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SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA

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Ultimo aggiornamento 9 Maggio, 2019, 12:05:14 di Maurizio Barra

SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA

SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA TUTTE LE NOTIZIE SEMPRE AGGIORNATE

DALLE 10:28 DI MERCOLEDì 08 MAGGIO 2019

ALLE 12:05 DI GIOVEDì 09 MAGGIO 2019

SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA

Cinema: dalla Cina l’amore tra la ballerina e il boss
In sala dal 9 maggio I figli del Fiume Giallo di Jia Zhang-Ke

08 maggio 2019 10:28

– ‘I figli del Fiume Giallo’ di Jia Zhang-Ke – dopo il Torino Film Festival in sala dal 9 maggio con Cinema di Valerio De Paolis – ci porta nella Cina del 2001 dentro la cultura jianghu (quella criminale della triade cinese). Qui la giovane ex ballerina Quiao (Zhao Tao) si innamora di un boss della mafia locale, Bin (Liao Fan) ed è disposta a fare tutto per lui.
Così, quando Bin si trova in un conflitto a fuoco, non manca di mettersi a sparare per salvarlo, tanto da venire imprigionata per cinque lunghi anni. Non solo. Quando esce lo va a cercare, ma lui si è ritirato, fa un’altra vita e ha un’altra donna.
Fin qui tutto bene, ma la storia d’amore tra in due in realtà non finisce. Continua anche se con modalità diverse e con il chiaro intento di mostrare che la modernizzazione della Cina è andata a toccare anche quella cultura popolare e radicata della delinquenza ‘sporcandola’ di cellulari e compromessi. Quasi una missione, quella del regista, di monitorare il cambiamento, con ironia e forse anche con un po’ di dolore.
“Ho lavorato a questo film per tre anni – ha detto il regista, già Leone d’oro a Venezia con ‘Still Life’ – e quello che racconto è una parte importante di quella cultura cinese jianghu (triade, mafia) che ha un doppio significato, quello che la lega sia a una vita drammatica, che a una vita pericolosa”.
“Nei Figli del fiume Giallo parlo di una storia – continua Zhang-Ke – che va dal 2001 al 2008, quando la Cina viveva drastici cambiamenti e tutti i valori tradizionali erano cambiati poco a poco. Una cosa che ha riguardato anche il jianghu che si è trovato costretto a cambiare le sue regole, e a volte perdendo parte del suo fascino”.
Nel film, ad alto budget, importante “e comunque centrale è la coppia protagonista che attraversa amore, tradimenti, separazioni, rappacificazioni e ancora separazioni, ma non arriva mai ad un legame fisso. Entrambi mantengono la loro personale libertà perché credo che in loro ci sia, sopra ogni altra cosa, una natura ribelle”.

Domus Aurea, riemerge Sala della Sfinge

Russo “frutto del lavoro di tutela”

08 maggio 201918:52

Pantere, centauri rampanti, persino una sfinge che svetta muta e solitaria. Sontuosa ed interamente decorata, torna alla luce, dopo duemila anni a Roma, una nuova sala della Domus Aurea neroniana. Scoperta eccezionale ed emozionante,

nella quale i tecnici si sono imbattuti mentre intervenivano per restaurare la volta di un ambiente contiguo.

“E’ il frutto della nostra strategia puntata alla tutela e alla ricerca scientifica – spiega la direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo- rimasta nell’oscurità per quasi venti secoli, la Sala della Sfinge ci racconta le atmosfere degli anni del principato di Nerone”.
La scoperta, raccontano archeologi e restauratori, risale agli ultimi mesi del 2018, grazie ad un ponteggio montato per restaurare la volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 attualmente note dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore si fece costruire nel 64 d.C dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’impero romano.   “Ci siamo imbattuti in una grande apertura posta proprio all’imposta nord della copertura della stanza”, scrive nella sua relazione Alessandro D’Alessio, il funzionario responsabile della Domus Aurea. Le lampade che i tecnici avevano a portata di mano per illuminare i ponteggi hanno fatto il resto: “rischiarata dalle luci artificiali è apparsa d’un tratto l’intera volta a botte di una sala adiacente completamente affrescata”.  Un tesoro che si è scelto di mettere subito in salvo, spiega ancora il tecnico, con un intervento che si è concluso agli inizi di quest’anno. Peccato che una larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano ,che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale. “Ma non è detto che debba rimanere così – spiega D’Alessio – ora che è stato concluso il lavoro di messa in sicurezza, valuteremo il da farsi. E’ possibile anche che si decida di liberare dalla terra l’intera sala”   Quello che emerge al momento racconta però già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Banco del Mutuo Soccorso, la nostra generazione ha fallitoEsce ‘Transiberiana’, a 25 anni ultimo lavoro band rock

