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Neri Marcorè, 'Zamora esordio alla regia che mi rispecchia'

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Forse non è affatto un caso che
l’esordio alla regia di Neri Marcorè sia dedicato a una storia
delicata e tenera perfettamente nelle corde di quest’attore. Si
tratta di Zamora, tratto dal libro omonimo di Roberto Perrone
(Garzanti), con le disavventure, nei favolosi e irripetibili
anni Sessanta, del trentenne Walter Vismara (Alberto Paradossi),
ragioniere di professione, ma ancor più nella vita, uno che
lavora come contabile in una fabbrichetta di Vigevano.

   
“Questo film mi rispecchia in tutto e per tutto, nel bene
nel male – dice all’ANSA Marcorè -. Dentro c’è tanta roba mia. È
poi una storia che conoscevo. C’era già stato un progetto in cui
si parlava di me come protagonista. Quando poi sono andato da
Agostino Saccà per proporre Zamora è stato lui a dirmi: perché
non lo dirigi tu?”.

   
Tornando a Zamora, passato al Bif&st e in sala con 01 dal 4
aprile, vediamo che Walter si ritrova a un certo punto
catapultato in un’azienda nella moderna Milano e al servizio di
un imprenditore moderno e bizzarro, il cavalier Tosetto
(Giovanni Storti). Walter si adatta subito al nuovo lavoro, ma
deve fare i conti con il suo boss che adora il football e
obbliga fantozzianamente tutti i suoi dipendenti a sfide
settimanali ‘scapoli contro ammogliati’. Walter, che non ama il
calcio, si inventa così portiere, ma è totalmente imbranato e
diventa oggetto di sfottò dei colleghi; tra questi, l’ingegner
Gusperti lo ribattezza con ironia ‘Zamora’, grande portiere
spagnolo degli anni ’30. Walter sopporta tutto, ma quando si
innamora della sua segreteria, Ada (Marta Gastini), cerca un
riscatto. Si fa dare così lezioni da un ex portiere (Neri
Marcoré), ormai caduto in disgrazia, per diventare quel campione
che non è mai stato.

   

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Luc Merenda, facendo il chierichetto scoprii il vino bianco

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 “La cosa che ho imparato facendo l’attore è che il 99,99% dei divi sono stronzi. Uno che fa l’attore diventa di successo se cambia il modo di camminare, di vestirsi, soprattutto il modo di utilizzare il suo cuore, insomma se diventa uno stronzo”. Parola di Luc Merenda, l’attore francese di tanti poliziotteschi anni Settanta (Il poliziotto è marcio, Gli amici di Nick Hezard, La polizia accusa il servizio segreto uccide…) protagonista del docu-film Pretendo l’inferno di Eugenio Ercolani che passa oggi a Bari.

Classe 1943, ma nessuno lo direbbe, racconta all’Ansa con il ritmo di un ragazzo un pezzo della sua vita professionale, e non solo, e anche un po’ della sua infanzia. “In collegio facevo il chierichetto e così ho scoperto il vino bianco. Alle nove ero già sbronzo fradicio, ma quanto facevano male quei dieci colpi che ti davano i preti con una striscia di cuoio. E sempre sulla stessa mano”.
Il documentario è un viaggio attraverso i personaggi, i colori, le sonorità e le atmosfere che hanno contraddistinto l’industria cinematografica italiana negli anni Settanta-Ottanta. E questo attraverso il materiale d’archivio e tante voci. Nel racconto, Luc Merenda viene accompagnato da molte presenze del suo passato come Danilo Massi, Ottaviano Dell’Acqua, Massimo Vanni, Francesco Barilli, Ernesto Gastaldi, Steve Della Casa, Martine Brochard, Guido e Maurizio De Angelis, Luciano Michelini, Eugenio Alabiso, Sergio Martino, Neri Parenti ed Enzo G. Castellari.
Cosa pensa del fatto che i poliziotteschi fossero considerati film di destra? “Non sono mai stato di destra, piuttosto mi sento un taoista, un buddista. Quando facevo quei film non ho mai pensato fossero di destra, mi sembrava casomai un modo di rendere più famosi alcuni commissari che avevano uno stile particolare. Non vedevo tutto quello che c’era dietro. E pensare che avrei voluto fare tutti i film di Gian Maria Volontè come quello dedicato a Mattei (Il caso Mattei di Francesco Rosi), insomma ho fatto quello che potevo, dovevo pur vivere”.

