Ultimo aggiornamento 28 Gennaio, 2019, 06:19:28 di Maurizio Barra
SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA
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Di chi è Anna Frank? secondo la Ozyck
Una messa in discussione sull’uso del ricordo oggi della shoah
27 gennaio 2019 13:16
– CYNTHIA OZICK, ”DI CHI E’ ANNE FRANK?” (LA NAVE DI TESEO, pp. 80, euro 7,00 – traduzione di Chiara Spaziani).
Il ”Diario” di Anna Frank è certamente oggi un punto di riferimento per quel che riguarda la memoria della Shoah, il libro diventato simbolo della persecuzione degli ebrei grazie alla naturalezza e la semplicità della forza comunicativa della scrittura della giovane autrice allora tredicenne, col suo sguardo intelligentemente indagatore e con un filo di ironia che rivela la sostanza intima delle cose e aiuta a dar loro un valore universale, pur scrivendo chiusa in un nascondiglio segreto con la sua famiglia, fino al giorno in cui una delazione li fa arrestare e finire ad Aushwitz e Bergen Belsen, dove lei muore nel marzo del ’45. Nel 2019 Anna avrebbe compiuto 90 anni e quindi sarebbe facile dedicarle questa Giornata della memoria, ma bisogna essere molto prudenti secondo una scrittrice ebrea americana di riconosciuta e pluripremiata levatura come Cynthia Ozick, coeva di Anna avendo fatto 90 anni l’anno appena passato, autrice di molti libri sofferti tra cui ”Lo scialle” (proprio dedicato al tema dell’Olocausto) e ”Eredi di un mondo lucente” (su una famiglia ebrea fuggita in America poco dopo l’avvento di Hitler al potere), la quale sostiene che tutta l’attenzione che nel tempo è andata al ”Diario” ne ha stravolto la forza e la nettezza della implicita denuncia storica. Così in questo suo saggio del 1997 oggi riproposto in italiano mette in guardia dalla lettura ”astrattamente buonista” di Anna Frank (affidandosi a una sua unica frase: ”Nonostante tutto, tuttavia credo nell’intima bontà dell’uomo”) accusando poi principalmente la visione consolatoria che esce dall’adattamento teatrale del Diario e soprattutto dal seguente film di George Stevens ”superficiale e ottimistica lettura che generalizza le radici dell’odio”, quasi mettendo da parte l’atroce fine della ragazza nei lager tedeschi, ”tradotta, ridotta…. resa infantile, americana, uniforme, sentimentale…. falsificata, volgarizzata e di fatto spudoratamente negata” nel suo dolore, nella sua paura costante del nulla che può ingoiarla da un momento all’altro, come avverrà, per metterne invece in risalto una discutibile, fiduciosa forza d’animo.
La depravazione e la perversione dei nazisti, il male che consuma la protagonista sono attenuati e superati dall’ammirazione verso la forza inarrestabile del suo spirito umano, a dimostrare in modo evidente come ci sia una volontà di non voler vedere quello che la Shoah realmente è stata: ”Credere che il Diario sia ‘una canzone per la vita’ significa crogiolarsi in una mostruosa innocenza”. E la Ozik costruisce il suo discorso in un ustionante crescendo di affermazioni sempre più drastiche incitando a non trasformare un omicidio di massa nel mero sfondo di vicissitudini e speranze di un’adolescente, soprattutto per non cadere in una forma di revisionismo non meno pericolosa della stessa negazione della Shoah. Un discorso che ha le sue ragioni, umane, storiche, legate anche una società che sempre di più consuma velocemente e riduce a merce, triturando tutto sino a fargli perdere ogni carattere e identità, in un mondo in cui l’antisemitismo sta rimontando pericolosamente, magari sovrapponendolo all’antisionismo, ma allo stesso tempo discutibile oggi, quando ogni memoria va rivalutata e salvaguardata mentre vengono meno gli ultimi testimoni diretti, quando la denunzia di quegli orrori non va identificata solo con la sofferenza ebraica, ma deve essere rivendicata da tutti, a prescindere da razze e religioni.
Altrimenti si finisce per dire, come hanno titolato i giornali, ”indignazione della comunità ebraica”, davanti a profanazioni razziste come il furto a Roma di alcune pietre di inciampo, che dovrebbero sollevare e per fortuna sollevano l’indignazione di chiunque spera una certa storia si riesca a non farla mai più ripetere in nome della dignità dell’essere umano.