08 maggio 201912:09

Un viaggio che solo in parte ha portato dove volevano. Coerenti a se stessi e ai loro valori di gioventù, consapevoli di quello che hanno rappresentato nel panorama musicale nazionale e internazionale dagli anni ’70 in poi, dell’affetto di un pubblico che li ha seguiti, si è identificato con loro. Ma la sfida di essere dei buoni maestri, di trasmettere ai giovani, i loro insegnamenti, musicalmente e non, è franata. “Si la mia generazione ha fallito altrimenti non ci sarebbero queste macerie intorno – ammette Vittorio Nocenzi, 68 anni, figura carismatica del Banco del Mutuo soccorso che oggi ha presentato l’album Transiberiana – Siamo arrivati a un degrado del buon gusto tale che è insopportabile”.Il loro viaggio metaforico, lungo la linea ferroviaria che attraversa la Siberia, tra la paura dell’ignoto, gli imprevisti, per arrivare all’Oceano dove i viaggiatori capiscono che non era quella la meta, è il filo conduttore dell’atteso album. Esce sul mercato mondiale il 10 maggio per l’etichetta internazionale Inside Out Music/Sony Music Group. Anticipato dalle tracce “I ruderi del gulag” e “L’assalto dei lupi”, segna il ritorno della band a 25 anni di distanza dall’ultimo album da studio, “13”, pubblicato nel 1994. “Ci siamo prefissati di non fare il verso a noi stessi, e questo era il pericolo, e quindi il primo paletto che ci siamo posti: doveva essere un disco vero, ispirato, credibile, che raccontasse chi siamo e come la pensiamo, non volevamo un disco che sembrasse musica anni ’70 – ha spiegato Nocenzi – un artista deve sempre presentare una visione etica”. Dopo tutti questi anni dedicati ad altro, soprattutto concerti e tour per il mondo, e la scomparsa di due tra i componenti storici (Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese), il Banco torna quindi con un lavoro frutto della vena creativa di Nocenzi, e grazie all’apporto del figlio Michelangelo (‘la scoperta del mio terzogenito come mio alter ego è stata per me inaspettata’, ha detto Vittorio), e di Paolo Logli. Undici nuove composizioni che sembrano il riflesso di tutta la carriera del Banco, gruppo nato nel 1970, protagonista per decenni della scena progressive rock nazionale e internazionale.”Il viaggio più importante e faticoso che fa ciascuno di noi è vivere, oggi più che mai – ha detto Nocenzi – Ma c’è anche la metafora dell’estremismo che stiamo vivendo in questi giorni, senza ideali, valori di riferimento, noi non ci rispecchiamo molto nelle modalità della vita contemporanea, abbiamo una forbice che va dai fanatici integralisti agli ignoranti presuntuosi, due abomini che stiamo vivendo tutti i giorni, poi c’e’ quella macchina di internet che consente anche all’idraulico di parlare dei vaccini insieme all’esperto”. “I prodotti culturali vengono considerati degli inciampi – ha proseguito – e anche i media hanno la loro responsabilità, hanno aumentato esponenzialmente l’informazione creando un grande equivoco, quello di confondere informazione con conoscenza”. Nel nuovo album le sonorità (‘il prog è una musica che nasce come anarchica, un tempo dispari non fa rock progressive’, ha ribadito Nocenzi), sono interpretate da moog e percussioni etniche, con i suoni liquidi di chitarre e pianoforti, ma anche insolite soluzione orchestrali, come gli strumenti a fiato e il mandolinato della Balalaika dopo un assolo di una chitarra elettrica.Il Banco del Mutuo Soccorso è attualmente composto da Vittorio Nocenzi (pianoforte, tastiera e voce), Filippo Marcheggiani (chitarra elettrica), Nicola Di Già (chitarra ritmica), Marco Capozi (basso), Fabio Moresco (batteria) e Tony D’Alessio (lead vocal).
Stand Altaforte in spazio più sicuroSpostato dall’Oval dopo il Comitato ordine pubblico

TORINO08 maggio 201912:10

– Sarà collocato in uno spazio più sicuro del Salone del Libro, probabilmente davanti a quello della Difesa, lo stand di Altaforte, la casa editrice ritenuta vicina a CasaPound. La decisione, a quanto appreso, è stata presa durante la riunione del Comitato ordine pubblico e sicurezza svoltosi in prefettura per il timore che la discussa presenza della casa editrice possa generare tensioni all’interno della manifestazione. In un primo momento lo spazio espositivo era stato collocato all’Oval.
Liam Payne nuovo volto di HugoIl marchio del gruppo Boss sceglie il cantante che firma capsule

08 maggio 201912:13

– Il marchio di abbigliamento Hugo (gruppo Boss) annuncia la nuova partnership con il cantante Liam Payne, che sarà ambasciatore del marchio, volto di una nuova capsule collection e della campagna bodywear, realizzata da Mert & Marcus, in uscita nel corso dell’estate.
“Sapevo che se avessi deciso di fare qualcosa nel mondo della moda sarebbe stato con con Hugo – dice Payne. “É una collezione che i ragazzi come me vogliono indossare. La moda è un hobby per me, ma mi piace essere parte del processo creativo”.
Il brand tedesco ha infatti collaborato con il musicista anche nella realizzazione della capsule collection ‘Hugo x Liam Payne’, ispirata allo stile personale del cantante. La capsule sarà svelata durante la settimana della moda di Berlino a luglio, con un concerto e una presentazione. I capi saranno disponibili per l’acquisto subito dopo.
Alla fine del 2019, Liam apparirà come il nuovo volto di Hugo.
Krishna, indiano d’Emilia tra Gange e PoIn Il Vegetariano. Regista, storia dura ma non priva di speranza

08 maggio 201912:26

– Le acque del Gange, “madre di ciò che vive e si muove”, e del Po, scandiscono Il vegetariano di Roberto San Pietro, viaggio intenso tra spiritualità, realismo, incontro e scontro di culture. “Racconto una storia dura ma non priva di speranza” dice il regista. Realizzato con un cast quasi esclusivamente di non professionisti, Il vegetariano, prodotto e distribuito da Apapaja, sta girando l’Italia con un serie di proiezioni, accolte spesso da sold out. Tra le prossime tappe il debutto a Roma (al Quattro Fontane il 9, il 13 e il 14 maggio), poi il ritorno a Milano da dove è partito, e ancora fra le altre, Suzzara (Mn), Modena, Faenza e Brescia. Protagonista è Krishna (Sukhpal Singh), indiano 24enne, figlio di un bramino, che da dieci anni ha trovato casa in Italia, dove lavora in un piccolo allevamento di bovini della Pianura Padana, in Emilia. Aperto agli altri quanto rigoroso nel rispetto dei propri valori, il ragazzo, profondamente religioso, si ritrova a pagare il conto di una sua scelta.
Altaforte, c’è mafia antifascistaDi Stefano, non avrei fatto fare volume Salvini a ridosso voto

08 maggio 201913:24

– “A sinistra esiste un antifascismo militante che diventa una mafia, una mafia culturale. Io ringrazio i vari Raimo, Zerocalcare, Wu Ming e tutti quelli che si sono sfilati dal salone del libro. Loro pensavano di farci un torto sabotandoci ma alla fine, quando andiamo a valutare gli aspetti commerciali, vediamo che il libro con l’intervista a Salvini ha scalato qualunque tipo di classifica”. Lo ha detto Francesco Polacchi, editore di Altaforte, nel corso di una conferenza stampa sulle elezioni europee convocata a Milano da CasaPound. “Se fosse stata la mia casa editrice il libro non glielo avrei mai fatto fare a 15 giorni dal voto, questo mostra che è una casa editrice indipendente”, gli ha fatto eco il segretario nazionale di CasaPound, Simone Di Stefano, commentando la pubblicazione del libro con l’intervista a Matteo Salvini di Altaforte.
Polacchi indagato per apologia fascismoFrasi editore Altaforte nel mirino dei magistrati torinesi

TORINO08 maggio 201913:37

– La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per apologia di fascismo nei confronti di Francesco Polacchi, di Altaforte, casa editrice vicina a CasaPound. Nei confronti del 33enne, coordinatore regionale del partito di estrema destra in Lombardia, la Città di Torino e la Regione Piemonte hanno presentato un esposto. “Io sono fascista”, “l’antifascismo è il vero male di questo Paese”, “Mussolini è il miglior statista italiano” sono alcune delle sue frasi finite nel mirino dei magistrati.