E poi cosa è successo? “Dopo averne fatti tanti mi sono stancato perché a furia di fare il poliziotto mi sono detto: tanto vale entrare davvero in polizia”.
Quali sono i suoi miti al cinema? “A parte Volontè, ho sempre amato molto Casavettes e Tognazzi perché per me è uno dei più bravi attori italiani capace di fare ogni ruolo possibile. Oltre Tognazzi la mia seconda passione italiana è sicuramente Paolo Villaggio, ho girato con lui Pompieri 2 ed era una vera delizia.
Sul set erano tutti in soggezione per la sua intelligenza, gli unici a non esserlo eravamo io e Lino Banfi. Un altro grande era Walter Chiari, aveva una spontaneità eccezionale e credo non abbia avuto il successo che meritava perché non faceva parte della solita cricca”.
E ancora Luc Merenda: “Ho lasciato l’Italia triste come una madre che ha un figlio a Gaza. Ho fatto così delle cose in Francia tra cui un feuilleton in 26 puntate che ha sbancato l’auditel poi film con Samuel Fuller, ma la Francia non è più il mio paese. Sono diventato poi anche antiquario. Avevo dei negozi insieme a una socia ed ero specializzato in mobili cinesi e giapponesi”. 

 

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Messina, Another End un film su assenza e amore

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“Per me prima che un film di
fantascienza Another End è una storia d’amore. L’amore che vive
nelle parole, tra i pensieri, nei ricordi, ma che soprattutto
vive e cresce nel silenzio nei corpi. Di nascosto. Come un
segreto del corpo”. Così Pietro Messina ha sintetizzato alla
Berlinale il suo Another End, film in concorso per l’Italia e in
sala dal 21 marzo con 01.

   
Sul fatto poi che già in L’attesa, suo primo film, ci sia il
tema del distacco ha spiegato il regista nato quarantadue anni
fa a Caltagirone: “Sono convinto che l’assenza sia un terreno
davvero fertile perché mette ancora più in evidenza l’amore, il
vissuto”.

   
Questa la storia del film, prodotto da Indigo Film con Rai
Cinema, che ha diviso la critica alla Berlinale. Sal (Gael
Garcia Bernal) è un uomo pieno di dolore e senza più lacrime da
quando ha perduto Zoe (Renate Reinsve), l’amore della sua vita,
morta in un incidente d’auto di cui lui si sente responsabile.

   
Inizia così nel segno del più classico dei binomi, amore e
morte, l’opera seconda di Messina. Ma per fortuna ci troviamo
in un tempo distopico e sua sorella Ebe (Bérénice Bejo),
preoccupata della sua salute mentale, gli propone di affidarsi
ad Another End, una nuova tecnologia che promette di alleviare
il dolore del distacco riportando in vita, per breve tempo, la
coscienza di chi se n’è andato. Così Sal potrà ritrovare la sua
Zoe, ma nel corpo di un’altra donna. Un corpo sconosciuto in cui
lui misteriosamente riconosce la moglie. Ciò che si era spezzato
sembra ricomporsi.

   
Another End concede, infatti, a Sal del tempo per condividere
ancora un po’ di vita con Zoe, per amarla di nuovo, per esserne
amato. Ma la sua è una gioia effimera. Al termine del programma,
Sal riuscirà davvero a dire per la seconda volta addio alla
moglie?

