Ultimo aggiornamento 2 Gennaio, 2020, 07:02:20 di Maurizio Barra
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Libri: Coppi, mito e dettagli inediti a 60 anni morte
Tornano in libreria due volumi di Ediciclo Editore
01 gennaio 2020 06:41
– Mito intramontabile del ciclismo di altri tempi, Fausto Coppi moriva sessant’anni fa, il 2 gennaio del 1960, ucciso a soli 40 anni da una malaria contratta durante un viaggio in Africa a non diagnosticata. Per l’occasione, Ediciclo Editore rilancia in in libreria ‘COPPI, L’ULTIMO MISTERO – LE VERITA’ MAI RACCONTATE SUL TRAMONTO DEL CAMPIONISSIMO’ di Paolo Viberti e Adriano Laiolo (pp. 208, 15,00 euro) e ‘ALFABETO FAUSTO COPPI – 99 STORIE E UNA CANZONE’ di Gino Cervi e Giovanni Battistuzzi, con i disegni di Riccardo Guasco e la prefazione di Adriano Sofri (pp. 320, 28,00 euro).
Le ricerche di Viberti e la testimonianza visiva di Laiolo restituiscono nel primo volume una realtà diversa da quella conosciuta, con particolari assolutamente inediti. Coppi si rifiutò di prendere il chinino quando era in Africa, pur sapendo di rischiare il contagio? Si sarebbe salvato, se Giulia Occhini (la celebre ‘Dama Bianca’) fosse andata con lui? Laiolo racconta come contrasse la malaria in Alto Volta e spiega come lui e Raphael Geminiani riuscirono a salvarsi. E in un’intervista rilasciata pochi giorni prima di morire, Coppi afferma che nel 1960 avrebbe voluto correre ancora il Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix e il Giro d’Italia, prima di diventare produttore di mountain bike con 40 anni d’anticipo sul resto del mondo.
Figlio di contadini, nato a Castellania, tra colline e vitigni dell’Alessandrino, Coppi preferì chinarsi sul manubrio anziché sulla terra. E da lì conquistò il mondo, vincendo cinque Giri d’Italia, due Tour de France, tre Milano-Sanremo, una Parigi Roubaix. E ancora tre Mondiali, due su pista e uno su strada, quattro titoli italiani, cinque Giri di Lombardia.
Figura spezzata, contraddittoria: garzone e airone, splendido e goffo, invincibile e fragile, mortale a quarant’anni, immortale a cento: di Coppi, della sua vita, delle sue imprese, della sua morte forse si è già scritto tutto. Nel libro ‘Alfabeto Fausto Coppi’ Cervi e Battistuzzi provano a ricomporre per frammenti lo specchio della sua storia e a riordinarli come in un sillabario, in ordine alfabetico, per piccole illuminazioni laterali: un oggetto, un sentimento, un dettaglio trascurabile al primo sguardo. Dalla A alla Z, cento microstorie, cento piccoli quadri rileggono Fausto Coppi come un’opera cubista, con le 21 lettere dell’alfabeto, racconti tra i racconti, illustrate dal segno inconfondibile di Riccardo Guasco.
Epifania a teatro tra Bolle, Lillo e De CaroPession-Guanciale in After Miss Julie; Pivetti-Viktor Viktoria
01 gennaio 202013:51
– La danza di “Roberto Bolle and friends” a Milano e Lillo scatenato nella “School of rock” di Andrew Lloyd Webber, diretto da Massimo Romeo Piparo, a Imola (BO); le risate di Enzo De Caro in “Non è vero ma ci credo” di Peppino De Filippo, per la regia di Leo Muscato, e quelle per “La cena dei cretini” di Francis Veber con Nicola Pistoia e Paolo Triestino, tutti a Roma; e ancora, Lino Guanciale e Gabriella Pession di nuovo insieme per ”After Miss Julie” di Patrick Marber, tra Figline Valdarno (FI) e RImini, e Veronica Pivetti con ”Viktor und Viktoria” a Fano (PU): sono alcuni degli spettacoli teatrali in scena nel lungo week end dell’Epifania.
Claudio Magris, le Polene per guardare oltreLo scrittore racconta gli occhi che guardano il mare
01 gennaio 202014:15
CLAUDIO MAGRIS, POLENE. Occhi del mare (La nave di teseo, pag. 189, euro 20,00) All’inizio era un occhio, soltanto un grande occhio apotropaico che sulla prua di ogni nave che aveva ambizioni di solcare mari poco domestici sfidava con lo sguardo l’orizzonte.
