ingresso.
Domenica 25 novembre anche i bambini potranno conoscere i segreti dietro la tela con il “Kids Day Giochi di luce con René Magritte”.Infine il 21 novembre, in concomitanza con la Festa della Salute e la Settimana dei veneziani (16-21 novembre), si celebrerà il 120/o anniversario di nascita dell’artista.
Tra il 1948 e il 1964 Magritte dipinge almeno 18 versioni della stessa opera, oggi conservate in musei come il Moma a New York e il Musées des Beaux-Arts de Belgique a Bruxelles. Quella acquisita da Peggy Guggenheim è tra le più grandi e, senza dubbio, tra quelle di maggiore successo. Viene esposta per la prima volta nel Padiglione del Belgio durante la XXVII Biennale di Venezia del 1954 e nell’ottobre di quello stesso anno Peggy l’acquisisce dall’artista.
– Il deserto dell’Iraq. I volti dei soldati. Con gli scatti uno accanto all’altro, così vicini che sembra di vederli muovere. Di sentire gli spari, la corsa di chi cerca riparo, la sgommata di una camionetta. Gli anfibi che inciampano, senza più scampo. E’ la battaglia di Mosul del 2016, che esplode in tutta la sua potenza, quasi come una Guernica contemporanea, ad aprire il viaggio nel mondo visto attraverso gli occhi, e l’obiettivo, di Paolo Pellegrin. Pluripremiato membro di Magnum Photo, 10 volte World Press Photo Award, fino al 10 marzo il Maxxi racconta la sua opera in ‘Paolo Pellegrin. Un’antologia’, personale a cura di Germano Celant che corre tutta sul contrasto tra il buio e la luce.Esposte, oltre 150 immagini, con numerosi inediti e alcuni video, che dopo due anni di lavoro sul suo archivio rimettono insieme due decenni anni di scatti, dal 1998 al 2017. “Ho incontrato relativamente tardi la fotografia – racconta Pellegrin – Giocavo a scacchi, facevo architettura, anche se non ero troppo convinto. Poi ho scoperto la fotografia e non l’ho più lasciata. Anzi, sono piuttosto prolifico nel mio lavoro. Questa è la prima volta che mi impongo di fermarmi, guardare indietro e trovare punti che attraversano quello che ho fatto”. Al centro degli scatti – che Celant mette volutamente in dialogo fra loro con anche un muro immenso di provini, portfolio, appunti – ci sono gli uomini e con loro le guerre, le emergenze umanitarie. Pellegrin ha viaggiato tutto il mondo raccontando Gaza, Beirut, Guantanamo, i quartieri neri in rivolta negli Stati Uniti, la solitudine dei migranti in attesa di essere registrati a Kos e Lesbo, lo sguardo basso di tre prigionieri dell’Isis, pronti al processo. E’ il buio. Poi, la luce, con il bianco assoluto e rarefatto dei ghiacciai dell’Antartide che stanno morendo, immortalati per la NASA.”E’ una mostra su Paolo Pellegrin, ma anche sui linguaggi della fotografia – spiega Celant – Non è solo una storia di contenuti, ma anche il tentativo di mostrare il mondo che lui ha vissuto, non solo il racconto ma come accade, gli effetti della guerra sulle popolazioni e su Pellegrin, l’osmosi tra soggetto e fotografo”. “Pellegrin – aggiunge la presidente della Fondazione Maxxi, Giovanna Melandri – ha scrutato i conflitti e drammi del nostro tempo, in tutti gli angoli del mondo, senza mai additare colpevoli né vittime. E paradossalmente, in un tempo in cui purtroppo quasi siamo assuefatti a vedere tanti orrori e violenza, proprio questa mancanza di identificazione colpisce molto più di una foto di denuncia”. “Ho sempre pensato alla fotografia come a un dialogo”, spiega il fotografo, che sabato alle 18.30 al Maxxi sarà protagonista anche di un incontro con Zerocalcare, cui il museo dedica la personale ‘Scavare fossati – Nutrire coccodrilli’, dal 10 novembre al 10 marzo. “Non cerco mai di spiegare a qualcuno come la penso – prosegue – I miei sono pensieri aperti, sensazioni, e le fotografie diventano il ponte con l’altro”. Tra gli scatti, c’è anche Roma. Non quella di San Pietro o del Colosseo. Ma di una bimba che gioca tra le baracche, a casa della nonna. E la prima parte del Polittico su L’Aquila, assaggio dell’opera commissionata per l’apertura del futuro Maxxi L’Aquila nel 2019.
Il ritorno sulla scena musicale di Francesco Guccini che, per la prima volta, duetta con Roberto Vecchioni nel singolo ‘Ti insegnerò a volare’, ispirato al grande Alex Zanardi, in radio dal 6 novembre: è uno dei gioielli contenuti nel nuovo album di Vecchioni intitolato ‘L’Infinito’, prodotto da Danilo Mancuso per DME e distribuito da Artist First. Il concept album, che racchiude 12 brani inediti, con musica e parole del cantautore, sarà disponibile dal 9 novembre in formato CD, ma non saranno in vendita online singoli pezzi, per una precisa scelta artistica.
Tra le tracce, che celebrano l’umanità e la vita, spiccano anche la presenza di Morgan (“Ha iniziato a scrivere canzoni dopo essere venuto ad un mio concerto con suo padre”, racconta Vecchioni) ed un pezzo struggente dedicato alla mamma di Giulio Regeni.
“Sono vecchio, ma non ho intenzione di mollare. Sono contento di tutto ciò che ho fatto: nella vita niente mi è stato regalato, ho dovuto lavorare molto”. Con la voce che è meno di un soffio, ma con gli occhi che mostrano ancora il carattere di un leone, Franco Zeffirelli, 96 anni a febbraio, non ha voluto rinunciare a parlare, anche se per pochi secondi, ai tanti accorsi nella sua splendida casa romana in occasione della presentazione del Rigoletto che con la sua regia approderà nel 2020 in Oman sul palco della Royal Opera House di Muscat.Il famosissimo dramma di Verdi celebrerà infatti il 50/o anniversario del regno di Sua Maestà Sultan Qaboos bin Said Al Said inaugurando la stagione 2020-2021, la decima della Royal Opera House, dal 2014 diretta da Umberto Fanni. Sarà uno spettacolo che rispecchierà la visione estetica di Zeffirelli, tra tradizione e magnificenza, in un teatro simbolo dell’identità culturale dell’Oman capace di coniugare lo stile arabo all’acustica eccellente e alle più moderne tecnologie e che proprio lo stesso Maestro ha tenuto a battesimo con la sua Turandot nell’ottobre del 2011. La nuova produzione di Rigoletto vedrà al lavoro lo stesso team della Turandot: lo storico assistente alla regia di Zeffirelli, Stefano Trespidi, l’assistente scenografo Carlo Centolavigna e il costumista Maurizio Millenotti saranno impegnati in un grande allestimento, realizzato in collaborazione con Fondazione Arena di Verona per le scenografie, Fondazione Teatro dell’Opera di Roma per i costumi e in partnership con la Fondazione Franco Zeffirelli. Al progetto aderiscono in qualità di coproduttori il Teatro Nazionale dell’Opera della Lituania e il Teatro Nazionale Croato di Zagabria.Uno spettacolo internazionale dalla forte impronta italiana quindi, che Zeffirelli avrebbe voluto realizzare già da tempo: un’opera in cui, nel rispetto di Verdi, far sposare le sue scenografie, ampie e imponenti, con l’attenta focalizzazione sulla psicologia dei personaggi. “Il Maestro pensò a questo spettacolo già 10 anni fa, subito dopo aver preparato la Turandot. Ad ispirarlo era stata la magnificenza del teatro di Muscat, un esempio di innovazione nella tradizione, poi però il progetto venne messo da parte”, spiega Pippo Corsi Zeffirelli, vicepresidente della Fondazione Franco Zeffirelli, “due anni fa è arrivata la proposta di realizzarlo. Per fortuna il Maestro aveva già fatto i bozzetti e pensato tutto lo spettacolo: ora sarà sviluppato dal suo assistente”.Malato da anni, anche in seguito alle complicazioni per un’operazione al femore nel 1999 a Los Angeles, Zeffirelli non ha mai smesso di esercitare la propria creatività: “Ancora sogna di lavorare, è questo che lo tiene in vita, anche se il suo cuore funziona al 30%”, prosegue Pippo Corsi Zeffirelli, “la malattia forse è stata una fortuna. Lavorava tantissimo, beveva e fumava: non credo sarebbe ancora vivo se non avesse avuto problemi di salute, perché almeno da 20 anni è sotto controllo medico. Certo, da quando è malato non ha fatto più cinema, ma ha proseguito il teatro. Il suo è un patrimonio artistico straordinario: per questo a Firenze c’è la sua Fondazione, con oltre 400 bozzetti, e tutti i suoi lavori. Abbiamo ancora diversi progetti del Maestro da realizzare: forse lo faremo in futuro”. “Il Maestro Zeffirelli ha giocato un ruolo chiave nella storia della Royal Opera House Muscat”, afferma S.E. Rawya Saud Al Busaidi, ministro dell’Alta Educazione dell’Oman e presidente del Consiglio di Amministrazione del teatro. “Produrre il Rigoletto del Maestro Zeffirelli, nell’anno più importante della storia dell’Oman, sono sicura innescherà ulteriori ampie ricadute in termini di turismo culturale”.
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
NOV – Save the Duck, marchio di piumini e capospalla animal-friendly, lancia una capsule collection dedicata al papero più famoso del mondo, Donald Duck e alla sua compagna Daisy Duck. I nuovi modelli sono per uomo, donna e junior, caratterizzati da uno stile anni Ottanta, vestibilità over ed un’esplosione di colori ispirata alla palette dei fumetti Disney, evidenziata da fodere a contrasto: il verde scuro è ravvivato dal viola, il nero dall’azzurro ed il viola dal rosso, abbinati anche giallo, bianco e azzurro, colori di Paperino. La collezione ha un carattere urbano e guarda al mondo della street fashion. All’interno delle giacche un dettaglio prezioso: Disney ha disegnato una storia a fumetti in cui Donald e Daisy Duck “salvano le penne”. Infatti anche questa collezione conta sull’utilizzo dell’imbottitura 100% animal-free.
– Karl Lagerfeld lancia la collezione Karl in Tokyo, che vede come tema ispiratore i cartoni manga, reinterpretati dall’occhio sofisticato e ironico dello stilista.