   

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Mondo corto, i talenti sulla porta del cinema

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Porta d’ingresso per il cinema, volano per giovani talenti, divertimento e passione per registi affermati, il cortometraggio vive una grande stagione produttiva, gira i festival, si fa notare, diventa hub di nuove leve di cineasti, attori, troupe tecniche. La svolta non è ancora compiuta sul destinatario finale, ossia il pubblico: non c’è ancora uno sbocco cinematografico, salvo eccezioni. Sulle piattaforme principali come Netflix il corto ha una collocazione ancora sporadica che accoglie i minifilm, mentre su altre piattaforme i corti cominciano a circolare, da RaiPlay a Mubi a WeShort. Ed è attesa la grande novità su Rai3 di uno spazio dedicato. E’ uno scenario in movimento che dal rilancio del cinema d’autore nella sala cinematografica in questa stagione può avere una grande opportunità.
    A Cortinametraggio (12-17 marzo) – racconta il giovane direttore artistico Niccolò Gentili – “ne sono arrivati 430”. Un numero elevato, “con una durata media di 15 minuti, per il 90 per cento sono di giovani sotto ai 30 anni”. Molti di loro sono già al lavoro sul primo lungometraggio.
    La panoramica del cinema altezza corto che offre il festival fondato e presieduto da Maddalena Mayneri, giunto alla 19/a edizione con Michaela Andreozzi, Nicola Prosatore, Tommaso Renzoni tra i talenti che ha aiutato a far emergere, è paradigmatico di quello che accade al cinema italiano. Sono poche, molto poche, le cineaste, 4 per 3 titoli su 20 – a riprova che il soffitto di cristallo sulla regia femminile è tutt’altro che infranto -; poche le commedie che stanno vivendo una grande crisi d’identità, ormai scavalcate dai tempi quelle di facile comicità e dunque con una strada da ritrovare in originalità, mentre i drammi spesso generazionali abbondano e si fanno notare.
    Dei 430 arrivati la selezione del concorso numero 19 ha scelto 20 corti, tra cui sei anteprime mondiali. Accanto ai giovani (non necessariamente opere prime) che riescono a coinvolgere cast di nome come Matilde Gioli, Francesco Di Leva, Giorgio Tirabassi, Francesco Montanari, Mirko Frezza, Emanuela Grimalda, per citarne alcuni, ci sono anche cast composti da nuove leve del cinema italiano come Antonio Bannò (nel graffiante Un lavoretto facile facile), Giulio Brizzi (Fake Shot), Anna Bellato (Felicità cannibale). Fuori concorso a memoria storica Paolo Genovese e Luca Miniero, nati pubblicitari, passati al corto con successo 25 anni fa, Piccole cose di valore non quantificabile prodotto dal talent scout Gianluca Arcopinto e Incantesimo Napoletano e da lì trampolino di lancio per una grande carriera.
    Quasi tutti sono autoprodotti salvo poi trovare produzioni e distribuzioni successivamente: De l’Amor Perdu di Lorenzo Quagliozzi prodotto da Paolo Sorrentino e Simone Gattoni per la Numero 10 e per Kavac Film, il toccante Eldorado di Mathieu Volpe sulla migrazione clandestina tra le Alpi coproduzione con il Belgio, Stanza 5 di Rosario Capozzolo sui giorni del covid prodotto da Tramp Limited con Rai Cinema e tre opere di talenti del Centro sperimentale di cinematografia (We should all be futurist di Angela Norelli tutto basato su archivio del cinema muto, Ho ballato di tutto di Sarah Narducci, Fake Shot di Francesco Castellaneta sulla scena trap. C’è anche un primo corto di due registe: Vera Munzi e Caterina Salvadori di Anemos, Z.O. di Loris G. Nese che ha usato una particolare animazione ibrida per una storia di memoria nella Salerno anni ’80, mentre L’acquario di Gianluca Zonta applica l’intelligenza artificiale alla ricerca di incontri sentimentali e l’attualissimo Dive sulla guerra in Ucraina di Aldo Iuliano è passato ad Orizzonti a Venezia.
    “Il corto ha un potere enorme – dice all’ANSA Paolo Genovese -, permette ad un giovane che comincia di farsi vedere. Oggi puoi farlo anche con un cellulare, alle buone storie non c’è più alibi”. “Il mercato dei cortometraggi è nei festival – spiega all’ANSA Saverio Pesapane di Prem1ere Film, la società che distribuisce cinema nel circuito festivaliero – in Italia sono circa 300, 18mila nel mondo: i corti vivono lì, girano il mondo, si fanno notare e fanno volare i talenti”.