Santa Cecilia, Pappano e BatiashviliIl maestro e la violinista nel concerto n. 1 di Bartok

08 maggio 201914:43

– Serata speciale giovedì 9 maggio per la stagione sinfonica di Santa Cecilia con il maestro Antonio Pappano sul podio, la violinista Lisa Batiashvili e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale nell’esecuzione del Concerto n. 1 per violino di Béla Bartòk (ore 19:30, Auditorium Parco della Musica; repliche venerdì 10 alle 20:30 e sabato 11 alle 18:30).
In programma anche il celebre poema sinfonico Una notte sul Monte Calvo di Musorgskij e Shéhérazade di Rimskij-Korsakov, ispirato alle vicende della principessa protagonista delle novelle di Le mille e una notte.
Dalla carta alle app, a Palazzo BaroloPiù di 250 oggetti, con pezzi rari e curiosità

TORINO08 maggio 201914:45

Dai primi volumi animati, i pop-up dai quali spuntano fuori personaggi di carta generando un effetto sorpresa, alle applicazioni per smartphone. E’ il lungo precorso espositivo proposto dalla mostra ‘Pop-App. Scienza, arte e gioco nella storia dei libri animati dalla carta alle app’, fino al 30 giugno a Palazzo Barolo. Più di 250 oggetti tra testi, giochi e disegni dal 1500 al 1960: un patrimonio culturale ed economico di valore inestimabile, con pezzi rari e veri gioiellini. L’iniziativa fa parte del progetto che vede coinvolti l’Università La Sapienza di Roma (che nello stesso periodo organizza una mostra parallela presso l’Istituto Centrale per la Grafica della capitale) e la Fondazione Tancredi di Barolo di Torino.
“Per la mostra abbiamo tradotto in app il racconto Storia di una bambina e di una bambola scritto da Paola Lombroso Carrara, figlia di Cesare Lombroso, nel 1914”, spiega Pompeo Vagliani, presidente della Fondazione Tancredi di Barolo-Musli (Museo della scuola e del libro per l’infanzia).

Volti, mani e scimmie al Fondaco VeneziaInstallazione di Fornasetti e Manzi nel periodo della Biennale

VENEZIA08 maggio 201914:50

– “La regola del sogno.
Un’installazione di Barnaba Fornasetti e Valeria Manzi – The rule of dreams. An art installation by Barnaba Fornasetti and Valeria Manzi”. E’ il titolo di un appuntamento al Fondaco dei Tedeschi di Venezia, fino al 24 novembre nel periodo della Biennale d’Arte. Si tratta di un intervento artistico che permea tutta la sede dell’area commerciale del Fondaco dal quarto piano alla corte fino alla porta d’acqua. Tra volti femminili, scimmie irriverenti e mani che fendono l’aria, l’installazione, firmata da Barnaba Fornasetti e Valeria Manzi, dialoga con gli spazi e con la portata simbolica del luogo che la ospita, giocando con i suoi segni storici che i due creativi affidano alle sagome di scimmie che circondano i visitatori e sembrano ammonirli dall’alto della loro irriverenza. Secondo un analogo gioco di rimando e ribaltamento, di metissage tra codici ed epoche diverse, ecco i volti femminili.
Mean Home, ecco la “casa media”Progetto indaga l’edilizia abitativa tra Italia e Gran Bretagna

08 maggio 201914:57

Il rapporto tra architettura inglese e italiana dagli anni ’60 a oggi, anche alla luce delle nuove esigenze di una concezione abitativa condivisa da entrambi i Paesi che punti alla sostenibilità ecologica, alla correzione della disuguaglianza economica, alla promozione di società inclusive e democratiche: è la mostra “Mean Home. Adam Nathaniel Furman, Fosbury Architecture and Jack Self” allestita dal 9 al 30 maggio alla British School at Rome. A cura dell’organizzazione inglese Real, quinto capitolo del programma di Architettura della BSR Brave New World: New Visions in Architecture, curato da Marina Engel, l’esposizione si focalizza sull’edilizia abitativa e sulla sua evoluzione. Per ripensare la “casa media”, la mostra si configura come scambio culturale e gioco collettivo: gli architetti di Londra dello studio Real hanno progettato una “casa tipica” per gli italiani, mentre il collettivo milanese Fosbury Architecture ha ideato un’abitazione per gli inglesi.
Cammariere, tra jazz, soul e tocco popEsce “La fine di tutti i guai”, decimo album del cantautore