Nella grafica della collezione, lo stesso Karl è raffigurato in un classico kimono e volto stilizzato, mentre l’amata gatta del couturier Choupette è dipinta come una bambola Daruma, tipica wishing doll giapponese.
La collezione, realizzata in felpa, velluto, seta o bouclé jacquard include, oltre al capi ready to wear, piccoli accessori, peluche in cashmere, cover per passaporto e cellulari, portafogli e un marsupio che si trasforma in un piccolo portamonete. A completare i look, il dettaglio delle cinture obi. Diverse le sfumature indigo del denim.
– RICCIONE (RIMINI)
– Concluso il 24/o Riccione Ttv Festival, una coda importante è lunedì 12 novembre con un omaggio al regista Romeo Castellucci, cofondatore della Societas Raffaello Sanzio, storica compagnia della ricerca italiana più conosciuta all’estero. Al Cinepalace è in programma alle 20.30 il film ‘Theatron’ che Giulio Boato ha dedicato alla sua attività creativa, dopo l’anteprima al Martin Segal Theatre Center di New York. Autore e regista sono annunciati alla serata. Regista, scenografo, disegnatore di luci e costumi di oltre un centinaio di spettacoli, opere liriche comprese, Castellucci viene presentato in 25 anni di lavoro (1992-2017): ‘Theatron’ alterna materiali d’archivio, riprese delle prove e di tournée, commenti di Romeo e Claudia Castellucci, cofondatrice della compagnia cesenate, a testimonianze di drammaturghi, compositori, coreografi, critici e attori, compresi Pascal Rambert, Scott Gibbons e Willem Dafoe, protagonista con la Societas di The Minister’s black veil (Il velo nero del pastore).
– La Xi’an Symphony Orchestra (XSO) con il suo tour dal titolo evocativo “Via della Seta” sarà in Italia nel mese di novembre 2018, con due concerti a Roma (il 22 novembre alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica) e a Milano (il 24 novembre al Teatro dal Verme).
Xi’an, la città del famoso Esercito di Terracotta, è stata l’origine della Via della Seta che nell’antichità collegava l’Impero Cinese e l’Impero Romano e che portava attraverso itinerari terrestri, marittimi e fluviali fino al mondo occidentale, alla città di Roma: due città, punto di partenza e di arrivo della Via della Seta, e tra le quattro città più antiche del mondo. La Via della Seta attuale è un progetto che vuole diventare il simbolo di una nuova era di scambi culturali tra Cina e Occidente. Il tour italiano della Xi’an Symphony Orchestra fa parte di questo progetto che ha il fine di portare il fascino della musica contemporanea cinese a un pubblico occidentale.
– Una scaletta rinnovata, sorprese sceniche e l’esperienza di trenta date estive alle spalle: questo porta Tedua nel tour invernale di ‘Mowgli’, partito il 31 ottobre. “Ci sono alcune piazze che non avevamo toccato e altre più grandi in cui porteremo tutta la scenografia – spiega il rapper genovese – Non ci sarà la giungla del precedente show, ma una sorpresa. Sicuramente mi porto dietro l’esperienza accumulata, dall’uso del diaframma ai movimenti sul palco. E’ nella mia indole la confidenza con il palco, anche da bambino stavo sempre al centro dell’attenzione! Ma voglio ancora dare tantissimo, specie nel ballo: chissà che in futuro non riesca a cantare con le coreografie come una popstar?”.Una transizione è in arrivo: “Ci sta per essere un bel cambiamento: Chris Nolan sta costruendo un nuovo studio di registrazione, sarà la nostra base dove conto di andare nei prossimi mesi”. Anche il suo stesso genere è in evoluzione: “L’hip-hop può fare un salto di qualità senza tradirsi, senza filtri, come Guccini e De André che non andarono a Sanremo”. Per questo Tedua guarda ai modelli francesi come Booba, dal cui show si è lasciato ispirare: “Ci sarà un mash-up di vecchi brani, quelli più importanti per i miei fan e vecchi successi, 10 minuti dedicati a 7-8 brani miscelati uno con l’altro, mixati appositamente da Chris Nolan, che si aggiungono ai 15-20 della scaletta”.Le prossime tappe di Tedua saranno il 10/11 a Collesalvetti (Livorno), il 23 al Duel di Napoli, il 1 dicembre all’Alcatraz di Milano, l’8 a Lugano, il 22 al Vox Club di Nonantola (Modena), il 23 a Forte Dei Marmi (Lucca), il 29 al Circolo degli Illuminati di Roma, il 5 gennaio a Marsala (Trapani), il 12 al Viper di Firenze e il 19 a Modugno (Bari).
– Anna Tatangelo torna a cantare Ragazza di Periferia, una delle sue canzoni più celebri che le regalò il terzo posto nella categoria Donne al festival di Sanremo del 2005, in collaborazione con Achille Lauro e Boss Doms. Il brano riarrangiato è disponibile dal 9 novembre (GGD Srl/Sony Music).
Due mondi apparentemente distanti, si incrociano e si mescolano sotto il segno delle origini comuni, quelle della periferia.
A 13 anni dal suo debutto al Festival, “Ragazza di periferia” viene rivestita dallo stesso Lauro, in team col fedelissimo Boss Doms, di nuove sonorità. A suggellare la nascita di questo nuovo percorso, il 7 novembre Anna sarà ospite sul palco del concerto di Achille Lauro all’Alcatraz di Milano.
– Yamamay lancia la collezione Basic Innovative con tre diverse linee (Sculpt Light, Principessa e Space) in tessuti studiati per rendere i suoi reggiseni confortevoli e leggeri e sceglie come testimonial non una giovane e sconosciuta modella dalle belle forme, ma una delle più iconiche e desiderate top model di sempre, Eva Herzigova.
Scoperta a soli 16 anni, la Herzigova, ora 45enne, bionda e dotata di una carica sensuale non comune, divenne universalmente celebre proprio grazie alla pubblicità di un celebre reggiseno. Chi meglio di lei deve aver pensato la Yamamay poteva interpretare la nuova collezione che punta proprio sulle qualità dei nuovi reggiseni, performanti e modellanti. Sono passati 24 anni da quando Eva appariva su tutte le riviste del mondo in reggiseno, ma la supermodella di origine ceche, tre volte mamma, con le sue curve morbide e il volto angelico, può essere considerata ancora l’immagine delle donne che vivono la propria bellezza senza condizionamenti di età, libere di essere se stesse.
– Morgan Freeman e John Travolta insieme per La Rosa Velenosa, le cui riprese sono previste anche a Roma. Con loro anche la protagonista della saga di X-Men, Famke Janssen. La regia è affidata a George Gallo, Francesco Cinquemani e Luca Giliberto. Il film è prodotto da Iervolino Entertainment in collaborazione con Ambi Media Group di Iervolino e Monika Bacardi e Tatatu.La storia è ambientata negli anni ’70. Carson Philipps (Travolta) è un investigatore privato intento a scappare da alcuni scagnozzi di Los Angeles, dopo aver strappato Violet, figlia del boss locale, dalle grinfie del padre e averla aiutata a scappare. Per sfuggire da chi lo vorrebbe morto, accetta un caso lontano da Los Angeles, imbattendosi in un losco giro di scommesse clandestine che coinvolge il mondo del football, l’ambiguo Dott. Mitchell e Doc (Freeman), un potente boss della zona. “Porteremo nuovamente il cinema di Hollywood in Italia, proseguendo la nostra tradizione di produrre i nostri film nel nostro Paese”, commenta Iervolino. Infatti le riprese del film, una cui parte è stata girata in Georgia nei mesi scorsi, proseguiranno in Italia, a Roma.Nella storia le cose si complicano quando il quarterback della squadra locale, idolo della città, muore in campo durante una partita e la principale sospettata diventa Becky, la giovane moglie. Becky è anche la figlia di Jayne (Jenssen), la donna che Carson ha sempre amato e che aveva abbandonato vent’anni prima. Carson scopre ben presto che Becky è anche sua figlia. Così inizia per lui l’indagine più importante della sua vita, volta a fare cadere le accuse su Becky. E avrà contro tutti, da Doc al dottor Mitchell, i piccoli delinquenti locali e la stessa polizia. Per non parlare degli scagnozzi di Los Angeles che non hanno dimenticato lo sgarro subito. Ma, nonostante questo, Carson farà di tutto per proteggere Becky e la stessa Jayne. La sceneggiatura è firmata dagli stessi Giliberto e Cinquemani, insieme a Richard Salvatore. Andrea Iervolino commenta: “Dopo The Humbling, Septembers of Shiraz e The Bleeder, siamo alla nostra quarta collaborazione con Avi (ndr Avi Lerner) e ne siamo entusiasti”.
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“Ogni nuova collezione inizia con un processo creativo. Per me è come una tela bianca dove la collezione prende vita, i diversi colori s’incontrano.
Tutti i gioielli sono progettati con cura per il cliente.
Il disegno viene quindi passato al modellatore di cera che crea uno stampo. Una volta che lo stampo è realizzato i maestri artigiani finiranno il gioiello mettendo le gemme e definendo i dettagli. Durante il processo di produzione nulla è lasciato al caso. Il gioiello è pensato su misura per i desideri dei nostri clienti”. A spiegare la filosofia con cui nascono le sue collezioni di gioielli è la designer Ludovica Andreoni, che progetta e realizza con il suo team i suoi preziosi nel suo studio romano, 200 mq nel quartiere Parioli, che ospita anche la sede della gioielleria. “Sono nata a Roma – spiega – città dove arte e storia si fondono. Qui circondata anche dai migliori orafi, sono sempre stata affascinata dai gioielli e dallo splendore delle gemme. La mia passione è diventata la mia carriera”.