”All’inizio c’è dunque un grande occhio sgranato e malevolo al pare delle perfide onde, simile a un pesce, con ciglia e sopracciglia irte come pinne sul dorso. L’occhio è l’uovo da cui usciranno le figure femminili protese a prua, i seni regali, le mani che cercano di velarli portando una rosa al petto, i volti composti, le labbra socchiuse”. Donne, non uomini, raccomanda Claudio Magris in questo suo affascinante esercizio, più poetico che saggistico, dedicato alle Polene. Perchè se anche esistono figure maschili che adornavano la prua delle navi e se pure sono spesso generali ed eroi, non hanno nulla del valore simbolico e appunto quasi metafisico, delle Polene. Queste donne infatti, racconta Magris corredando il volume di un apparato iconografico di rara bellezza, avevano assunto la funzione che in origine aveva l’occhio, ovvero lanciare lo sguardo verso quell’orizzonte che i marinai non potevano fisicamente e non volevano mentalmente, guardare. Solo in quanto estrema sintesi della femminilità nel loro corpo offerto al nulla, quasi sempre senza gambe, il seno nudo, lo sguardo fiero, sono state oggetti si ma fatti di sogno.
”Chi è in preda al sentimento del sublime, scrive Kant, è immoto e attonito – ed è forse quest’ultimo aggettivo, attonito, che dice la fisiognomica della polena, la sua trasparenza e il suo segreto, lo spavento l’incanto e la corposa dignità che li affronta. Lo sguardo della polena è stupore, da cui nasce la poesia, malia delle cose viste la prima volta o come fosse la prima volta”. Lei vede il mare oltre il mare, mentre loro, i marinai, si agitano sul ponte indaffarati e al suo sguardo vengono attribuiti poteri di seduzione che ovviamente, come sempre per le figure femminili, sono positivi e negativi insieme, nutrono il mito nella loro ambiguità. Così ad esempio, ricorda Magris, ”quando Gunter Grass, nel Tamburo di latta, racconta la storia grottesca e luttuosa di Noibe, la polena verde che semina rovina, riprende – senza rielaborarli con la sua radicale creatività – i topoi della tradizione: la sventura che colpisce, nei secoli, tutti coloro che mettono le mani sulla polena maledetta”. Fascinazione distruttiva o salvifica che sia, spesso legata alla smania di possederla, amore e morte dunque, la polena ha attraversato i mari e anche la letteratura: da Karen Blixen ai poeti sudamericani come Neruda, a Giuseppe Sgarbi, che ne hanno subito il fascino. Oggetto che diventa letteratura, legno che si nutre di versi e che con la sua estrema sensibilità è capace di guardare oltre come fa Claudio Magris in queste meravigiliose pagine.
Robot e visioni di Asimov 100 anni dopoRinnovò la fantascienza dandole credibilità scientifica
01 gennaio 202014:54
La fantascienza, sin verso la metà del secolo scorso, era una narrativa coloritamente fantasiosa, più o meno pulp e di basso consumo e fu Isaac Asimov, nato in Russia a Petrovici il 2 gennaio 1920, quindi giusto cento anni fa, a darle una dimensione e valore diverso, più alto perché legata sempre a una plausibilità scientifica, a conoscenze che intendeva così rendere popolari, divulgative, arricchendole di riflessioni sociologiche e visioni futuristiche.
Un futuro che disegnava abbastanza in modo negativo, per mettere in guardia, per denunciare i vari pericoli che avrebbero potuto portare alla fine del pianeta e all’estinzione del genere umano, di cui grande metafora è la sua ‘Trilogia della Fondazione’ (Cronache della galassia, Il crollo della galassia centrale, L’altra faccia della spirale), che racconta del declino e caduta dell’Impero Galattico e dei lunghi anni d’interregno e di barbarie che ne seguono, ispirandosi a un classico storico come ‘Declino e della caduta dell’Impero romano’ di Edward Gibbon, creando una descrizione sociopolitica di un lontano futuro con cui nasce quella che viene definita psicostoriografia, basata per Asimov su alcuni comportamenti prevedibili dell’uomo messi a fuoco sviluppando secondo leggi matematiche e statistiche alcuni dati di partenza.