09 maggio 201909:43

antico e sempreverde amore per il jazz, un’incursione nel mondo black, tra soul e rhythm and blues, e un tocco di pop, passando anche per il funky e il country-folk “perché la canzone d’autore è sempre in evoluzione”. Il nuovo album di Sergio Cammariere, La fine di tutti i guai (in uscita il 10 maggio per Jando Music in co-produzione con Parco della Musica Records e distribuzione Egea), segna una svolta dell’artista calabrese che si spinge fin nelle atmosfere della musica latino-americana.”Con un’attenzione certosina ai testi, scritti insieme a Roberto Kunstler – racconta Cammariere, seduto a un tavolo di un ristorante romano -. Ci sono voluti tre anni di lavoro per scegliere le parole giuste, che fossero ben armonizzate con il suono”. Un’attenzione alla parola che forse non a caso arriva dopo l’album strumentale Piano, uscito poco più di un anno e mezzo fa. Il titolo – spiega ancora – “è di buon auspicio, è una visione di pace e di amore in questo mondo dove si registra una curva di involuzione, una speranza nel travaglio di questa condizione umana. E ben si lega ad altri titoli strani che ho dato ai miei lavorio in passato”. Il tema dell’amore è il fil rouge che lega gli undici brani di La fine di tutti i guai.”Racconto l’amore perché l’amore è quello stato mentale, quel sentimento che aiuta a dimenticare e che ti fa scoprire la bellezza – dice Cammariere, che sta lavorando anche ad un docu-film su Rino Gaetano, dopo aver scoperto nel 1996 di essere suo cugino -. L’amore universale che è comprensione e accettazione dell’altro. E va oltre l’amore tra un uomo e una donna, tra due donne, tra due uomini”. Il mondo intimista nel quale ci ha accolto in passato il cantautore, lascia spazio anche a ritmi più solari e gioiosi, come in “Io so”, unico brano non inedito del disco. “E’ una canzone nata nel 1994, portata al Premio Tenco nel 1996 ma con un altro testo e ora rivista e corretta. Di questo brano, che proponevo anche ai tempi in cui frequentavo Il Locale a Roma, esiste anche una versione con Alex Britti e Max Gazzè”. Tre delle canzoni del disco, che ha preso forma alla presenza e con il beneplacito del gatto Pippo, erano state presentate a Sanremo (dove Cammariere era già stato nel 2003 e nel 2008), “ma la Commissione non le ha volute, io comunque ci riproverò”. Ma, chiarisce, anche se preferisce il Tenco, “la nostra casa”, nessun attacco al festival: “Rimane ancora oggi l’unica vetrina importante per la musica e grazie a questa direzione artistica abbiamo potuto scoprire artisti interessanti come Achille Lauro”, anche se una frecciatina la manda, “magari non mi hanno preso perché non sono dentro scuderie forti come Friends & Partners (ndr, la stessa di Claudio Baglioni e di molti artisti in gara)”. E sulla querelle scoppiata intorno al podio, aggiunge: “Ultimo è un fenomeno, ma io preferisco Mahmood: è fortissimo”.Sergio Cammariere presenterà dal vivo le nuove canzoni in un tour che partirà il 17 maggio da Maniago (PN) e andrà avanti durante l’estate per una decina di date.

Tornano i Fast Animals And Slow KidsEsce il 10 maggio il nuovo album firmato dalla band

08 maggio 201917:14

– Arriva a due anni di distanza dal precedente il nuovo album dei Fast Animals And Slow Kids che il 10 maggio pubblicano ‘Animali notturni’. Il quinto capitolo discografico della band composta da Aimone Romizi, Alessandro Guercini, Alessio Mingoli e Jacopo Gigliotti, è anche il primo pubblicato con una major del disco, la Warner Music. “Non abbiamo fatto compromessi – ha raccontato Aimone Romizi, che dei testi del gruppo è anche la penna – ma semplicemente ci sentiamo in un momento di grande libertà, che ci permette di usare anche parole come cuore e amore che prima ci risultavano ostiche”.
Anticipato in radio dal singolo ‘Radio Radio’, ‘Animali notturni’ è composto da una scaletta di undici tracce, da quella che ha dato il titolo al lavoro, fino a ‘Novecento’, che riassume le intenzioni di tutto il disco. “Il Novecento è il secolo del cambiamento – ha detto Romizi – e questo momento per noi ha un po’ quel tipo di significato. I cambiamenti sono qualcosa che può fare paura, ma ti aiutano anche a crescere”.
Residenze Reali Sabaude, Curto direttoreLo ha nominato l’assemblea dopo la selezione indetta dal Mibac

TORINO08 maggio 201918:13

– Guido Curto è ufficialmente il nuovo direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude. Lo ha nominato l’assemblea dopo la selezione indetta dal Mibac, in base all’indicazione del ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli e sentito il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino.
La presidente Paola Zini, a nome di tutti i consorziati – si legge in una nota – si congratula e porge un caloroso benvenuto al professore Curto insieme agli auguri per il lavoro che si appresta a svolgere. Prossimamente verrà indetta una conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore.

Blink-182 tornano con nuovo singoloDal 27 giugno la band sarà in tour negli Usa con Lil Wayne

08 maggio 201918:54

I blink-182, tra i pesi massimi del punk-rock anni ’90 nominati ai Grammy, hanno pubblicato un nuovo singolo dal titolo “Blame It On My Youth”, il primo per Columbia Records/Sony Music, già disponibile sulle piattaforme e in radio dal 17 maggio.
La canzone, prodotta da Tim Pagnotta, è disponibile in digitale ed è accompagnata da un lyric video curato dal famoso artista di graffiti RISK (https://bit.ly/2J8DSCq).
Dal loro esordio nel 1992 a San Diego, i blink-182 hanno venduto più di 50 milioni di album in tutto il mondo e hanno acquisito una fan-base enorme in ogni angolo del Pianeta, diventando una delle rock-band fonte di maggior ispirazione della loro generazione. Dal 27 giugno la band sarà in tour negli Stati Uniti insieme a Lil Wayne.
Marco Mengoni, 5 date in nome bellezzaNuovo progetto estivo Fuori Atlantico

08 maggio 201919:59

– Mentre è ancora in tour, Marco Mengoni annuncia il suo nuovo progetto estivo: Fuoti Atlantico attraversa la Bellezza, cinque location inedite tra natura, arte e bellezza.
Ambienti simbolo della conservazione artistica e culturale del nostro Paese, dalla suggestione del labirinto più grande del mondo alla visuale di un teatro en plein air nel cuore della Sicilia, dal paradiso naturale degli sportivi tra Umbria e Marche, al palcoscenico di pietra delle cave, per finire tra le acque calme di un lago di montagna.
Una produzione unica e volutamente minimale, perché lo spettacolo sarà la natura stessa. Mengoni ha voluto questi cinque appuntamenti per valorizzare il patrimonio artistico e le bellezze della natura.
Il calendario: 14 luglio al Labirinto della Masone, Fontanellato (Parma), 18 luglio al Teatro Andromeda, Santo Stefano Quisquina (Agrigento), 21 luglio a Monte Cucco – Sigillo (Perugia), 24 luglio alla Cava la Beola di Monte a Montecrestese – Verbania, 28 luglio ai Laghi di Fusine – Tarvisio.