-Le atmosfere sono buie, solo luce di candela per la gran parte del film, e questo per raccontare un ostinato mugnaio eretico del 500 in Friuli di nome Menocchio, proprio come il nome del film di Alberto Fasulo, già passato a Locarno e al Festival di Annecy (Grand Prix du Jury), e ora in sala con World Sale da giovedì. A interpretare Menocchio la straordinaria faccia di Marcello Martini, già guardiano delle dighe del disastro del Vajont e vicesindaco di Claut, piccolo comune del Friuli, proprio nella valle di origine di Menocchio. Chi era mai Domenico Scandella, detto Menocchio? Una specie di leggenda, ovvero un mugnaio friulano, processato e giustiziato per eresia dall’Inquisizione vicenda, tra l’altro, resa nota dallo storico Carlo Ginzburg nel saggio ‘Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500’(edito da Einaudi). Siamo alla fine del 1500 e la Chiesa Cattolica Romana, minacciata dal luteranesimo e dalla Riforma Protestante, è più che mai attenta al controllo delle coscienze. E questo anche attraverso il confessionale che diventa un luogo di spia e indagine delle anime. Menocchio è solo un vecchio ostinato mugnaio autodidatta (sa leggere e scrivere) che vive in un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli con moglie e figli. Un uomo che, anche ispirato dalla natura, ha le sue idee: non crede che la Madonna abbia partorito per virtù dello spirito santo, né della natura divina di Gesù e vorrebbe, infine, una Chiesa povera, francescana. Per la Chiesa Menocchio è comunque un eretico da processare e condannare, come in realtà accadrà dopo un lungo processo. Nel film, che ricorda le atmosfere di Dreyer ed Olmi, una fotografia scarna ad opera dello stesso regista, musica quasi assente e tutti attori non professionisti dalle incredibili facce. “Non volevo fare un film storico, ma narrativo – dice oggi alla Casa del Cinema di Roma il regista di ‘Rumore bianco’ e ‘Genitori’ – e confrontarmi con la statura morale di questo personaggio ancora molto importante nel mio territorio dove sono tornato a vivere”. E ancora Fasulo: “Non volevo neppure fare un film ispirato al libro e utilizzare invece gli atti del processo nella prospettiva di portare avanti un lavoro sulla quotidianità”. Arrivano in conferenza stampa, infine, commozione e lacrime da parte di Marcello Martini, credibile protagonista del film: “Quando Alberto Fasulo mi ha raccontato la storia del film ho trovato subito affinità con la mia gente, ma ho pensato poi che è come se lui mi avesse dato una mazza per buttare giù una montagna. Comunque – dice Martini -, da parte mia non mi sono risparmiato in nulla andando a pescare, per interpretare Menocchio, direttamente nella mia vita”. A condurre l’incontro di stamani Carlo Chatrian, già a Locarno e da aprile 2019 direttore artistico del Festival Berlino.
-Ci sono voluti 75 anni per raccontare al cinema la storia di Norma Cossetto, giovane istriana, torturata, violentata e uccisa dai partigiani titini nel 1943. A tracciarne il ritratto è il film indie Red Land – Rosso Istria, opera prima di Maximiliano Hernando Bruno, che dopo l’anteprima al lido nello spazio Regione Veneto, e la prima mondiale a Roma, esce 15 novembre con Venice Film, anche produttrice. La protagonista è Selene Gandini, con, fra gli altri, Franco Nero, Geraldine Chaplin, Sandra Ceccarelli, Romeo Grebensek, Eleonora Bolla e Vincenzo Bocciarelli.
Norma Cossetto, alla quale nel 2005 Carlo Azeglio Ciampi ha attribuito la Medaglia d’oro al Merito Civile, è stata una delle migliaia di vittime dei massacri delle foibe, cui si aggiunsero circa 350 mila italiani esuli dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. “Spero il film possa colmare il vuoto emozionale con cui molte persone si relazionano al dramma delle foibe. Bisogna far ascoltare queste urla di morte e urlare insieme a loro” dice il regista.
– NEW YORK
-l pittore, lo scultore, il produttore, il regista, l’attore. Andy Warhol al completo va in mostra al Whitney Museum di New York nella prima retrospettiva negli Stati Uniti dedicata all’artista in trent’anni. Andy Warhol – From A to B and Back Again, titolo ispirato dall’autobiografia The Philosophy of Andy Warhol, aprirà al pubblico dal 12 novembre fino al 31 marzo 2019 e sarà un’occasione unica per conoscere, godersi e riconsiderare uno degli artisti più influenti e creativi dell’epoca contemporanea. Una mostra che mette assieme 350 opere, alcune delle quali mai viste assieme e organizzate in ordine cronologico. Curata da Donna De Salvo in collaborazione con Christie Mitchell e Mark Loiacono, la rassegna oltre a mostrare le opere degli anni ’60 che hanno fatto di Warhol il padre della pop art, si focalizza anche sugli anni ’70 e ’80, dimostrando che la sua vena creativa non aveva affatto subito una battuta d’arresto dopo essere sopravvissuto ad un tentato omicidio nel 1968. “La mostra – ha spiegato Donna De Salvo – riprende il tema ricorrente dell’arte di Warhol, da A a B e daccapo, inizia infatti con Camouflage e finisce con Camouflage per poi tornare a capo. Nessun artista come lui ha capito l’indole vera (e il dualismo) dell’America, ossia un desiderio sia per l’innovazione che per il conformismo, la visibilità pubblica e la privacy piu’ assoluta, e lui ha trasformato questi istinti di contraddizione in un’arte originale che ha influenzato la nostra visione del mondo”. Oltre alle sue opere piu’ famose che fanno parte dell’immaginario collettivo, in particolare quelle che prendevano spunto da immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali, le bottiglie della Coca Cola o i barattoli di zuppa Campbell, oppure i ritratti in serie di personaggi famosi, c’e’ anche una sezione dedicata ai suoi film con una selezione dei suoi classici che sara’ mostrata durante l’intera durata della retrospettiva. “E’ importante vedere ora la sua opera – ha spiegato De Salvo – e ripensarla in termini futuri a tutti i livelli, sia politico, che artistico o sociologico, esistenziale, spero ci sia qualcosa per ognuno di noi”. L’ultima grande retrospettiva su Warhol fu organizzata dal Moma nel 1989, due anni dopo la sua morte mentre qualche settimana fa ‘Shadows’ (Le Ombre, sa serie monumentale di tele serigrafate e dipinte a mano) di Andy sono tornate a New York dopo vent’anni in mostra da Calvin Klein. Eccezionalmente, quindi, la città e’ il palcoscenico per due mostre sull’artista. https://whitney.org/Exhibitions/AndyWarhol
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E’ una ‘eco-collezione’ che ha puntato a recuperare scampoli di tessuti pregiati poi sapientemente mischiati, quella che verrà presentata oggi pomeriggio nel negozio di via Gaudenzio Ferrari di Sartoria SanVittore, il fashion brand nato dalla collaborazione tra la Cooperativa Alice e la stilista Rosita Onofri dietro il quale si cela il progetto di reinserire le donne detenute nel mondo del lavoro offrendo loro una opportunità professionale.
Intitolata ‘Inverni’, la collezione vede in prima fila capi per affrontare il freddo “con qualcosa di caldo e intenso da indossare” come i cappotti-kimono o le camicie-kimono, ispirati alla tradizione orientale, fatti di materiali adatti alle temperature più rigide ma impreziositi da maniche e inserti in seta con maxi pois, scozzesi o di altre fantasie che li rende capi unici e da grand soirée.
– ROBERTO COTRONEO, NIENTE DI PERSONALE (LA NAVE DI TESEO, pp. 378 – 19,00 euro).
Negli anni Ottanta anche Roma era un po’ da bere, centro di quel vitalismo che ”fu il sale, l’essenza di questo paese. Quel vitalismo che ti dà la forza di vivere e, va da sé, di rischiare, di guardare lontano, di migliorarsi, di amare (…) Il vitalismo è il principe di Salina… La politica, il sesso, il giornalismo, la storia sono roba vitalistica. E là ci sono tutti, uno a uno, uniti da una forza ancestrale, da un’insensatezza spavalda”. Bisogna partire da qui per capire come nasce e cosa ci vuol dire questo romanzo-memoire di Roberto Cotroneo, in cui parte dalla storia propria e della propria famiglia per riflettere sul passato e il presente, sul lento, trentennale degrado di una società in cui ”i manager hanno preso il sopravvento perché gli intellettuali non si son fatti classe dirigente” e la gente compra tecnologia, ”uno schermino, una pila, processori miniaturizzati. Ben fatti certo, ma vuoti” perchè tutto quello che li rende operativi, i contenuti, i server, le fibre, ecc., sono di proprietà e gestiti da qualcun altro di cui sappiamo poco o nulla e tutti non fanno che scrivere e guardare senza in realtà più vedere e sentire niente, grazie a quello che definisce il ”più potente sistema di cancellazione delle coscienze” (e l’incontro con l’amico Andrea, pioniere della Silicon Valley, è tutto da leggere). Detto questo il libro, forse eccessivo in alcune visioni negative, non è una lamentazione. E’ anche in parte una lamentazione indignata, ma, indagando come per un’inchiesta, raccogliendo dati umani e scientifici, ricordando e riflettendo, è più un cercar di capire e fare il punto guidati da una certa nostalgia malinconica per quel che è stato e si è vissuto, e c’è la ragione, con un filo d’ironia amara, che tiene a bada la rabbia, per non rischiare di perdere la capacità, per esempio, di fare elenchi di ”scorie culturali… capaci di nasconderci il mondo e la vita nella maniera più efficace”. Un viaggio nella Roma di Moravia e Fellini, dalla redazione de ”L’espresso”, dove contano ”valori e priorità” e Cotroneo entra come giornalista nel 1984 e dove si cerca di capire la realtà per denunciarla e modificarla, a quello della passività tecnologica, che con la realtà vera non ha quasi più rapporti. E anche una mail che sbaglia destinatario, rivelando cose che mettono in crisi una famiglia, fa parte del sistema che coinvolge la sostanza stessa dei sentimenti e dei rapporti umani, su cui queste pagine fanno riflettere, rievocando la desolazione della miseria nella Calabria inizio Novecento, le due nonne che si chiamavano tutte e due Fortunata, i tanti figli morti durante la Grande guerra o l’epidemia di Spagnola. Si salva uno zio, che emigra in America da dove manderà soldi per far studiare l’ultimo fratello nato nel 1921, il padre dell’autore che da sarto di paese diverrà un medico e si trasferirà al Nord, a Alessandria, mettendo in piedi anche una solida famiglia. Un’Italia in bianco e nero o del seppia di certe foto di gruppo, vite fatte di pudori e pochissime parole, arrivata alla tv e al cinema, all’esibito tutto in technicolor.
Un’Italia certo non ideale, democristiana come il padre, che lo porta a conoscere un Andreotti in maniche di camicia e assai poco clericale, ma in cui si ha un senso delle cose e esiste un’industria culturale con personalità, contenuti e valori, con la letteratura popolare che serve a reggere quella alta, senza confusioni.
