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Avati, il cinema italiano si sta riprendendo

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 3 Ottobre, 2023, 13:02:35 di Maurizio Barra

“Ho la sensazione che il cinema
italiano si sta riprendendo in modo straordinario per qualità e
ambizione, c’è una nuova generazione di autori straordinari,
ahimè li invidio e li odio”. Lo dice con un sorriso Pupi Avati
nel panel di cui è stato protagonista con Michela Andreozzi e
Walter Veltroni, ‘Quali Storie Per Il Cinema Italiano?’ che ha
aperto la seconda giornata di Sky 20 anni, evento organizzato
dalla piattaforma digitale satellitare, in occasione del proprio
ventennale, dal 2 al 4 ottobre dedicato all’attualità, al
cinema, alle serie tv, all’intrattenimento, allo sport e
all’impegno sociale con ospiti nazionali e internazionali, al
Museo nazionale romano nelle Terme di Diocleziano di Roma.
“Dopo alcuni decenni di commediole molto ripiegate su stesse
con una panchina molto corta – aggiunge il cineasta – penso il
cinema italiano sia tornato ad avere una dimensione qualitativa
e autoriale molto forte”. Nel dopoguerra – osserva Walter
Veltroni – il cinema italiano ha fatto leggenda con il
neorealismo, poi si passò alla commedia all’italiana e una parte
della critica pensò fosse un tradimento mentre era una
prosecuzione del neorealismo con altri mezzi. Entrambi volevano
portare il maggior numero possibile di significati al maggior
pubblico possibile. Il cinema non si fa per gli addetti ai
lavori o una parrocchietta ma per il pubblico anche con
l’ambizione di portarlo a fare un passo più avanti”. Rispetto ai
temi che si trattano, “c’è anche un giovane cinema italiano che
sa raccontare molto bene la precarietà dell’esistenza”. Per
Avati, che annuncia di voler fare un film in bianco e nero, non
si dovrebbe pensare “a piacere solo a quell’amichetteria che
determina ciò che si vede. C’è ad esempio una specie di
diffidenza verso il genere, io invece li rivendico”. Fare film
di genere “mantenendo la propria identità vuole dire fare un
prodotto interessante che arriva a un pubblico più vasto”.

   
Michela Andreozzi sottolinea che “il cinema bisogna prenderlo
come una responsabilità, non è uno strumento per cambiare la
società ma abbiamo la responsabilità di quello che facciamo
rispetto alla società”.

   

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