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L’India guarda a Gandhi, ma la sorpresa è il Ghana
Viaggio nei padiglioni nazionali dai Giardini all’Arsenale

VENEZIA08 maggio 201921:22

– Guardare alla storia passata, a figure come Gandhi, a 150 anni dalla nascita, per avviare una riflessione su concetti come azione o libertà in una fase di tempi “spinosi”, a dirla con le parole del presidente della Biennale Paolo Baratta, dove si creano crepe su fronti come quelli di diritti che nel mondo occidentale sembrano da tempo acquisiti e in altri Paesi del resto del mondo ancora da metabolizzare.
Non poteva che arrivare dall’India, attraverso la variegata proposta di sette artisti, un messaggio d’arte che prende spunto dalle idee del Mahatma, “personaggio tanto apprezzato quanto criticato” ma “difficile da ignorare in un mondo violento e intollerante”.
Storia, integrazione razziale, indipendenza, violenza sulle donne, rapporto tra uomo e natura in un’ottica di costruzione di un possibile futuro: sono solo alcuni dei tanti temi, delle tante suggestioni, che si incontrano girando per i padiglioni nazionali della 58. esposizione internazionale d’arte della Biennale, “May you live in interesting times”, a cura di Ralph Rugoff. Sono 90 complessivamente le rappresentanze nazionali a cui mesi fa il curatore ha fatto conoscere, a solo titolo di sapere, il suggestivo tema dei “tempi interessanti”. Padiglioni sparsi per le sedi storiche della Biennale – i Giardini e l’Arsenale – e in tanti altri punti della città lagunare. Come da tradizione, nel primo giorno della vernice – l’inaugurazione e l’apertura al pubblico sabato 11 maggio – si sono formate lunghe fila davanti agli ingressi di padiglioni come la Francia – con un progetto di Laure Prouvost “intriso di utopia e surrealismo” – o la Gran Bretagna, con le opere di Cathy Wilkes. Poco lontano la Germania con una sala di pietre e un muro curvo o il Giappone con una installazione a quattro firme (un artista, un compositore, un antropologo e un architetto) per riflettere sull’ecologia condivisa. Negli spazi dei Paesi Nordici una sorta di invito all’umanità a guardare a forme di vita disperse presenti sul pianeta per garantire un futuro, mentre due artiste del padiglione svizzero scrivono una lettera al visitatore per andare all’indietro contro l’odio e l’arroganza. Particolarmente interessante, davanti a un fiorire di video o installazioni, il padiglione statunitense con le sculture di Martin Puryear, il titolo è “libertà”. Da vedere anche quello russo, dove c’è il titolo richiama un capitolo del Vangelo di Luca e un dipinto di Rembrandt all’Ermitage.
Passando all’Arsenale, una positiva sorpresa è la proposta del padiglione Ghana – per la prima volta alla Biennale con Madagascar, Malesia e Pakistan – per forza curatoriale e qualità delle opere, suggestiva l’installazione al padiglione dell’Arabia Saudita e carica di rimandi alla storia – c’è anche un riferimento alla struttura segreta “Gladio”” nella proposta del Cile.
Renato Zero, un tour e un nuovo albumDall’1 novembre il ‘Re dei sorcini’ nei palasport italiani

MA08 maggio 201911:57

– Torna Renato Zero con un tour che partirà il primo novembre dal Palasport di Roma (replica il 3-4-6/11) e girerà tutti i palazzi dello sport d’Italia, e con un nuovo album d’inediti, “Zero il folle” (Tattica) che uscirà a ottobre. “Folle è chi sogna – ricorda il “Re dei sorcini” – chi è libero, chi provoca, chi cambia. Folle è chi rifiuta le regole e l’autorità, alimentando i desideri nascosti di chi lo giudica e segretamente vorrebbe assomigliargli. Folle è chi non si vergogna mai e osa sempre, per rendere eterna la giovinezza”.
“Scommettiamo che il tempo non ci tange? – prosegue – Che la ruga non ci sfiora? Che il sogno ci sostiene e la musica ci adora? Siamo folli impenitenti. Siamo alunni e professori, principi e corsari. Siamo giovani maturi. La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs. Non vergognarsi mai e osare tutto, per rendere eterna la giovinezza”. L’elogio alla follia 500 anni dopo incontra il pentagramma.
Stop tour Ramazzotti, mi opero ma tornoL’artista, intervento a corde vocali ma sarò più forte

MA08 maggio 201914:52

Stop momentaneo per il tour di Eros Ramazzotti, per un intervento alle corde vocali: l’annuncio da Amburgo dal profilo ufficiale dello stesso artista che tranquillizza i fan, spiegando che da luglio tornerà sul palco.
“Alla fine della prima fase del tour – scrive Eros (‘Siamo’ è il nuovo singolo di Ramazzotti, in rotazione radiofonica da venerdì 10 maggio: brano è quarto estratto dall’album Vita ce n’è, uscito per Polydor in 100 paesi del mondo e disco di platino in Italia ndr) – ho dovuto necessariamente fermarmi per farmi operare alle corde vocali per un problema di ispessimento e per ritornare ancora più forte di prima. Ora dovrò stare fermo e riabilitarmi per due mesi. Mi dispiace per i miei fan sparsi in nord, centro e sud America. Recupererò tutto l’anno prossimo ma in Europa riprenderò regolarmente l’11 luglio a Locarno per 2 mesi di festival musicali. Grazie al prof. Markus Hess per la sua grande professionalità. Grazie a voi per l’affetto di sempre. Eros”.

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Stallone a Cannes, première per Rambo V
Consacrazione ufficiale per l’attore americano

09 maggio 201909:36

Sylvester Stallone sarà al festival di Cannes per promuovere Rambo V – Last Blood che ha girato pochi mesi fa. E’ l’ultimo annuncio del festival, al via il 14 maggio, riguardo la selezione ufficiale.Stallone, ancora una volta nei panni dell’iconico Rambo, sarà presente sulla Croisette e avrà l’onore di una proiezione speciale al Palais des Festivals il 24 maggio e lui stesso introdurrà alcune immagini del quinto episodio della saga dell’eroe Rambo creato da David Morell.Un video montaggio sulla sua carriera precederà la proiezione restaurata in 4k del primo Rambo (1982), diretto da Ted Kotcheff al Grand Thétre Lumière. Rambo V: Last Blood diretto da Adrian Grunberg ha nel cast Paz Vega e Oscar Jaenada.