”Questo romanzo è un tappeto di fili che formano un disegno che non so più leggere” confessa l’autore in chiusura di una narrazione dal ritmo a momenti ipnotico e che pare scritta velocemente, quasi senza respirare, uno sfogo lucido che probabilmente, però, lo ha aiutato a riuscire a sfuggire a quella cosa tremenda che è l’essere ”prigionieri dell’inconoscibile, senza vie d’uscita, non in grado di scendere dalla nave”, come il Kurtz della ”Linea d’ombra” di Conrad (e ”Apocalypse now” di Coppola). Per aver un futuro serve allora anche ricostruire e far chiarezza sul passato, magari tentando di capire qualcosa del matrimonio dei propri genitori, che lo hanno tenuto come nascosto, mai festeggiato e di cui non esiste nemmeno una foto, tanto che i figli non ne conoscevano pure la data, fino a quando Cotroneo non è andato a rovistare nei vecchi registri di una parrocchia.
– BOLZANO
– Debutta in prima assoluta al Teatro Comunale di Bolzano domani, alle 20.30, con replica fino all’11 novembre “Tempo di Chet. La versione di Chet Baker”, una produzione del Teatro Stabile di Bolzano nata dalla fusione e dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica di Leo Muscato e Laura Perini e partitura musicale curata e interpretata dal vivo da Paolo Fresu.
Diretto da Muscato, lo spettacolo fa rivivere uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento in un flusso organico di parole, immagini e musica che rievocano lo stile lirico e intimista di questo jazzista tanto maledetto quanto leggendario. Dopo il debutto bolzanino, sarà la volta di una tournèe nazionale pluriennale. Paolo Fresu alla tromba e al flicorno, Dino Rubino al piano, Marco Bardoscia al contrabbasso saranno le voci evocative di un cast composto da Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza e Laura Pozone.
– PARMA
– Sono circa 40 le opere che saranno esposte al Palazzo del Governatore di Parma dal 10 novembre al 24 febbraio nella mostra “Dall’Espressionismo alla Nuova oggettività. Avanguardie in Germania”, a cura di Lorand Hegyi e Gerhard Finckh, organizzata da Solares Fondazione delle Arti in collaborazione con il Von Der Heydt Museum di Wuppertal.
Presenti i maggiori rappresentanti di questa corrente artistica che si è sviluppata in Germania nei primi del Novecento, da Kirchner a Nolde, da Jawlensky a Macke, da Kandinskij a Marc. Il percorso espositivo parte da alcuni capolavori provenienti dalla cerchia dei gruppi di artisti del ‘Die Brucke’ a Dresda e del ‘Der Blaue Reiter’ a Monaco, e di ‘Der Sturm’, rivista berlinese, e prosegue negli anni del primo Dopoguerra, che vedono sorgere una nuova visione estetica rappresentata dal movimento della Nuova oggettività.
L’esposizione è stata inserita tra gli eventi dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 coordinato dal Mibac.
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BOLOGNA
– Sarà in radio dal 16 novembre ‘Birthday’, primo singolo di Federico Mecozzi, violinista e polistrumentista, da 9 anni al fianco del compositore e pianista Ludovico Einaudi. Il brano anticipa l’album di esordio ‘Awakening’, in uscita il 25 gennaio con Warner Music.
Riminese, 26 anni, ha cominciato dodicenne a suonare il violino e pochi anni dopo ha intrapreso gli studi di direzione d’orchestra. Oltre a una intensa attività concertistica, si dedica da anni a composizione e arrangiamento nell’ambito della musica leggera, classica contemporanea e minimalista. Interpreta anche musica celtica e foklorica. Dal 2009 collabora stabilmente con Einaudi in tournée e nella realizzazione dei dischi; in studio ha lavorato anche con Branduardi, Pacifico, Mingardi e Filippo Graziani.
“Birthday – spiega Mecozzi – contiene tutti gli aspetti della mia musica: contaminazione fra geografie sonore, ritmo come sfogo primordiale, uso del violino non sempre accademico e spesso derivante da improvvisazioni”.
– Le atmosfere sono buie, solo luce di candela per la gran parte del film, e questo per raccontare un ostinato mugnaio eretico del 500 in Friuli di nome Menocchio, proprio come il nome del film di Alberto Fasulo, già passato a Locarno e al Festival di Annecy (Grand Prix du Jury), e ora in sala con World Sale dall’8 novembre. A interpretare Menocchio la straordinaria faccia di Marcello Martini, già guardiano delle dighe del disastro del Vajont e vicesindaco di Claut, piccolo comune del Friuli, proprio nella valle di origine di Menocchio. Chi era mai Domenico Scandella, detto Menocchio? Una specie di leggenda, ovvero un mugnaio friulano, processato e giustiziato per eresia dall’Inquisizione vicenda, tra l’altro, resa nota dallo storico Carlo Ginzburg nel saggio ‘Il formaggio e i vermi.
Il cosmo di un mugnaio del ‘500’(edito da Einaudi). Siamo alla fine del 1500 e la Chiesa Cattolica Romana, minacciata dal luteranesimo e dalla Riforma Protestante, è più che mai attenta al controllo delle coscienze. E questo anche attraverso il confessionale che diventa un luogo di spia e indagine delle anime. Menocchio è solo un vecchio ostinato mugnaio autodidatta (sa leggere e scrivere) che vive in un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli con moglie e figli. Un uomo che, anche ispirato dalla natura, ha le sue idee: non crede che la Madonna abbia partorito per virtù dello spirito santo, né della natura divina di Gesù e vorrebbe, infine, una Chiesa povera, francescana. Per la Chiesa Menocchio è comunque un eretico da processare e condannare, come in realtà accadrà dopo un lungo processo. Nel film, che ricorda le atmosfere di Dreyer ed Olmi, una fotografia scarna ad opera dello stesso regista, musica quasi assente e tutti attori non professionisti dalle incredibili facce.
“Non volevo fare un film storico, ma narrativo – dice oggi alla Casa del Cinema di Roma il regista di ‘Rumore bianco’ e ‘Genitori’ – e confrontarmi con la statura morale di questo personaggio ancora molto importante nel mio territorio dove sono tornato a vivere”. E ancora Fasulo: “Non volevo neppure fare un film ispirato al libro e utilizzare invece gli atti del processo nella prospettiva di portare avanti un lavoro sulla quotidianità”.
Arrivano in conferenza stampa, infine, commozione e lacrime da parte di Marcello Martini, credibile protagonista del film: “Quando Alberto Fasulo mi ha raccontato la storia del film ho trovato subito affinità con la mia gente, ma ho pensato poi che è come se lui mi avesse dato una mazza per buttare giù una montagna. Comunque – dice Martini -, da parte mia non mi sono risparmiato in nulla andando a pescare, per interpretare Menocchio, direttamente nella mia vita”.
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A sorpresa Renato Zero annuncia sul suo profilo Facebook l’uscita di “Alt in tour”, il 30 novembre.
Un cofanetto con 2 cd, dvd, bluray, che ripropone il live del 7 gennaio 2017 al Forum di Assago – Milano.
“Voi, mio inseparabile pubblico, voi vi siete fatti conoscere fra tutti, come il popolo fedele di un’idea – scrive Zero in un lungo post -. Un principio affermato anche nella vita. Diligenti e pensanti al punto di esservi imposti come ‘Modello’ di costanza e coerenza. Fedeli? Certamente! Cosa anche questa rara.
Negli involontari tradimenti e scappatelle, che in ogni famiglia musicale talvolta accadono. Ma voi no! Voi vi siete assunti l’onere di essere Zerofolli a oltranza. Come non amarvi? Come non desiderare il vostro bene. La vostra salute. Un luminoso futuro? ALT vi dico! E non lo sussurro, ma lo grido a squarcia gola. Fermatevi di fronte alla gioia appagante. Alla vostra commozione. Mentre scandite quei canti come fossero inni propiziatori o scaramantici”.
– Gabriele Lavia-John Gabriel Borkman diretto da Marco Sciaccaluga nella piece di Ibsen, a Genova, e Filippo Timi con il suo ‘Un cuore di vetro in inverno’, a Milano; Daniele Pecci con ‘Il fu Mattia Pascal’ di Pirandello diretto da Guglielmo Ferro e ‘La maladie de la mort’ di Marguerite Duras, per Katie Mitchell con Jasmine Trinca, Nick Fletcher Laetitia Dosch , tutti a Roma; Alessandro Gassmann che porta a teatro ‘Fronte del porto’ con Daniele Russo protagonista, a Napoli, e ”Gli onesti della banda” dal film di Age e Scarpelli nella “spericolata riscrittura” di Diego De Silva e Giuseppe Miale Di Mauro e i ragazzi della Compagnia Nest, a Torino: sono alcuni degli spettacoli teatrali in scena nel prossimo week end.
– Metti quattro donne ai fornelli, con l’ambizione di aprire un ristorante stellato. Quattro attrici a cucinare (davvero) in scena, con qualche piatto servito fino in platea. E una serata di storie, tutte al femminile. Arriva così sul palcoscenico del Teatro Sistina ”Belle ripiene”, nuova commedia diretta da Massimo Romeo Piparo, con Rossella Brescia, Tosca D’Aquino, Roberta Lanfranchi e Samuela Sardo protagoniste, in cartellone dal 21 novembre al 2 dicembre (prima di Roma lo spettacolo sarà a Bari il 10-11 novembre, Torino, Genova per proseguire poi fino a gennaio in tournée con tappe anche a Bologna, Ferrara, Firenze, Catania).”Due cose ama fare la gente: ridere e mangiare”, racconta il regista Piparo, che firma il testo con Giulia Ricciardi. ”A teatro, sempre più, si incontrano persone che sono venute per ridere – dice – oppure non le incontri perché hanno preferito andare a cena fuori. L’altra forte consapevolezza è che il pubblico teatrale è composto per oltre il 70% da donne”. Ecco allora che al centro della pièce, ”nata per le donne ma per divertire gli uomini”, tra pentole e ricette (per la prima volta si cucina davvero in scena per tutto il tempo dello spettacolo) ci sono le storie e riflessioni di quattro aspiranti cuoche che scommettono tutto sull’apertura di un ristorante. C’è Ida (Rossella Brescia) verace pugliese doc; Ada (D’Aquino), la raffinata chef napoletana; Leda (Lanfranchi), la milanese veganissima, ”single per scelta”, che vorrebbe curare tutto con metodi naturali che non funzionano mai; e Dada (Sardo), la ‘coatta’ romana che si presenta con bebè al seguito, salvo poi rivelare di averne cinque di figli, che scorrazzano in sala.Ognuna porta il suo vissuto, il suo dialetto marcato e anche il suo modo di intendere la cucina, dal risotto allo zafferano alle pulpett’ baresi fino alla ricetta dello Scrigno della penisola italiana appositamente creato per la commedia. ”L’Italia si sta sfaldando, noi la riuniamo, almeno ai fornelli”, sorride Piparo, che per l’occasione firma anche le canzoni ”neomelodiche alla Gigi D’Alessio” sulle musiche di Emanuele Friello. ”Ai fornelli le donne parlano – racconta la D’Aquino – Non solo di cibo, ma della propria vita e anche tanto di uomini. Che dallo spettacolo escono un po’ mazzolati”. Tra vite irrisolte, risate e colpi di scena, ”si riscopre fortissima l’amicizia e la solidarietà femminile”, aggiunge la Brescia. ”Nella vita so cucinare, mi diverte – commenta la Lanfranchi – La mia Leda, invece, ha dovuto imparare per completare il suo percorso di vita”.”Io è tutta la vita che lavoro per togliere l’accento romano e qui mi ritrovo a doverlo calcare”, ammette divertita la Sardo, che in scena ha dato ai suoi bimbi nomi eclatanti: Kimberly, Justin, Jason, Kenvin e Mariah. ”Mi ritrovo a portarli a lavoro – dice – come accade a tante mamme, fortunate perché possono o sfortunate perché altrimenti non sanno come fare”. E se qualcuno dubitasse dei risultati ai fornelli, basti sapere che per andare in scena le quattro attrici hanno dovuto superare i corsi per l’HACCP per la somministrazione di cibo e prendere lezioni dallo Chef Fabio Toso. Testimone il pubblico, che potrà seguire ogni passo delle ricette attraverso una telecamera nella cucina girevole e anche assaggiare a fine spettacolo.