The Passage, vampire drama prodotto da Ridley ScottDal 28 gennaio su Fox. Protagonista una straordinaria bambina.
27 gennaio 201918:54
The Passage, la nuova serie prodotta da Ridley Scott, è si un vampire drama ma di quelli che puntano a conquistare un pubblico diverso, i vampiri ci sono ma si vedono poco, più forte è il lato umano la tensione tra il bene e il male, il conflitto tra quello che è giusto e quello che è sbagliato. Temi etici insomma, a cui la questione vampiri qui fa da sfondo e in qualche modo sostiene. Il tema della ricerca medica senza confini, quello della pena di morte, il valore dell’amicizia, il dolore della paternità mancata, i rapporti donna-uomo, il senso della comunità e della famiglia. Con una fotografia scolorita e rarefatta The Passage è insomma uno spaccato sociale prima che l’ennesima serie sui vampiri anche se l’azione è centrale nella trama incentrata fondamentalmente su una rocambolesca fuga.
The Passage – i primi due episodi in prima visione assoluta dal 28 gennaio, e poi uno alla volta sempre il lunedì alle 21.00 su Fox (112, Sky) per un totale di 10 – è tratto dall’omonima trilogia fanta-horror di Justin Cronin. La serie è firmata da Elizabeth Heldens (Friday Night Lights, Mercy) e prodotta da Ridley Scott (Il Gladiatore, Alien: Covenant, The Martian) con Matt Reeves (Dawn of the Planet of the Apes, Cloverfield).
La storia ruota intorno a Project Noah, una struttura medica segreta che sperimenta un pericoloso virus che vorrebbe essere la cura per ogni malattia ma che non si riesce a stabilizzare e quindi ha il potenziale potere di cancellare l’intera razza umana se non si arriva ad una soluzione. E’ cercando questa soluzione che inizia la caccia ad una bambina, una straordinaria Amy Bellafonte (Saniyya Sidney, Fences, Hidden Figures), che viene scelta come cavia perchè non ha più una famiglia. Sulla sua strada capiterà per fortuna l’agente federale Brad Wolgast (Mark-Paul Gosselaar, Bayside School, NYPD, Commander in Chief, C.S.I., Pitch) che in teoria dovrebbe scortare la piccola nella struttura dove vengono fatti gli esperimenti ma che invece deciderà di salvarla e con lei si darà appunto alla fuga. Brad e Amy si confronteranno con gli scienziati del progetto Noah, il maggiore Nichole Sykes (l’attrice nigeriana-britannica Caroline Chikezie, Footballers’ Wives) il dottor Jonas Lear (l’attore scozzese-peruviano Henry Ian Cusick, Lost), e l’ex agente della Marina Clark Richards (Vincent Piazza, Boardwalk Empire, Rescue Me). Nel susseguirsi degli esperimenti Amy e Brad avranno a che fare con una pericolosa nuova razza forse non più umana confinata all’interno del Progetto Noah, composta da l’ex scienziato Tim Fanning (Jamie McShane, Bosch, Bloodline, Sons of Anarchy) e dai detenuti del braccio della morte Shauna Babcock (Brianne Howey, The Exorcist) e Anthony Carter (McKinley Belcher III, Ozark, Mercy Street). Brad si rivolgerà alla sua ex moglie, la dottoressa Lila Kyle (Emmanuelle Chriqui, Entourage, Murder in the First), per chiedere aiuto. In occasione della prima puntata di The Passage, FOX (Sky, 112) cambia veste grafica.
Quando è l’uomo solo con i figliDa Cannes e Torino in sala ‘Le nostre battaglie’
27 gennaio 201915:26
– Che ne è di un uomo solo abbandonato dalla moglie? Di un quarantenne che si ritrova, da un momento all’altro, a dover gestire sia un nuovo se stesso che dei figli adolescenti che a malapena conosce? È quello che racconta ‘Le nostre battaglie’, già Evento speciale alla Semaine de la Critique a Cannes e vincitore poi del Premio del Pubblico e del Cipputi all’ultimo Torino Film Festival. Il film, opera seconda del regista belga Guillaume Senez e ora in sala con Parthénos dal 7 febbraio, racconta appunto la storia di Oliver ( Romain Duris), sindacalista tutto di un pezzo sempre pronto a difendere i diritti dei suoi compagni che, da un giorno all’altro, viene lasciato dalla moglie Laura (Lucie Debay) senza neppure un biglietto, una spiegazione.