Krishna, indiano d’Emilia, tra Gange e PoIn Il Vegetariano. Regista, storia dura ma non priva di speranza

09 maggio 201911:14

Le acque del Gange, “madre di ciò che vive e si muove”, e del Po, scandiscono Il vegetariano di Roberto San Pietro, viaggio intenso tra spiritualità, realismo, incontro e scontro di culture, mondi contadini che faticano a resistere. “Racconto una storia dura ma non priva di speranza” dice il regista. Realizzato con un cast quasi esclusivamente di non professionisti, Il vegetariano, prodotto e distribuito da Apapaja, sta girando l’Italia con un serie di proiezioni, accolte spesso da sold out. Tra le prossime tappe il debutto a Roma (al Quattro Fontane il 9, il 13 e il 14 maggio), poi il ritorno a Milano da dove è partito, e ancora fra le altre, Suzzara (Mn), Modena, Faenza e Brescia. Protagonista della storia è Krishna (Sukhpal Singh), indiano 24enne, figlio di un bramino, che da dieci anni ha trovato casa in Italia, dove lavora in un piccolo allevamento di bovini della Pianura Padana, in Emilia. Aperto agli altri quanto rigoroso nel rispetto dei propri valori, il ragazzo, profondamente religioso, si ritrova a pagare il conto per la sua incapacità di rinunciare a ciò che crede. Addetto alla mungitura delle vacche, animali sacri per gli indù, Krishna, si ribella a modo suo alla decisione del proprietario, in piena crisi, di vendere una delle mucche, perché improduttiva. L’unica persona da cui Krishna viene compreso a fondo è la ragazza russa di cui si innamora, Maria (Marta Tananyan) venuta in Italia per dare il cambio alla madre come badante di un’anziana signora: “A volte le persone che non vengono capite dagli altri si ritrovano fra loro” dice il regista. L’idea del film (girato in parte anche in India, per i flashback legati alla famiglia di Krishna), è nata “alcuni anni fa, quando su un quotidiano in cui si parlava di questa comunità indiana molto numerosa che viveva nella Pianura Padana impiegata per la maggiorparte nell’allevamento delle mucche da latte, e del rapporto degli indiani con questi animali verso cui avevano grande cura – spiega Roberto San Pietro, che torna a un lungometraggio dopo 15 anni dedicati a documentari sulle opere messe in scena alla Scala di Milano -. Si spiegava anche però come i metodi degli allevamenti intensivi potessero mettere a volte in crisi questi lavoratori. Avendo da sempre anche un grande amore per la filosofia indiana, mi è sembrata l’occasione di parlarne legandola a una realtà molto concreta. Così sono andato varie volte in Emilia, ho raccolto testimonianze, episodi e su quelli ho basato la storia”. Normalmente “i film sull’integrazione mostrano contesti violenti, di periferie cittadine degradate dove lo scontro è al livello di rispetto della legalità. Questa situazione mi sembrava più interessante, perché non c’è un contesto di violenza ma l’incontro e scontro è legato a un valore culturale, il rispetto di Krishna per tutte le forme di vita, non solo quelle umane. Ci richiama alla necessità di una maggiore comprensione e rispetto reciproci”. Il bisogno di avere come interpreti indiani che parlassero bene italiano e il taglio della storia “mi hanno portato a fare lunghi casting in tutte le comunità indiane. Abbiamo visto centinaia di persone, ed a volte sotto l’apparenza era difficile capire le potenzialità, perché spesso questi indiani giovani, un po’ occidentalizzati, si presentavano con i capelli ossigenati o in altre maniere improbabili. Bisognava guardare sotto la superficie. E’ stata anche quella una fase appassionante”. Il film racconta anche la dura situazione che affrontano molti piccoli allevatori: “si rimane impressionati nel vedere come molte grandi fattorie nella Pianura Padana che una volta ospitavano centinaia di contadini, oggi abbiano uno o due indiani a fare tutto, vista la meccanizzazione della mungitura.
E anche così gli allevatori fanno fatica, visto il ribasso incontrollabile dei prezzi”. Il film non vuole lanciare messaggi “ma semplicemente suggerire l’idea che le culture degli immigrati, che spesso reputiamo arretrate, a volte offrano spunti di riflessione importanti anche per noi e la nostra realtà”.
Salone Libro,smantellato stand AltaforteAppendino, tuteliamo città. Di Maio, Costituzione è antifascista

TORINO09 maggio 201910:54

– È stato completamente smantellato al Salone del Libro lo stand di Altaforte, la casa editrice vicina a Casa Pound al centro di polemiche per le prese di posizione filo-fasciste del fondatore, Francesco Polacchi.
In merito alla sua esclusione dalla buchmesse, la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha detto che si è trattato di “una scelta a protezione e tutela del Salone, della nostra città e del nostro Paese” e che “non è stata una rivalsa nei confronti di Salvini”.
Ai microfoni di Radio Uno, il vicepremier Luigi Di Maio ha spiegato che “la casa editrice è andato lì a dire che l’antifascismo è il male assoluto. Restiamo nelle cose concrete, per carità, ma una cosa concreta è che la nostra Costituzione nasce su valori contro il fascismo, antifascisti, quindi quella è una provocazione per vendere più libri, ma non possiamo far passare queste provocazioni così”.

Altaforte, mia esclusione è anti-SalviniL’editore, mie frasi adoperate come scusa

TORINO09 maggio 201911:35

– “Le mie dichiarazioni sono state usate come scusa, sono stato denunciato per un reato di opinione. Sono disponibile a chiarire la mia posizione con la Procura, ma ritengo che la pietra dello scandalo sia il libro ‘Io Matteo Salvini’. E’ un attacco al ministro dell’Interno, che comunque non voglio tirare per il bavero”. Così Francesco Polacchi, editore di Altaforte, la casa editrice vicina a Casapound esclusa dal Salone del Libro. “Una revoca inaccettabile – aggiunge – andremo per via legali”.

Velluti e ricami fra ‘400 e ‘500Al Castello del Buonconsiglio una storia dei tessuti sacri

TRENTO09 maggio 201911:45

– Il Castello del Buonconsiglio di Trento ospiterà una mostra che racconta la storia dei tessuti sacri attraverso quadri e preziosi velluti e ricami del ‘400 e ‘500, tra Gotico e Rinascimento. Dal 12 luglio si potranno ammirare ricami in seta e oro prodotti nei centri che all’epoca assicuravano un assoluto grado di perfezione tecnica e formale come Firenze, Venezia e Milano.
Tra questi il preziosissimo parato di papa Niccolò V del Museo del Bargello di Firenze, commissionato nel 1450 dalla città di Siena e donato al pontefice per la canonizzazione di san Bernardino, e il cappuccio di piviale del Castello Sforzesco di Milano, restaurato per l’occasione. In mostra poi piviali in velluto, pianete di oro e d’argento, rare dalmatiche con ricami in fili di seta variopinta, preziose stoffe fiorentine e veneziane dai molteplici ornati, oltre ad alcuni importanti dipinti sacri di Altobello Melone, Michele Giambono, Francesco Torbido, Rocco Marconi, e i due dipinti del misterioso Maestro di Hoogstraeten.