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A Rimini C-Movie, il Festival del cinema al femminile

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Al via a Rimini – dal 20 al 23
marzo – la prima edizione di C-Movie Film Festival,
manifestazione dedicata al cinema al femminile, organizzata da
Kitchenfilm – con la direzione artistica della regista e
distributrice, Emanuela Piovano – e realizzata con il patrocinio
e la collaborazione dell’Assemblea legislativa della Regione
Emilia-Romagna e del Comune di Rimini.

   
La rassegna, spiegano i suoi creatori, “intende raccontare la
contemporaneità partendo dall’esplorazione dei tre concetti
chiave che le danno il nome: Cinema, Corpi, Convivenze. Cinema
inteso come arte del narrare offrendo una finestra sul mondo;
Corpi, tematica centrale nella società odierna e nelle
riflessioni sul femminile oggi; Convivenze, nel senso di
relazioni ma anche inclusione e multiculturalità”. Si tratta,
osserva la presidente dell’Assemblea Legislativa
dell’Emilia-Romagna, Emma Petitti, di “un’occasione preziosa per
riflettere su ciò che contraddistingue la dimensione femminile
oggi, mettendo in risalto quello che unisce tutte le donne, nel
rispetto della storia e del pensiero di ciascuna”.

   
Ad inaugurare la manifestazione, nella serata del 20 marzo
al Cinema Fulgor, la proiezione de ‘La città delle donne’ di
Federico Fellini. Oltre ad una serie di proiezioni, la kermesse
ospiterà incontri e convegni con esperti del settore, registi,
attori e professionisti del cinema. Ospite d’onore la scrittrice
Dacia Maraini, da sempre impegnata per i diritti delle donne:
all’autrice sarà dedicato un focus sulla sua carriera da regista
con le proiezioni di alcuni filmati realizzati in Super8 e del
film ‘L’amore coniugale’ interpretato da Macha Méril.

   
Durante le giornate riminesi, ancora, in cartellone tre
anteprime internazionali: ‘Zafira, l’ultima regina’, opera
prima di Adila Bendimerad e Damien Ounouri, che racconta le
gesta della principessa Zaphira, moglie dell’ultimo re di Algeri
Salim Toumi; ‘Solo per me’ di Lucie Borleteau, commedia
romantica tra strip-tease e scoperta dell’amore e ‘Senza prove’
di Be’ atrice Pollet, legal drama che affronta la negazione di
gravidanza.

   

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Entro l'estate a Ferrara il museo dedicato ad Antonioni

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Ferrara si prepara ad aprire lo
Spazio Antonioni. Entro l’estate è prevista l’inaugurazione del
nuovo museo dedicato al regista, dove esplorare le testimonianze
del suo lavoro conservate nell’Archivio Antonioni della città
estense e scoprire i molteplici nessi con l’opera di artisti,
registi, intellettuali che l’hanno ispirato o che continuano a
trarre nutrimento dal maestro. I due piani completamente
ridisegnati dell’ex Padiglione d’Arte Contemporanea di Palazzo
Massari ospiteranno una selezione dello straordinario fondo di
oggetti e documenti che il Comune ha acquisito a metà degli anni
Novanta direttamente da Michelangelo Antonioni e dalla vedova
Enrica Fico. L’archivio permette di addentrarsi nel suo cinema
e, più in generale, in tutta la sua attività, anche quella
critica, letteraria e artistica: film, manifesti, sceneggiature
originali, foto di scena, disegni e dipinti, la sua biblioteca e
la discoteca privata, i premi e l’epistolario intrattenuto con i
protagonisti della vita culturale del secolo scorso. Un
patrimonio che verrà arricchito da sequenze dei film del regista
ferrarese e dal coinfronto con opere visive che l’hanno
ispirato, a partire dal lavoro di maestri italiani come Morandi,
De Pisis e Burri.