– Lo scorso ottobre, i Simply Red hanno tenuto tre spettacoli molto speciali allo Ziggo Dome di Amsterdam accompagnati da un’orchestra di 40 elementi. La scaletta ha esaltato la loro carriera, con successi come Hold Back The Years, Stars, Fairground e If You not Know Me By Now.
Quei concerti sono ora raccolti in un cd/dvd dal titolo ‘Symphonica in Rosso’ (con 15 canzoni), in uscita il 23 novembre per BMG. Prima della pubblicazione, il 12 novembre – solo per una notte – il concerto sarà nei cinema di tutto il mondo.
“Symphonica In Rosso” è un evento che si tiene ogni anno in Olanda in cui un artista prestigioso viene invitato a esibirsi per tre notti con un’orchestra completa. In passato tra i protagonisti, Diana Ross, Sting e Lionel Ritchie. L’edizione digitale conterrà le tracce live e il film del concerto disponibile per il download.
– Un apologo “garbatamente politico sulla solitudine”, uno sberleffo alla società, una storia poetica, commovente di un perdente, con una vena anarchica e un grande amore per la letteratura. E’ un romanzo unico, raro, diverso, ‘Tieni ferma la tua corona’ dello scrittore francese Yannick Haenel, vincitore del Prix Medicis 2017, pubblicato in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Giovanni Bogliolo. Ma che ci fanno insieme in un romanzo Herman Melville, Michael Cimino, Isabelle Huppert e Jean Deichel, il protagonista alter ego di Haenel, autore di una lunga sceneggiatura che vuole riscattare l’autore di Moby Dick e dove non mancano riferimenti ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola? “Attraverso Melville e Cimino mi interessava indagare le fondamenta menzognere dell’America, la faccia scura. Melville ci parla degli ammutinamenti e Cimino ci racconta i massacri di immigrati. Per me è stata una via indiretta di parlare di politica” dice
Haenel.
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La pietra che si trasforma in pelle, capelli, muscoli, perfino lacrime, e che restando immobile comunica azione e sentimento: c’è tutta la bellezza delle statue del maestro del barocco italiano in Bernini, diretto da Francesco Invernizzi, che dal 12 al 14/11 sarà in sala distribuito da Magnitudo e Chili. Primo di una serie di docu-film dedicati all’arte che saranno al cinema tra l’autunno e la primavera, Bernini racconta l’artista e il suo legame con la Galleria Borghese, residenza del cardinale Scipione Caffarelli Borghese, committente di alcune delle sue opere più celebri, e museo nel quale lo scorso inverno è stata allestita una grande mostra che celebrava il genio dell’artista. Con l’ausilio di immagini inedite, effetti luce, riprese in 8k, il film permette di scoprire le 60 opere esposte nella rassegna romana dando allo spettatore un punto di vista privilegiato: le statue vengono osservate da ogni lato, per ammirarne la grazia e l’armonia, e analizzare l’abilità scultorea del Bernini.
– C’è la Ragazza del metro, quella che aspetta e quella part time, la più carina dell’azienda, l’amica cessa dell’amica figa. Niente di casuale, piuttosto una galleria di tipologie femminili in ognuna delle quali c’è un pezzo di noi, delle nostre amiche, delle nostre sorelle e cugine, delle nostre colleghe. E tutte hanno una cosa in comune: gli errori commessi alla ricerca di un fidanzato. Eh sì, perché a dire cosa fare sono bravi tutti. Ma cosa non fare non lo dice mai nessuno.
E così gli sbagli si moltiplicano, gli incidenti di percorso pure, e alle malcapitate senza un amore non resta che crogiolarsi da sole il mercoledì sera davanti alla tv, con Federica Sciarelli e i casi strappacuore di Chi l’ha visto?. “Uno sporco lavoro”, che la conduttrice radiofonica La Pina e l’autore tv Federico Giunta hanno deciso di fare, per salvare dal baratro della autocompassione generazioni di donne. A quattro mani, si sono prodigati in consigli utili nel perfetto manuale su cosa non fare per assicurarsi l’uomo giusto, o quasi (COSA NON FAREI PER TROVARE UN FIDANZATO, Vallardi).
Perché in fondo, la verità è che “ogni giorno che passate a compiangervi è un giorno lontano dal vostro prossimo amore”. E allora via al mollettone nei capelli, basta canzoni strappalacrime ascoltate a loop, via la ricrescita e i baffi. E attenzione a come vi relazionate con il prossimo presunto fidanzato. E ricordate: “le persone interessanti, interessano.
Le persone curiose, incuriosiscono. Le persone appassionate, appassionano”. E dunque, “anche tu hai bisogno di tempi e modi per farti conoscere. Hai bisogno di una chance per farti accettare per quella che sei con i tuoi difetti. L’amore è tolleranza allo stato puro, tolleranza delle mancanze, dei limiti, dei chili di troppo e persino dei peli del naso”.
– NEW YORK
– Non solo una mostra di gioielli spettacolari, ma anche una riflessione più profonda sul come e perché ci adorniamo. “Secondo gli antropologi è un impulso fondamentale, al pari del linguaggio: uno degli strumenti fondamentali che ci rende umani”, spiega Melanie Holcomb del Dipartimento di arte medievale del Met e chief curator di “Jewelry: The Body Transformed”, la grande rassegna che il museo su Fifth Avenue dedica dal 12 novembre al gioiello nell’arte, la cultura, la società.
In mostra ci sono 230 pezzi selezionati tra i circa ottomila delle collezioni del Met, ordinati per soggetto, non cronologicamente, per mettere in luce non solo perché si indossa un gioiello, ma anche cosa questo gioiello attiva nel corpo quando viene indossato. La Holcomb, che ha lavorato con altre cinque curatrici, ha attinto da tutti e 17 i dipartimenti del Met, armature e strumenti musicali inclusi: non succedeva da quando dieci anni fa il museo rese omaggio al direttore uscente Philippe de Montebello.
– ‘Fare un’anima’, il monologo che Giacomo Poretti porterà in scena al Teatro Leonardo di Milano dal 15 al 25 novembre, nasce da una provocazione. Lo ha spiegato il comico (questa volta senza Aldo e Giovanni), presentando lo spettacolo.
“Quando nacque nostro figlio Emanuele – ha raccontato -, un prete venne a trovare me e mia moglie e ci disse ‘Avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima’: mi sembrava una frase insieme bellissima e banalissima, e da lì è partita una riflessione”. Da questo aneddoto si avvia anche la messinscena, diretta da Andrea Chiodi, che vede il personaggio in una corsia d’ospedale, pronto a incontrare il figlio neonato e pieno di interrogativi.
“Certo – ha ammesso – la prima cosa a cui pensa un genitore nel 2018 non è l’anima di un figlio, ma cosa farà da grande. Ma una frase come quella non ti esce facilmente dalla testa, per questo il personaggio passa in rassegna i pro e i contro dell’anima”.
– Così come alla fine dello scorso secolo il Giapponismo era deflagrato in tutta Europa, influenzando una parte significativa della produzione artistica, all’inizio del Novecento il gusto occidentale esplode in Giappone. E questa ventata di novità investe anche il capo-simbolo della tradizione: il kimono. Ai motivi classici si affiancano disegni dunque colorati che richiamano il Cubismo, il Futurismo e altre correnti artistiche europee. Ecco il senso della mostra intitolata Occidentalismo – Modernità e arte occidentale nei kimono, in programma dal 21 novembre al 17 marzo 2019 nel Museo della Moda e delle Arti Applicate a Borgo Castello, Gorizia. A cura di Raffaella Sgubin, Lydia Manavello e Roberta Orsi Landini, la rassegna espone 40 kimono d’epoca, prodotti in Giappone tra il 1900 e gli anni ’40, che riflettono la volontà imperiale di occidentalizzare il Paese. C’è anche un kimono che celebra il patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo (1940) dove la bandiera italiana è seminascosta nelle cuciture.
– La pelle umana come tela d’artista, il tatuatore riconosciuto come interprete di una nuova forma d’arte, tanto da presentare un manifesto: è il messaggio di Tatu-Art, rassegna internazionale del Tatuaggio in programma il 16 e 17 novembre, nel Museo Macro Asilo a Roma, a cura del tatuatore pluripremiato Marco Manzo, su incarico di Giorgio de Finis, direttore del Progetto Macro Asilo. All’iniziativa partecipano alcuni dei più noti tatuatori internazionali, tra i quali Alex de Pase, Benjamin Laukis, Silvano Fiato, Boris Tattoo, Dave Paulo, Jay Freestyle, Ivana Tattoo Art, Neon Judas. La due giorni comincerà con il dibattito Salvarsi la pelle con l’arte, a cui parteciperanno lo storico dell’arte Giorgio Di Genova, il sociologo Pietro Zocconali, presidente dell’Associazione Nazionale Sociologi, la giornalista Carla Guidi, il fotografo Valter Sambucini. Tema del dibattito il riconoscimento del tatuaggio come forma d’arte che Manzo rivendica con il Manifesto del tatuaggio ornamentale stile di cui è precursore.