“Volevo innanzitutto mostrare la libertà di una donna di abbandonare i propri figli – spiega il regista -. Laura non è né morta, né in prigione. Se ne è semplicemente andata e di lei non sapremo nulla di più. Non volevo fornire spiegazioni né condannarla”.
90 anni Tullio Gregory, filosofo gourmetUna vita in nome della ragione, si dedica a problemi traduzione
27 gennaio 201918:55
Si sta occupando dei problemi della traduzione, ”che vuol dire tradurre, trasportare, trasmettere, perché traducendo si trasmettono i valori e i modelli culturali”, spiega Tullio Gregory che lunedì 28 gennaio compie 90 anni e ha pubblicato il saggio ”Translatio linguarum” e continua a lavorare tutti i giorni. ”Noi viviamo di passato che di volta in volta interpretiamo traducendolo al presente e magari forziamo in un senso o un altro”, spiega
, aggiungendo per esempio che ”anche i fenomeni migratori sono traduzioni: trasportano e traducono valori in modo dinamico favorendo interazioni e elaborazioni tra culture, religioni, tradizioni. Per questo un aspetto fondamentale della traduzione dei valori e di questo incontro diventa la tolleranza, il rispetto verso il diverso”. Storico della filosofia, nato il 28 gennaio 1929, docente di storia della filosofia medievale e di storia della filosofia presso l’università La Sapienza e attratto da sempre dei momenti storici in cui si sono verificate grandi svolte culturali che hanno portato a un cambiamento della vita degli uomini, delle società: prima lo studio e la passione per il Medioevo e in particolare il XII secolo con la sua rinascita grazie alla scoperta del pensiero greco e arabo, poi il Seicento con la caduta della metafisica tradizionale e la nascita della nuova scienza e di quello che viene chiamato illuminismo, da cui gli deriva quella ”fiducia nella ragione, che va sempre difesa perché se si perde si perde la sostanza del nostro essere uomini. Ma sapendo che impegnarsi nell’uso duro e demitizzante della ragione va fatto alla luce del dubbio. Chi è sicuro di sé può diventare un tiranno”.
Quindi uno studioso ma che proprio in collegamento con i suoi interessi principali, si è trovato a farsi parte attiva nel mondo, a criticare, denunciare, proporre soluzioni e spesso a agire in prima persona, in tante commissioni ministeriali legate a problemi universitari o di beni culturali, alla Treccani, al Cnr, e persino alla Rai, dove fece parte nel 1993 del Cda cosiddetto dei professori: ”Chi invita alla ragione, chi pretende venga messa al centro dei problemi e le riflessioni – chiosa – dovrebbe sentirsi poi in dovere di impegnarsi usandola nei confronti degli altri e con gli altri”. Socio nazionale dal 1987 dell’Accademia dei Lincei, Gregory ha promosso nel 1964 ed è sempre stato direttore del gruppo di ricerca CNR e poi Istituto del Lessico Intellettuale Europeo. È stato directeur d’études all’École pratique des hautes études di Parigi (1975-77, 1985-86) e professore alla Sorbona (1986-87) che gli ha conferito la laurea honoris causa nel 1996. Entrato alla Treccani nel 1951, ha diretto la sezione di storia della filosofia e del cristianesimo e ha poi collaborato e guidato e ideato molte delle opere e linee di sviluppo dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, dove ancora oggi cura un progetto sulle parole chiave del XXI secolo.
Così il suo impegno morale in una vita che potremmo definire per molti aspetti ascetica ha poi risvolti invece di partecipazione e godimento della materialità dell’esistenza, tanto che a un certo punto è diventato un noto gourmet, un difensore della tradizione e della grande cucina che ”è un fatto culturale”, di cui ha scritto in più occasioni (anche una storia e lode del pomodoro per l’inaugurazione vicino Parma di un ”Museo del pomodoro”), specie a ogni apertura del Festival della filosofia di Modena, di cui è uno dei fondatori e membro del comitato scientifico e per il quale cura i ”menù filosofici”, convinto che ”ognuno deve impegnarsi a fare al meglio quel che fa, anche un piatto di spaghetti alla matriciana” e spiegando che ”a tavola forse troviamo davvero quella verità intera, piacevole, morbida, profumata che possiamo non solo contemplare ma gustare, come volevano i mistici medievali”.