   
Il racconto si sviluppa cronologicamente esplorando le
stagioni del cinema di Antonioni lungo tutto il secondo
Novecento, dal tramonto del neorealismo alla cosiddetta
“trilogia della modernità”, dalle pellicole angloamericane
testimoni dell’esplosione della cultura pop e hippy al ritorno
alle origini e alla tradizione artistica italiana e ferrarese.

   
Per Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Ferrara Arte,
“sarà luogo vivo della memoria di uno straordinario artista.

   
Ferrara è la città che determina una condizione poetica che
troviamo nelle opere di de Chirico, nelle città del silenzio di
d’Annunzio, nelle ambientazioni di Antonioni”. L’idea dello
Spazio, spiega Enrica Fico, è quella di “creare un fulcro di
attrazione per bearci, nutrirci e impegnarci ad omaggiare la
bellezza, la conoscenza e l’ispirazione che ci dona la grande
Arte”.

   

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Ramazzotti con Felicità al Bif&st, 'da regista è andata bene'

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“Avevo in mente questa storia da
diversi anni. Volevo raccontare l’unione tra un fratello e una
sorella dal punto di vista della sorella maggiore e all’interno
di una famiglia disturbata e pericolosa, nella quale i genitori
sono carnefici e i figli sono vittime”. Lo ha detto Micaela
Ramazzotti al termine della proiezione di ‘Felicità’, la sua
opera prima da regista proiettata in apertura della 15esima
edizione del Bif&st, la rassegna internazionale dedicata al
cinema in corso a Bari.

   
Sul palco del teatro Petruzzelli con lei c’erano Sergio
Rubini, che stasera riceverà il premio Alberto Sordi come
migliore attore non protagonista, e Luca Bigazzi che sarà
premiato come migliore autore della fotografia con il premio
intitolato a Giuseppe Rotunno, entrambi per il film ‘Felicità’.

   
“Mentre scrivevo il film – ha continuato Ramazzotti che nel
film veste anche i panni di Desiré – avevo già pensato al volto
Sergio Rubini per Bruno. E così è stato per tutti gli altri
personaggi principali, da Max Tortora ad Anna Galiena e Matteo
Olivetti”. “Da regista è andato tutto bene, da attrice devo dire
che ho avuto qualche momento di difficoltà, soprattutto quando
abbiamo girato la scena nella quale eravamo tutti insieme e
tutti dovevano esprimere emozioni diverse”, ha confessato
Ramazzotti. Infine uno sguardo al futuro: “Ho un progetto a
maggio, un altro a settembre e un terzo a fine anno, tutti da
attrice e non ne posso parlare. Non penso per adesso a un nuovo
film da regista, al momento ho solo tanta voglia di partire con
nuovi personaggi da interpretare”, ha concluso Ramazzotti.

   
“Il passaggio dalla recitazione alla regia viene percepito
ancora come una sgrammaticatura, quando invece è una cosa
normale. Più inusuale è invece il passaggio da regista ad attore
– ha dichiarato Rubini -. Mi hanno raccontato che quando a un
regista è stato proposto di interpretare un film, la prima cosa
che ha fatto è stata iscriversi in palestra, come se recitare
sia una questione estetica mentre è una questione di
profondità”.

   
“Ho capito che avevo tre diversi mondi da illuminare, la
periferia dell’universo, il mondo dell’università e il mondo del
cinema, ciascuno dei quali aveva bisogno della luce giusta. Ho
lavorato, come sempre, in velocità, senza indugiare in inutili
formalismi che fanno solo perdere tempo”, ha spiegato Bigazzi.