Una foto di Franco Battiato su Facebook: è quella che ha postato il cantautore catanese, Luca Madonia, sul suo profilo social.Lo scatto è accompagnato dalla frase ‘A pranzo dal mio amico Franco’. I due musicisti sono seduti a tavola mentre mangiano.
“Quando ho avuto il tumore c’è chi ha detto che stavo morendo”. Remo Girone, l’indimenticato Tano Cariddi della Piovra, si è raccontato a ‘Vieni da me’, il programma condotto da Caterina Balivo su Rai1. Nel corso della puntata di oggi, l’attore si è sottoposto all’intervista della cassettiera di Caterina Balivo.
Nell’immaginario collettivo la carriera di Girone è indissolubilmente legata al personaggio interpretato nella Piovra. “Ma sai che in America c’è una televisione tipo Netflix che lo manda in onda?”, ha detto l’interprete, originario di Asmara, alla conduttrice. La Balivo ha poi estratto un origami dalla cassettiera. Girone ha rivelato: “Da piccolo non li facevo, ho imparato a farli da Tano Cariddi”. Ma c’è stato un momento particolare che ha segnato la vita di Remo Girone: “Durante La Piovra ha scoperto di avere un tumore alla vescica.
Ne sono guarito, ma c’è chi ha detto addirittura che stavo morendo. Alla Piovra mi hanno sostituito e ho dovuto mettere in mezzo gli avvocati. Per fortuna mia moglie Vittoria mi è stata vicino. Non credo sempre in Dio, ma in quei momenti ti aggrappi a qualsiasi cosa”.
A 52 anni dalla versione animata televisiva con Boris Karloff narratore e a 18 da quella live action di Ron Howard per il cinema, con Jim Carrey mattatore nei panni del cattivone (o così sembra) verde, che odia il Natale, è la Illumination, casa madre di Cattivissimo me con relativi Minions e Pets (di cui uscirà a giugno il secondo capitolo) a riportare sul grande schermo, stavolta in versione animata in Cgi, Il Grinch. Questo nuovo adattamento, firmato da Scott Mosier e Yarrow Cheney, del racconto in rima per bambini scritto nel 1957 dal Dr. Seuss, arriverà da noi il 29 novembre con Universal. Mentre in originale a dare la voce al protagonista è Benedict Cumberbatch, in italiano è Alessandro Gassmann.
“Sono da sempre appassionato del Grinch – dice sorridendo l’attore -. Il sogno di doppiarlo c’era, lui è libero di fare delle cose che tutti noi nella vita qualche volta pensiamo, mi sono un po’ sfogato”. Anche se per Gassmann “il Grinch, come tutti quelli che appaiono cattivi, dimostra dall’inizio che dietro la sua chiusura c’è qualcos’altro, ti invoglia a scoprire cosa c’è dietro quel livore nei confronti dell’umanità. Io poi parto dall’idea che non esistono persone cattive, per questo il Grinch siamo tutti noi”.
In Italia il cinema racconta raramente i ‘cattivi’, molto di più “i cialtroni – sottolinea – perché da noi sono molto presenti, e cattivissimi. Io li vedo come il pericolo maggiore perché vincono sempre. Un esempio è il personaggio di mio padre nel Sorpasso. Ho sempre pensato che se avesse prevalso il personaggio di Trintignant, saremmo stati forse un Paese migliore”. Questa è “anche una storia che parla di inclusione, un tema ancora più importante, visto il momento che viviamo. Il Grinch, unico essere verde, viene accettato da una comunità dove sono tutti ‘rosa’ perché grazie a una bambina si superano le barriere”.
La vicenda parte dal misantropo e perennemente di cattivo umore Grinch, che vive isolato, nel suo castello, insieme all’unico amico, il cane Max. ‘Nemico’ fin da piccolo (per un dolore subito) del Natale, il verde protagonista decide di ‘rubarlo’ ai sempre gioiosi e in festa abitanti della vicina Who-ville. Ma l’incontro con una bambina, Cindy Lou, sconvolge il suo piano. “Non è per niente facile doppiare un film come questo – spiega Gassmann – non si tratta di fare la voce di un pupazzetto. Si parte da un’ottima scrittura, e si deve dare vita a un personaggio vero. Questo è un film per grandi e piccoli, fa schiantare dalle risate e commuove”. Qualche ricordo personale del Natale? “Da piccolo i grandi festeggiamenti con tutti i Gassmann, che sono tantissimi, a casa di mia zia – racconta l’attore che sta vivendo anche il successo della seconda stagione dei Bastardi di Pizzofalcone – poi da quando ho una mia famiglia, abbiamo deciso di passarlo noi tre da soli, andando in qualche luogo ameno”. Un Natale quest’anno, che arriva in un momento complesso “non solo per l’Italia, ma per il pianeta. Mando un abbraccio a tutti coloro che sono in difficoltà per il clima nel nostro Paese… Mi sembra evidente che il dissesto idrogeologico, i cambiamenti climatici, siano oggi il problema principale dell’umanità. Dobbiamo convincerci che nel futuro dovremo fare tutti delle piccole rinunce e dedicarci a chi verrà dopo di noi. Se imparassimo, come avviene anche nel film, a ascoltare un po’ più il prossimo, anche chi la pensa diversamente da noi, secondo me potremmo anche farcela”.
Infine arriva anche una domanda sul figlio Leo, in gara a X Factor: “Non ne parlo, non sarebbe giusto nei confronti degli altri concorrenti. Quando lo ‘cacceranno’ – conclude scherzando – ne parleremo”.
SPETTACOLI CINEMAMUSICA CULTURA
È inizio riprese per Erre11 (titolo provvisorio) la prima pellicola firmata nella regia e nella sceneggiatura da Marco Bocci tratta poi dall’esordio letterario dell’attore, pubblicato nel 2016 dalla De Agostini nella collana Book Me. Il film, che sarà girato interamente nella capitale, è una co-produzione internazionale Italia-Spagna prodotta da Gianluca Curti per Minerva Pictures Group con Rai Cinema e Potenza Producciones e racconta una storia di periferia, di persone ai margini con voglia di riscatto.
“Voglio raccontare una periferia vera – dice oggi Bocci sul set romano di Tor Bellamonaca – dentro la quale si incrociano tanti personaggi, ognuno col suo percorso, ognuno diverso dall’altro, ma indispensabile per il prossimo. Una gabbia – continua l’attore regista- dentro la quale vivono e convivono tante umanità, sfiorandosi senza accorgersene, inquinandosi e contaminandosi in quest’era di condivisione estrema.” Protagonista del film, Libero Di Rienzo (Santa Maradona , Fortàpasc, La cryptonite nella borsa) nel ruolo di Mauro ex studente quasi laureato ma ora disoccupato. Ad affiancarlo Andrea Sartoretti (ACAB, Boris – Il film) che interpreta suo fratello Romolo, ex galeotto che ha deciso di cambiare strada.
Nel cast anche Samatha (Antonia Liskova) donna cinica e segnata dalla vita, solo uno dei tanti personaggi sconfitti che gravitano all’interno di questa periferia romana degradata.
“Tanti personaggi, tanti perdenti, tanti sconfitti che però sanno vivere senza abbandonare la speranza, allegri e positivi, come le immagini che li racconteranno – dice ancora Bocci, tra l’altro, uno dei protagonisti di Romanzo criminale – La serie -.
La mia narrazione sarà allegra, euforica e al limite del grottesco, con una storia che va dritta al sodo ma si lascia raccontare fluidamente, attraverso un linguaggio che passa dal video clip alla spettacolarizzazione degli eventi fino al realismo dei silenzi e delle frasi non dette. Una storia che non strizza l’occhio alla battuta o alla commedia, ma composta da personaggi che sanno ridere e sanno far ridere.” Questa, infine, la storia di ‘Erre 11’: Mauro (De Rienzo), trentacinque anni, è alla ricerca di un lavoro per costruirsi un futuro con Samantha (Antonia Liskova). A rendere tutto più complicato è che lui è un bravo ragazzo, una persona corretta e ligia. Potrà Mauro cambiare la sua natura per essere finalmente felice?
Convinti che il linguaggio dell’opera sia tutt’altro che esaurito e che un teatro lirico non debba essere un museo, il presidente Roberto Grossi e il direttore artistico Francesco Nicolosi del Bellini di Catania producono ‘Capinera’, “melodramma moderno” in prima assoluta (7 repliche dal 9 al 18 dicembre) per il quale hanno coinvolto Gianni Bella, Mogol e Dante Ferretti, con l’intento di portare in teatro pubblico nuovo e soprattutto giovane. La scelta è quella della storia contrastata di una giovane costretta, a metà Ottocento, a farsi novizia a Catania per entrare in clausura, ispirata al romanzo epistolare ‘Storia di una capinera’ di Giovanni Verga, pubblicato nel 1871 e best seller per la sua epoca, mentre la musica è di Gianni Bella, orchestrata per un grande organico da Geoff Westley, che per Mogol “è all’80 per cento da melodramma tradizionale ottocentesco e, grazie a alcune romanze, al 20 per cento una cosa assai diversa”. Mogol, che ha scritto dialoghi e romanze nell’italiano di oggi, partendo dalla sceneggiatura di Giuseppe Fulchieri, dice che Bella è uno dei due geni che ha incontrato in vita sua (l’altro è la pittrice Grazia Cucco), quello che ha una marcia in più degli altri e ce l’ha da sempre, ma senza alcuna esperienza di opera lirica, così che quando gli propose di lavorare a ‘Capinera’ rifiutò di farlo. “Accettai solo quando tornò molto tempo dopo, portandomi ad ascoltare una registrazione dell’Ouverture e di altri brani, ne rimasi affascinato e intuii che poteva essere un capolavoro, che è stata poi l’opinione di tutti quelli che l’hanno sentita dopo, a cominciare da Gustav Kuhn che voleva programmarla nel 2017 al suo Festival di Erl”. Chiara Bella, che parla per il padre Gianni che, nel frattempo, ha avuto un ictus ed è rimasto paralizzato, racconta che questi, coinvolto anche dalla sicilianità dell’argomento, capì subito che dentro di lui stava per nascere qualcosa di davvero nuovo, che sarebbe andato oltre il pop cui era solitamente legato, e più andava avanti e più se ne convinceva. Sul podio dell’Orchestra del Bellini sarà Leonardo Catalanotto e maestro del coro Luigi Petrozziello, mentre la coreografia di un balletto è firmata da Valerio Longo dell’Aterballetto, visto che, dice sempre Mogol, la musica di Bella porta naturalmente verso la danza. Dante Ferretti, premio Oscar che firma scene e regia, ha creato fondali dipinti come un tempo con locali tradizionalmente monumentali da melodramma per esterni e interni, immaginandoli, spiega, legati ai movimenti degli interpreti e puntando sulle luci che danno forma allo spazio e creano atmosfere. La capinera è Maria, una ragazzina costretta in convento e che da novizia torna a casa in campagna, per via di un’epidemia di colera a Catania, e finisce per innamorasi di un coetaneo vicino di casa, Nino, cosa scandalosa che sarà costretta a reprimere tornando in convento, dove, mentre Nino sposa un’altra, soffrirà sino a morire di disperazione. I cantanti interpreti sono Cristina Baggio in alternanza con Giulia De Blasio (Maria), Andrea Giovannini e Alessandro Fantoni (Nino), Francesco Verna e Salvatore Giglioli (padre di Maria), Carlo Malinverno e Giuseppe De Luva (Il colera), Maria Fortunato (Matrigna), Sabrina Messina (Giuditta), Lorena Scarlata (badessa) e Alfonso Ciulla (prete). L’opera, presentata oggi a Roma, Grossi annuncia che verrà proposta a tutti teatri lirici nazionali e ai maggiori teatri del mondo, i cui responsabili saranno invitati a Catania per vederla.