Non si può non citare poi almeno alcuni dei titoli della vasta bibliografia di Tullio Gregory, tutta ispirata a quell’idea di filosofia come ”modo di riflettere sulle condizioni umane storiche e culturali, strumento che aiuta nel tempo a crearsi una metodologia e dà suggerimenti per intendere meglio la realtà in cui ci si muove”. I titoli vanno da ”Platonismo medievale. Studi e ricerche del 1958 a ”Studio su Gassendi” (1961), ”Etica e religione nella critica libertina” (1986), ”Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale” (1992), ”Origini della terminologia filosofica moderna. Linee di ricerca” (2006), ”Principe di questo mondo.
Il diavolo in Occidente”, sino all’ultimo ”Michel de Montaigne o della modernità” (2016) su cui ha fissato la propria attenzione perché fu ”il primo a intuire gli effetti della scoperta del nuovo mondo. Quando dice che tutto crolla intorno a lui, intende non solo che il mondo è finito, ma che uno nuovo si approssima. Le conquiste del moderno servono a Montaigne per negare la possibilità di soluzioni definitive”. Alla vigilia dei festeggiamenti, che ha voluto solo famigliari, di questi 90 anni dice di aver ”avuto molto dalla vita ma continuo a vivere di progetti” e aggiunge di essere ”felice” del bel rapporto che ha con le due figlie. Alla fine ripete certe sue convinzioni da uomo che non ha rapporti con la fede religiosa: ”il problema è che fede è sostanza di cose sperate. Voglio dire che il comportamento sul nostro futuro solo in parte è dettato dalla ragione, di cui dobbiamo accettare durezza e limiti per non rischiare manie di onnipotenza”.
McKay e Rovere ‘Filmakers’ a LA Italia Festival21 febbraio premi ad autore di ‘Vice’ e de ‘Il Primo Re’
LOS ANGELES27 gennaio 201918:53
LOS ANGELES – Il regista americano Adam McKay artefice del film ”Vice” (8 nomination agli Oscar) e il romano Matteo Rovere, in sala dal 31 gennaio con “Il primo re”, riceveranno il premio ‘Filmmaker Award dell’anno’ assegnato dal Los Angeles, Italia festival e dalla Siae. I due autori si troveranno sullo stesso palco del Chinese Theatre di Hollywood, giovedi 21 febbraio, a poche ore dal gale degli Academy Awards.
Un’occasione unica per confrontarsi sulle reciproche esperienze che li accomunano sulla scrittura, la reggia e la produzione di storie. Passato da attore teatrale comico, classe ’68, Adam Mckay è esploso nel 2016 con “La grande scommessa” co-prodotto da Brad Pitt che raccoglie consensi globali e diverse candidature agli Oscar (incluso miglior film e miglior regia). Esperienza entusiasmante che Brad Pitt ha voluto ripetere con l’amico Adam anche per il film pluri-candidato di quest’anno ”Vice” sull’ex vicepresidente USA Dick Cheney con Christian Bale in odore di premio dell’Academy. Romano, classe 1982, apprezzatissimo regista e produttore, Matteo Rovere dopo varie esperienze in cortometraggi, e in film da festival (Un Gioco da Ragazze e Gli sfiorati), conosce il grande successo con ‘Veloce come il vento’ (2016) interpretato da Stefano Accorsi. E come produttore insieme a Domenico Procaccio realizzando ”Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia. Attualmente è in sala col film in costume su Roma antica “Il primo re” (con Alessio Lapice nel ruolo di Romolo e Alessandro Borghi nella veste di Remo), Rovere porterà a ‘LA ITALIA Festival’ anche la sua ultima produzione ”Croce e delizia” di Simome Godano (con Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio e Jasmine Trinca).
LA ITALIA 2019 verrà inaugurato domenica 17 febbraio dal film “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi dal romanzo di Roberto Saviano e sarà dedicato al leggendario autore italoamericano Francis Ford Coppola (80 anni il prossimo aprile) e alla sua terra d’origine nell’anno di Matera, capitale europea della cultura. La manifestazione sara’ presieduta da Hayma Washington, già presidente degli Emmys , Igino Straffi ‘re’ dell’animazione italiana e da Maria Grazia Cucinotta. Una produzione dall’Istituto Capri nel mondo con sostegno del MIBAC, il patrocinio del MAECI, la partecipazione di SIAE e dell’ICE insieme a Intesa Sanpaolo, Ambi Media Group, Tatatu, Rainbow Group, Rai Com, Medusa ed Isaia. [print-me title=”STAMPA”]