Con questa Trilogia, l’altro aspetto diventato quasi mitico dell’opera di Asimov è quello legato ai suoi numerosi racconti e romanzi sui Robot che misero quasi definitivamente da parte quella visione che ne faceva futuristici mostri alla Frankenstein, legando la programmazione del cervello di questi esseri ‘positronici’ a tre leggi fondamentali, tre imperativi categorici: 1 – Un robot non può arrecare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. 2 – Un robot deve obbedire agli ordini impartiti da un essere umano, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. 3 – Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge. Dopo molti anni, a queste lo stesso Asimov, nell’ultimo racconto della serie dei Robot e nell’ultimo della saga delle Fondazioni, aggiunse una Legge Zero più generale e cui dovevano sottostare tutte le tre precedenti: 0 – Un robot non può danneggiare l’Umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’Umanità riceva danno. Leggi che sono restate un punto di riferimento come la sua opera, che, pur nel passare degli anni e l’incredibile evoluzione scientifica, mantiene per il lettore il suo fascino letterario.
Asimov si laureò in Chimica alla Columbia University, essendo andato a vivere negli Stati Uniti all’età di tre anni, dove, la sua famiglia ebraica di origine russa, si era trasferita parendo a New York una drogheria che vendeva anche giornali e dove il giovane scoprì le prime riviste di fantascienza. A nemmeno vent’anni riesce a farsi pubblicare il suo primo racconto e non smetterà più di scrivere tutta la vita, continuando a pubblicare molte opere senza lasciare però i suoi studi e divenendo nel 1955 professore associato di biochimica, così che si dedicherà per quasi vent’anni solo alla divulgazione scientifica, riprendendo a alternare questa con nuovi testi letterari verso la fine degli anni ’70. Col tempo riprende in mano sia il Ciclo della Fondazione, sia il tema dei robot e nel 1992, poco prima di morire a New York il 6 aprile, vince per la sesta volta il premio Hugo per il racconto ‘Gold’.
Col suo lavoro per tutta la vita si impegnò anche socialmente, come fosse una conseguenza del suo pensare al futuro, sempre dalla parte progressista e del partito Democratico, esponendosi in favore del movimento femminista come contro la guerra in Vietnam, denunciando tra i primi nel 1991 l’effetto serra e i pericoli ambientali per il nostro pianeta, difendendo da ex immigrato il diritto all’immigrazione come l’esistenza dello stato di Israele, ma dicendosi non sionista perché mai nazionalista: ”Gli ideali in cui credo sono pace, libertà e sicurezza per tutti. Lo stato-nazione è obsoleto: abbiamo bisogno di un governo mondiale federale”.
Eletta la prima Miss del 2020, è una mamma di 24 anniSi chiama Beatrice Scolletta, è laziale, ha anche un gatto e cinque cani
01 gennaio 202020:19
Proclamata in diretta su Rai 1 da Amadeus a ‘L’Anno che verrà’ la prima Miss dell’Anno 2020, promossa alle selezioni finali di Miss Italia, 81a edizione. Si chiama Beatrice Scolletta, ha 24 anni, è nata a Roma ed è mamma di due figli: Leone di quattro anni e Vittoria Romana di undici mesi. Beatrice è “Miss 365 – Prima Miss dell’Anno 2020”, titolo che le consente di partecipare direttamente alle selezioni finali di settembre di Miss Italia.
Beatrice, sposata con Roberto, fashion designer con negozio di abbigliamento a Nettuno (Roma), dove risiede con la famiglia, studia Scienze e tecniche psicologiche ed è impiegata nella società di famiglia che su occupa di prevenzione e formazione sulla sicurezza sul lavoro.
La Miss, che ha una sorella, due genitori “super presenti”, ha anche un gatto e cinque cani aspira a realizzarsi “come mamma e come donna lavoratrice”. Al concorso è stata iscritta dal marito, otto anni di conoscenza con la nuova miss e un anno e mezzo di matrimonio. “Credevo nella sua vittoria”, ha detto. Perfezionista, maniaca della pulizia, molto alla mano, nonostante la prima impressione, la nuova Miss 365 ama scherzare e ridere di cuore.
La giuria di fotografi che, in un casting nazionale, ha scelto Beatrice era presieduta da Si chiama Beatrice Scolletta, è laziale, ha anche un gatto e cinque cani, il celebre “re dei paparazzi”. Ai posti d’onore Margot Truffa, 18 anni, romana, e Rebecca Puci, 22 anni, di Mantova, che saranno ammesse alle Prefinali nazionali di Miss Italia 2020. Home Mappa del sito