– Giro d’archivio per la collezione Guess Jeans per l’autunno che ripercorre molti capi d’ispirazione boscaiola, contraddistinti da grafiche anni Novanta. Protagonista della campagna delle nuove proposte realizzata dal fotografo Rays Corrupted Mind e dalla stylist Aleali May, è Sheck Wes, il celebre rapper di Cactus Jack.
La collezione riprende linee e modelli caratteristici dei primi anni Novanta, rinnovati con materiali rustici come il velluto a coste, il moleskine e la canapa e arricchiti con grafiche che richiamano alcuni dei luoghi più legati alla memoria del marchio come i paesaggi dell’Utah e del Colorado.
Il lancio della collezione è stato anticipato da una capsule disegnata da DRx Love, che include capi unici nel loro genere e che riprende i tessuti utilizzati nella collezione Guess Jeans Usa. Nicolai Marciano, direttore delle partnership per Guess Jeans Usa, divisione di Guess Inc. co-fondata da Paul e Maurice Marciano nel 1981, ha diretto la rivisitazione di questa capsule.
YANNICK HAENEL, TIENI FERMA LA TUA CORONA (NERI POZZA, PP 267, EURO 18). Un apologo “garbatamente politico sulla solitudine”, uno sberleffo alla società, una storia poetica, commovente di un perdente, con una vena anarchica e un grande amore per la letteratura. E’ un romanzo unico, raro, diverso, ‘Tieni ferma la tua corona’ dello scrittore francese Yannick Haenel, vincitore del Prix Medicis 2017, pubblicato in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Giovanni Bogliolo. Ma che ci fanno insieme in un romanzo Herman Melville, Michael Cimino, Isabelle Huppert e Jean Deichel, il protagonista alter ego di Haenel, autore di una lunga sceneggiatura che vuole riscattare l’autore di Moby Dick e dove non mancano riferimenti ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola? “Attraverso Melville e Cimino mi interessava indagare le fondamenta menzognere dell’America, la faccia scura. Melville ci parla degli ammutinamenti e Cimino ci racconta i massacri di immigrati. Per me è stata una via indiretta di parlare di politica” dice Haenel nell’incontro nel magnifico scenario della stanza di Debussy a Villa Medici a Roma. “La voce narrante del libro è uno che io potrei essere.
Oppure sono io, ma in peggio. O sono io, ma in meglio. Jean beve molto più di me, a livello di alcol mi batte. E’ molto più libero di me e forse ha un senso poetico più sviluppato del mio.
Ma comunque, indipendentemente dal fatto che questa sia o meno la mia autobiografia segreta, quello che mi interessava molto è questa idea di inserire delle persone reali in una trama romanzesca, perché significa in qualche maniera abbattere certi paletti, certe pareti divisorie. Ho voluto un po’ mischiare le carte” spiega. E il libro, scritto con uno stile un po’ free jazz, potrebbe presto diventare un film: “Louis-Do de Lencquesaing sta lavorando all’adattamento. Vorrebbe girarlo con Isabelle Huppert nella parte della Huppert e nel ruolo di Cimino vorrebbe Christopher Walken. Lo lascio libero di fare quello che vuole” annuncia lo scrittore.
Deichel, ubriacone che si scola bottiglie di vodka fino all’ultima goccia, è l’autore di una corposa sceneggiatura sulla vita di Herman Melville che colleziona rifiuti dai produttori.
Finché non capisce che solo il suo idolo Michael Cimino, il grande autore e regista de ‘Il cacciatore’, può apprezzare la sua opera e, dopo una assurda telefonata alle tre di notte con il regista, vola a New York per incontrarlo. Tra la vita di Cimino e il grande Melville (The Great Melville si chiama la sceneggiatura) ci sono molte somiglianze a partire dalla frase cruciale del libro: “In questo mondo di bugie la verità è costretta a fuggire nei boschi come un daino bianco spaurito”.
La sensazione nel libro è “simile a quella che si ha quando ci si sveglia dopo aver fatto bisboccia la notte prima. Sei fuori dal reale però sei nella vita reale”. E’ quello che accade quando nel romanzo arriva Isabelle Huppert: “Puoi anche facilmente pensare che il tizio che la vede abbia bevuto la notte prima e abbia le allucinazioni” spiega lo scrittore, 50 anni, che vive a Parigi e ha una moglie italiana. “Gallimard mi ha consigliato di scrivere alla Huppert per il timore di noie giudiziarie legate alla privacy. Le ho inviato una lettera scritta alla maniera sfacciata della voce narrante del mio libro, in cui dicevo: ‘Ho il piacere di comunicarle che lei è diventata un personaggio letterario’. Dopo la pubblicazione ci siamo incontrati e la Huppert mi ha riempito di gioia dicendo anche che Cimino avrebbe molto amato questo libro” racconta.
‘Tieni ferma la tua corona’ è ambientato “nel comprensorio dove abito a Parigi, compresa la custode. E il caffè è quello dove io vado a scrivere tutte le mattine. E’ come prendere una serie di dettagli di peso dalla realtà e cucinarli in modo allucinatorio” racconta Haenel. Come fanno i bambini quando raccontano storie: “Prendono spunto dalle cose che li circondano, però le rendono appassionanti, quasi eroiche. Ed è così che Jean, un alcolizzato abbastanza ridicolo, può diventare un paladino della poesia” spiega. Storia di un uomo che preferisce la sua vita di fallito alla società, questo romanzo è in fondo una riflessione sull’insopportabile. “Come è possibile sopportare la vita e quello che sono diventate le capitali del nostro Occidente dove il potere politico si è chiaramente alleato con l’ingiustizia o con ciò che ci limita la vita?”, sottolinea lo scrittore per il quale Moby Dick è “il libro dei libri” e che ora sta lavorando a un saggio poetico su Caravaggio.
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
Paolo Virzì non nasconde che ‘Notti magiche’, che arriva l’8 novembre nelle sale italiane distribuito da 01, sia un ritorno al passato, una sorta di Amarcord di quegli anni Novanta in cui era a Roma alla ricerca di un posto al sole nel mondo del cinema. E racconta come l’idea del film fosse nata al funerale di Ettore Scola: “Mi resi conto che era andato via l’ultimo dei grandi. Allora mi venne in mente che volevo dire grazie a questi mitici personaggi e farlo anche in modo irriverente, buffo, come loro stessi mi avevano insegnato”.
Tutto parte nel 1990 – durante i mondiali di calcio nella notte in cui l’Italia fu eliminata ai rigori – con una Maserati nera che sprofonda nel Tevere. Dentro l’auto c’è un produttore cinematografico ucciso: Leonardo Saponaro (Giancarlo Giannini).
Vengono subito sospettati tre giovani aspiranti sceneggiatori: Antonino (Mauro Lamantia) che viene da Messina; Luciano (Giovanni Toscano) piombinese, proletario e caciarone, ed Eugenia (Irene Vetere) ricca borghese romana piena di fragilità.
Questi tre ragazzi, finalisti del Premio Solinas, nonostante le differenze di carattere, si ritrovano prima amici e poi a vivere insieme la sognata opportunità di essere introdotti nel mondo del cinema. Ma quello che i tre ragazzi trovano in quel mondo, insieme alla creatività, è un vero circo fatto di sfruttamento, illusioni, sogni, starlette, impresari truffaldini e machismo a gogo. Per loro però anche l’opportunità di frequentare da vicino i grandi registi come Fellini, Risi, Scola. “Quella stagione del cinema – dice Virzì – mi ha suscitato emozioni indelebili che sono diventate lentamente qualcosa tra nostalgia e burla. Certo che questa è un’autobiografia, ma cosa non lo è – sottolinea poi -. ‘Notti magiche’ è un grande affresco del mio arrivo a Roma in una cornice narrativa da giallo, comunque un modo per raccontare quella stagione, delle illusioni-disillusioni verso i grandi maestri del cinema da me visti allora con sgomento e ammirazione”. E aggiunge il regista toscano: “Non volevo con questo ‘uccidere i padri’, come qualcuno ha detto, ma far piuttosto capire che personaggi come Gassman, Monicelli e Scarpelli quando erano giovani avevano forse avuto lo stesso problema verso altri autori”. Giannini smentisce i rumors: “Il produttore che interpreto non è Cecchi Gori, casomai un altro di cui non farò il nome anche perché è un mio caro amico. Per quanto riguarda i grandi personaggi di allora non è vero che fossero così severi: Fellini, alle quatto di mattina, mi mostrò un pezzo di parmigiano venuto direttamente da Parma con cui ci facemmo gli spaghetti e Scola si divertiva a tirarmi le sigarette mentre ero sul set”.
Scritto da Virzì con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, ‘Notti magiche’ ha nel cast Roberto Herlitzka, Paolo Sassanelli, Marina Rocco, Annalisa Arena, Eugenio Marinelli, Emanuele Salce, Giulio Berruti, Ferruccio Soleri, Paolo Bonacelli, Regina Orioli, Andrea Roncato, Giulio Scarpati, Simona Marchini, Ludovica Modugno Tea Falco e la partecipazione straordinaria di Ornella Muti.
– NEW YORK
– Idris Elba e’ l’uomo più sexy della terra per il 2018. Lo ha decretato il settimanale People.
L’attore britannico, classe ’72, star della serie tivù ‘The Wire’, e’ la 33ma persona a detenere il titolo e sarà sulla copertina del magazine questa settimana.