Poker femminile in corsa per la Palma d’oroSu 21 film in concorso Diop, Hausner, Sciamma e Triet

08 maggio 201919:33

senegalese Mati Diop con una storia di migrazione, l’austriaca Jessica Hausner, con un fantasy distopico e, infine, le francesi Céline Sciamma e Justine Triet, rispettivamente con una storia dai toni drammatici e un’amicizia-amorosa tra due donne, questo il poker al femminile in concorso alla 72/a edizione del Festival di Cannes (14-25 maggio).Intanto c’è la viennese Jessica Hausner che porta sulla Croisette LITTLE JOE che si annuncia come un fantasy-distopico. Di scena una pianta creata da un laboratorio genetico che sembra produrre curiosi cambiamenti nelle persone o negli animali con i quali viene a contatto. Le persone toccate dagli effluvi di questa pianta sembrano diventare come estranei e con una personalità modificata. Una cosa vera o frutto dell’immaginazione?Per Diop, figlia del musicista jazz Wasis Diop e nipote del defunto, grande pioniere del cinema senegalese Djibril Diop Mambéty (Touki Bouki, Hyènes) è debutto alla regia con ATLANTIQUE. Diop, la prima cineasta africana in concorso a Cannes, racconta invece come in un popolare sobborgo di Dakar ci sono alcuni lavoratori in un cantiere di una torre futuristica, che non vengono pagati da mesi. Così decidono di lasciare il paese alla ricerca di un futuro migliore imbarcandosi sull’Oceano.PORTRAIT OF A LADY ON FIRE di Céline Sciamma è ambientato nella Francia del XVIII secolo e ha come protagonista una giovane pittrice, Marianne (Noémie Merlant), alla quale viene commissionato un ritratto da sposa di Helose (Adèle Haenel) da fare a sua insaputa. Così Marianne, costretta ad osservare il suo modello di nascosto, si ritrova a dipingere di notte. A complicare le cose il fatto che la frequentazione tra le due donne creerà tra loro una crescente attrazione. Nel cast anche la nostra Valeria Golino nei panni della contessa madre di Helose.Infine, sempre dalla Francia, arriva in concorso un’altra storia tra due donne. Si tratta da quella proposta in SIBYL da Justine Triet. Protagonista appunto Sibyl (Virginie Efira), psicoterapeuta in crisi che decide di tornare alla sua prima passione: la scrittura. La sua ultima paziente Margot (Adèle Exarchopoulos), un’attrice emergente e problematica, si rivela per lei una fonte di ispirazione troppo allettante per il suo libro. Un fascino, quello di Margot, che diventerà ben presto ossessione.

Cinema ritrovato, Da Gabin a Easy RiderFestival a Bologna dal 22 al 30 giugno, oltre 500 proiezioni

BOLOGNA08 maggio 201916:07

– L’omaggio a Eduardo De Filippo a 35 anni dalla scomparsa, il ritratto di Jean Gabin, le visite di Jane Campion e Peter Fonda per presentare in piazza Maggiore a Bologna le versioni restaurate di ‘Lezioni di Piano’ e ‘Easy Rider’. E ancora i cine-concerti all’aperto con l’Orchestra del Teatro Comunale ad accompagnare ‘The Circus’ di Charlie Chaplin e ‘The Cameraman’ di Buster Keaton.
Sono solo alcuni degli appuntamenti della 33/a edizione del ‘Cinema Ritrovato’, la rassegna della Cineteca di Bologna, in programma dal 22 al 30 giugno. Il festival sarà presentato ufficialmente domani sera dal direttore Gian Luca Farinelli. In programma 500 film in 9 giorni, da mattina a notte fonda, divisi in 6 sale cinematografiche e alle proiezioni all’aperto in piazza si aggiungeranno anche quelle col proiettore d’epoca a carbone in Piazzetta Pasolini. “Sarà un’avventura nello spazio e nel tempo, attraverso delle immagini in movimento, facendo del passato un momento presente”, promette Farinelli.
Zac Efron, da teen idol a serial killer BundyNel film di Berlinger è un omicida seriale giustiziato nel 1989

08 maggio 201919:23

L’America è stata la patria finora del 67% dei serial killer documentati nel mondo. Fra questi, uno dei più emblematici, manipolatori e mediatici è stato Ted Bundy, autore di oltre 30 omicidi di giovani donne (c’è chi pensa ne abbia commessi addirittura un centinaio), e di altre decine di stupri e violenze, giustiziato a 42 anni nel 1989 sulla sedia elettrica. Affascinante quanto spietato e sociopatico, Bundy è stato più volte al centro di film e fiction (a dargli volto, fra gli altri, Mark Harmon, Billy Campbell, Cary Elwes). Ora trova un sorprendente e carismatico interprete nell’ex enfant prodige di Casa Disney, diventato un divo, Zac Efron, in Ted Bundy – Fascino criminale in sala dal 9 maggio con Notorious Pictures.A dirigere il film è il documentarista specializzato in true crime Joe Berlinger, che quest’anno ha anche firmato una docuserie per Netflix sull’omicida seriale, Conversazioni con un killer: Il caso Bundy. Mentre la serie documentaria è costruita sui nastri delle conversazioni fatte da Bundy nel braccio della morte con due giornalisti (aveva finalmente ammesso alcuni dei suoi crimini, dopo essersi proclamato nei processi sempre innocente) il film racconta la storia principalmente dal punto di vista di Elizabeth ‘Liz’ Koepfer (interpretata da Lily Collins), mamma single fidanzata a Bundy fino alla sua prima condanna in Utah, a metà anni ’70. Berlinger, mantiene il suo rigore da documentarista, utilizzando centinaia di documenti, foto, filmati, registrazioni, verbali dei processi, come base per il racconto. Questo non ha evitato al film l’accusa di aver troppo spettacolarizzato e mitizzato (anche per la presenza di Efron) la personalità di Bundy: “Puntare l’attenzione sulla relazione di Bundy con Elizabeth (che raccontò il loro rapporto in un libro, ndr) è ciò che ha reso per me questo progetto interessante – ha spiegato il regista a Metro.us -. Volevo mostrare come un serial killer sia abile nell’ingannare, come possa farla franca così a lungo, come sia in grado di attirare le sue vittime portandole alla morte e come gli amici e le conoscenze intorno a lui possano non cogliere segnali o indizi. Dare al film la prospettiva di qualcuno che ha amato e ha avuto fiducia in Bundy fa emergere quella dinamica”.Berlinger per gran parte del film non mostra le violenze di Bundy ma ne riflette quell’immagine di ‘bravo ragazzo’ che gli permetteva di attirare le ragazze in trappola, spesso aiutandosi, indossando finti gessi o legandosi il braccio al collo per sembrare più indifeso. Thomas Harris ne ha tratto ispirazione per Il silenzio degli innocenti, nel modo di attirare le vittime utilizzato da Buffalo Bill, e per l’aiuto fornito di Lecter a Clarice Starling. Anche Bundy infatti fornì in carcere alcuni dettagli utili per la cattura di un altro spietato omicida seriale, Il killer di Green River, Gary Ridgway. Efron, a colpi di sorrisi spiazzanti, sapiente alternanza di dolcezza e energia prorompente e dialettica pungente da avvocato mancato (il serial killer decise, per salvarsi dalla sedia elettrica, di difendersi da solo), rende credibile il fascino di Bundy, colto anche dai media: il suo processo finale in Florida, è stato il primo trasmesso in tv a livello nazionale. Liz, forse l’unica donna verso cui Bundy ha provato amore (anche se mentre è in prigione mette incinta e sposa una vecchia fiamma che credeva in lui) ci ha messo anni a liberarsi dalla sua ombra. “Volevo fare questo film per le vittime (ricordate sui titoli di coda, ndr) – ha spiegato a The Guardian Efron – Bundy è stato giustiziato ma solo dopo aver ucciso un numero imprecisato di donne che erano piene di potenziale, le cui storie non sono potute proseguire, e che non sono mai state raccontate. E’ disturbante come cultura essere qui ancora a guardare negli occhi di un killer, subire il fascino di un uomo brutale e senza valore”.