“Dai, non è possibile, davvero?” – ha commentato Elba dopo essere stato messo al corrente della notizia. Ha aggiunto anche di essersi guardato allo specchio e di aver pensato, “Sì, sei sexy oggi, e’ una bella sensazione, una bella sorpresa, una bella nota di autostima di sicuro” Elba è anche un DJ, noto nei club londinesi con lo pseudonimo DJ Big Driis/Big Driis the Londoner.
– TORINO
– Ci sono gli ultimi lavori di Elisabetta Sgarbi, Bonifacio Angius e Daniele Segre tra i film italiani più attesi al 36/o Torino Film Festival, che apre i battenti il 23 novembre. Tra gli stranieri, invece, Colette di Wash Westmoreland, biopic su una donna icona dell’emancipazione femminile di inizio ‘900.
Elisabetta Sgarbi porta I nomi del signor Sulcic, prodotto da Rai Cinema e in uscita a febbraio, storia di una ricercatrice universitaria che va a Trieste per trovare, sul confine tra Italia e Slovenia, notizie su una donna seppellita nel cimitero ebraico. Il film di Angius, prodotto da Ascent Film e in uscita il 29 novembre, racconta di Alessandro, cinquantenne rabbioso, romantico, cantante folk, che dopo un periodo di amarezza ritrova un sentimento amoroso. Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo, di Daniele Segre, prodotto e distribuito da I Cammelli, è un viaggio nel mondo degli ultrà.
Tra i film stranieri anche Can you ever forgive me di Marielle Heller e Mandy di Panos Cosmatos con Nicolas Cage.
– Il cinema italiano, più dei classici cattivi “ha raccontato soprattutto i cialtroni, perché da noi sono molto presenti, e cattivissimi. Io li vedo come il pericolo maggiore perché vincono sempre. Un esempio è il personaggio di mio padre nel Sorpasso. Ho sempre pensato che se avesse prevalso il personaggio di Trintignant, saremmo stati forse un Paese migliore”. Lo dice Alessandro Gassmann, voce italiana de Il Grinch, nell’adattamento animato in CGI diretto da Scott Mosier e Yarrow Cheney, del classico scritto dal Dr. Seuss. Il film, che arriva a 18 anni dalla versione live action di Ron Howard con Jim Carrey, è realizzato dalla Illumination (Cattivissimo me) ed esce il 29 novembre con Universal. Gassmann doppia il ‘cattivone’ (o così sembra) verde che odia il Natale, tanto dal volerlo ‘rubare’ ai vicini abitanti felici e in festa di Who-Ville. “Sono da sempre appassionato del Grinch – dice l’attore -. Nella storia si parla di inclusione, un tema ancora più importante visto il momento che viviamo”.
– Non si poteva parlare che di politica al Nuovo Sacher dove è stato presentato ‘In guerra’ di Stephane Brizé, già in concorso a Cannes e ora in sala con Academy Two dal 15 novembre. A tre anni di distanza da La legge del mercato, il regista continua il sodalizio con Vincent Lindon per raccontare di una fabbrica, la Perrin, che sta per essere chiusa, nonostante sia in attivo, e dove monta forte la protesta dei suoi dipendenti, operai e colletti bianchi, capitanati dal sindacalista tutto di un pezzo Laurent Amédéo (Lindon).”Il mondo oggi ha due macro problemi: la sovrappopolazione e la ripartizione delle ricchezze. Bisogna fare qualcosa, svegliarsi – dice a Roma Lindon – Non è possibile che l’uno per cento della popolazione mondiale possieda il 90% delle ricchezze”. Mentre Brizé ribadisce più volte: “Con questo film volevo legittimare la collera degli operai. Oggi c’è una situazione particolare, non ci sono più personaggi carismatici in politica la quale ha affidato ormai tutto il potere alla borsa. E questo attraverso leggi, votate sia dalla destra che dalla sinistra, che di fatto hanno dato le chiavi del potere alla finanza. Oggi lo strapotere dei soldi è totale, certo non basta un film per fare la rivoluzione, ma questo è il mio modo di fare politica”.Da Lindon poi la sua originale scuola anti-Strasberg: “Non so neppure io come mi preparo per i ruoli che interpreto. Insomma non ho frequentato gli operai per fare Laurent, né seguito corsi aziendali, mi servo solo delle mie fantasie e poi pesco dalle mie esperienze di vita. E – aggiunge – trovo volgare dire come si lavora, bisogna solo fare le cose bene e stare zitti”. Infine Brizé racconta l’ispirazione e il senso vero del suo film: “Tutto nasce dalla protesta che c’è stata all’Air France, con le immagini della collera e della violenza che hanno visto tutti sui tg. Che cosa poteva aver generato una tale rabbia? Il fatto è che era un’azienda con tanto di utili chiusa non certo per motivi di scarsa produttività. Volevo così far vedere quello che c’era dietro, che non si era visto in tv. Ma questo – sottolinea il regista – senza mai tradire i ragionamenti e i discorsi dell’una e dell’altra parte, né tantomeno ridicolizzare nessuno e questo perché gli spettatori potessero formulare la loro personale opinione”.
– NAPOLI
– “Per uscire fuori dagli schemi sono tornato in piazza, incontrando centinaia di migliaia di studenti, docenti, istituzioni, famiglie. Credo fermamente che bisogna ritornare ad essere fisici, per scoprire le persone, perché c’è sempre un uomo dietro ogni grande idea”. Lo ha detto Claudio Gubitosi, direttore di Giffoni Experience, agli studenti del corso di laurea magistrale in Economia Aziendale della Federico II di Napoli. L’incontro rientra in un ciclo di seminari del corso di Governo ed Etica e del Laboratorio in Imprenditorialità e Finanza Etica “Life” del dipartimento di Economia, Management, Istituzioni, che si pone l’obiettivo di creare gli “start-upper sociali” e gli imprenditori del domani, spronando gli alunni sui temi dell’innovazione sociale e del lavoro. “Innanzi tutto bisogna dire che il territorio non si può tradire, ma va sostenuto sempre, quindi il punto di partenza è e resta Giffoni”, ha detto Gubitosi rispondendo a uno studente che gli chiedeva dove si vedesse tra cinque anni.
– MILANO
– Milano e l’industria cinematografica. Una mostra, ‘Milano e il cinema’, che si apre l’8 novembre a Palazzo Morando, ne indaga il rapporto, in particolare durante il secolo scorso. L’esposizione, che sarà visitabile fino al 10 febbraio 2019, si inserisce nel palinsesto di ‘Novecento italiano’, il calendario di appuntamenti promosso dal Comune per celebrare il secolo scorso. Prima che il regime fascista concentrasse le produzioni nelle strutture di Cinecittà, quindi negli anni Dieci e Venti, Milano ha rappresentato il centro nevralgico delle prime sperimentazioni in Italia. Poi negli anni ’50 e ’60 la città è diventata set di innumerevoli pellicole che cercavano di cogliere nei cambiamenti repentini di Milano l’essenza stessa della modernità. In mostra ci sono fotografie, manifesti, locandine, contributi video e memorabilia in grado di ripercorrere un secolo di storia del cinema a Milano, dalle prime sperimentazioni degli anni Dieci all’epoca d’oro degli anni Sessanta, fino alle produzioni più recenti.
SPETTACOLI CINEMAMUSICA CULTURA
BOLZANO
– Ötzi, la famosa mummia del Similaun, torna in vita e fa amicizia con tre ragazzi. E’ la trama del film “Ötzi e il mistero del tempo”, presentato in prima assoluta a Bolzano. Il film, diretto da Gabriele Pignotta, è stato interamente girato in Alto Adige, con il sostegno della Idm Film commission Alto Adige. E’ stato prodotto da One More Pictures con Rai Cinema in collaborazione con Beta Film ed è stato premiato al Giffoni Film Festival.
L’undicenne Kip è un ragazzo come tanti. Negli ultimi giorni prima di lasciare per sempre Bolzano e gli amici del cuore, Kip vive con loro un’esperienza straordinaria. Quando si reca al museo a salutare Ötzi per l’ultima volta, la mummia più tatuata del mondo si risveglia, cominciando a rigenerarsi. Mentre Ötzi, in incognito, incontrerà il ventunesimo secolo, Kip apprenderà da lui i segreti dell’età del rame: scoprirà così che il tempo che credeva tiranno può essere un magico e sconvolgente alleato.
Ötzi e gli amici vivranno un’avventura giocosa e spericolata.
– “Siamo stati e restiamo degli artigiani, la nostra è una storia tra imprenditorialità e famiglia”. Lo ha detto Rosita Missoni, vedova di Ottavio che insieme a lei fondò la casa di moda, alla presentazione del film sui 65 anni della maison. Un documentario che Sky Arte (canale 120 e 400) manderà in onda il 9 novembre. Titolo “being MISSONI.
Fashion Memories from the future”, prodotto dalla Good Day Films di Michele Bongiorno. È il racconto di sessantacinque anni di storia dell’iconico brand che si sviluppa attraverso le memorie di tre generazioni Missoni impegnate con grande passione in uno straordinario progetto comune. “Ricordo quando mi portavano alle prime sfilate – ha detto Angela Missoni, direttore creativo – Ora siamo alla terza generazione, abbiamo tanti progetti, primo tra i quali sbarcare sul mercato cinese, vendiamo in tanti paesi del mondo ma in Cina ancora no, mi fa anche un po’ di effetto noi così piccoli”.
– BOLOGNA
– Trenta foto in bianco e nero incentrate sull’idea del viaggio ‘non convenzionale’: è il corpus della mostra ‘A Tour not so Grand’ di Massimo Baldini, aperta dal 9 al 22 novembre alla Fondazione Carlo Gajani di Bologna, in via de’Castagnoli.
L’autore, che ha lavorato molti anni alla società editrice Il Mulino come responsabile delle scienze sociali e politiche, ha avuto l’occasione di visitare musei di provincia, piccole istituzioni nascoste, luoghi talvolta appena accennati nelle guide turistiche, quando non del tutto dimenticati, ed è rimasto affascinato da queste realtà: dall’Acquario civico di Milano al Cimitero monumentale della Certosa di Bologna, dal Museo della Fisarmonica di Castelfidardo o delle Arti Sanitarie di Napoli, fino alla cattedrale di Sant’Agata a Lecce. Nella mostra, accompagnata da un catalogo con testo introduttivo dello scrittore Attilio Brilli, lo sguardo di Baldini “è ironico e al contempo partecipe, incline a soffermarsi su dettagli capaci di generare narrazioni alternative”. [print-me title=”STAMPA”]