Minervini, canto protesta neri d’AmericaEsce “Che fare quando il mondo è fiamme” e retrospettiva a Nuoro

NUORO08 maggio 201917:32

– I riflettori della terza giornata di IsReal-Festival del cinema del reale, promosso dall’Isre, sono puntati giovedì 9 maggio su due retrospettive. La prima è dedicata a Roberto Minervinini, regista David di Donatello per il miglior documentario 2016, nel giorno in cui esce nelle sale il suo ultimo lavoro “Che fare quando il mondo è in fiamme”, viaggio nel sud degli Stati Uniti in lotta contro il razzismo.
La seconda, invece, è sul regista colombiano Camillo Restrepo con “Segni di guerra”, in cui l’autore racconta la Colombia più cruda con i temi tragici della vita e della morte nel suo Paese.
“Cosa fare quando il mondo è in fiamme?” è l’ultima tappa di un percorso personale e professionale che ha portato Roberto Minervini, originario di Fonni (Nuoro), da un lavoro incentrato sull’analisi esistenziale e intimista ad un altro di denuncia politica. Il nuovo film racconta l’America profonda, in particolare i conflitti nella città di Houston.

Venturi Ferriolo, Oltre il giardinoLa filosofia del paesaggio come chiave per vivere in armonia

09 maggio 201909:46

– MASSIMO VENTURI FERRIOLO, OLTRE IL GIARDINO. FILOSOFIA DI PAESAGGIO (Einaudi, pp.136, 12.00 Euro). Un altro mondo è possibile, più rispettoso del pianeta e quindi di noi stessi, più accogliente, in cui sia possibile far rinascere l’idea mitica di giardino come “grembo della vita” e dove esista un dialogo senza fratture tra esseri umani, terra, acqua, piante, rocce e animali. Parte da lontano ma guarda dritto al futuro il bel saggio filosofico di Massimo Venturi Ferriolo, dal titolo “Oltre il giardino”, edito da Einaudi, nel quale spiegazioni colte del mito e di un “paradiso” di antica memoria si sposano a un’idea molto concreta del domani.L’autore, filosofo, già ordinario di Estetica al Politecnico di Milano, affronta il tema del paesaggio e del giardino come “buon luogo” dimostrando l’attualità di una filosofia per nulla solo teorica, ma al contrario radicata profondamente nella realtà. “Il mito e la Sacra Scrittura collocano l’origine del mondo umano in un giardino, spazio vitale ricco di significati simbolici e metaforici, emblema della natura generatrice universale di tutti gli esseri viventi, presente nella reminiscenza dei popoli”, spiega Venturi Ferriolo. Secondo l’autore, trasformare il mondo in un giardino permetterebbe all’umanità di salvarsi da se stessa: una visione olistica della natura curerebbe le nostre terre e contrasterebbe l’aggressività liberista.Un primo passo, necessario e non più rinviabile, è combattere l’ignoranza, il “peggior nemico della natura”, attraverso programmi educativi mirati: “L’utopia dell’istruzione è l’unica valida per l’avvenire, per superare la società mondiale ineguale, ignorante e analfabeta, illetterata, non informata, condannata al consumo, al suicidio del nostro mondo”. Il monito nel libro è comunque di non cedere agli eccessi: se la fiducia cieca nel progresso e nella tecnologia ci ha portati a rompere l’equilibrio con il mondo naturale e a sfruttarlo in modo dannoso e sconsiderato fino alle estreme conseguenze di oggi, va tuttavia evitato anche l’approccio opposto, che vede nel totale ritorno alla natura tutto l’unica soluzione possibile. Così come sarebbe da evitare quella che l’autore chiama “un’ecologia di classe”, che produce un verde “artificiale” a uso e consumo di pochi.La strada da percorrere per un domani di bellezza e felicità, e di benessere per tutti, sta nel guardare alla totalità delle cose, e nel sostituire un ragionamento basato sulla contrapposizione a uno basato sulla relazione tra vari elementi: un macro sistema di cui l’umanità fa parte insieme agli altri esseri e alle cose. Ecco allora che, scrive l’autore, “Il superamento del dissidio natura/cultura può dar vita a un mondo migliore, se si supera il paradigma dell’opposizione per una visione olistica della costellazione concreta di luoghi di vita, ricca di relazioni e rimandi costitutivi, dove ogni elemento è indissolubilmente legato all’altro”.          [print-me title=”STAMPA”]

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