   

   

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Moore vs Portman, donne a confronto per Haynes

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Ad aprire stasera il Bif&st 2024 sarà la sfida attoriale tra due premi Oscar che si consuma con grande ritmo in May December di Todd Haynes (Carol, Lontano dal Paradiso), già in concorso a Cannes e ora in sala dal 21 marzo con Lucky Red. Vale a dire Julianne Moore, nata in North Carolina 62 anni fa, Oscar nel 2015 per Still Alice, e Natalie Portman, attrice israeliana di 41 anni, Oscar nel 2011 per Il cigno nero.
    Che ci fanno insieme queste due attrici generazionalmente così diverse? Condividono una storia basata su una sceneggiatura di Samy Burch (ex casting director e regista di corti) che racconta di un’attrice di nome Elizabeth Berry (Portman) che deve interpretare in un film Gracie Atherton-Yu (Moore), una donna che venti anni prima ha fatto scandalo sposando Joe, un uomo di ventitré anni più giovane interpretato da Charles Melton (Riverdale).
    Questa la scarna sinossi ufficiale di May December scritto a quattro mani da una sceneggiatura originale firmata appunto da Samy Burch insieme ad Alex Mechanik. Vent’anni dopo che la scandalosa storia d’amore ha riempito i tabloid tenendo con il fiato sospeso un’intera nazione, il matrimonio della celebre coppia cede alla pressione nel momento in cui una giovane attrice li contatta per fare le ricerche in vista della realizzazione di un film sul loro passato.
    In realtà lo scandalo mediatico che aveva colpito la coppia, si scoprirà, era dovuto al fatto che Joe, un ragazzino di circa sedici anni, era lo studente di Gracie Atherton-Yu, una cosa che poteva far intravedere un possibile plagio da parte dell’insegnante o comunque una situazione fuori legge. E ancora, l’attrice entrando nella vita della coppia per capire meglio la personalità di Gracie, altera inevitabilmente gli equilibri familiari, già agitati e in crisi per la partenza dei loro due figli gemelli per il college. Insomma le dinamiche familiari perdono di fondamenta sotto la pressione dello sguardo esterno di Elizabeth Berry. A questo si aggiunga che Joe, non avendo mai davvero elaborato quello che è successo in gioventù, inizia ad affrontare la realtà della vita con la sindrome del ‘nido vuoto’ a soli trentasei anni. Ci sono infine Elizabeth e Gracie che si studiano a vicenda, si confrontano e a un certo punto tendono pure a somigliarsi. Il tutto ambientato nella pittoresca e confortevole Camden, nel Maine.
    Va detto che Julianne Moore ha già lavorato con Hayne in Safe, Wonderstruck e Far from Heaven, mentre per la Portman è la prima volta. Completano il cast: Piper Curda, Elizabeth Yu e Gabriel Chung.

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Cortinametraggio, vince Tilipirche di Francesco Piras

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Cala il sipario sulla diciannovesima
edizione di Cortinametraggio, il festival di riferimento per i
corti, presieduto dalla fondatrice Maddalena Mayneri e diretto
da Niccolò Gentili, che in questi giorni ha animato Cortina
d’Ampezzo.

   
A vincere il concorso, aggiudicandosi il Premio Cortinametraggio
con Enel – Premio Miglior Corto Assoluto è Tilipirche di
Francesco Piras, che riceve anche il Premio Young Frecciarossa.

   
Il corto, interpretato da Giuseppe Ungari e Antonio Chessa,
racconta di una violenta invasione di cavallette in un paesino
della Sardegna.

   
Tanti però i premi assegnati. Il Premio Miglior Regia va a Dive
di Aldo Iuliano, una storia di amicizia profonda, d’amore e
coraggio.

   
E ancora il Premio Speciale Titanus e il Premio Speciale Comune
di Belluno per l’emozionante film di Francesco Sossai Il
compleanno di Enrico; il Premio Rai Cinema Channel per l’acuta e
originale satira sociale di Angela Norelli We Should All Be
Futurist.

   
Il Premio Miglior Sceneggiatura Andromeda Film alla storia di
emancipazione femminile di Vera Munzi e Caterina Savadori
Ánemos, mentre a fare incetta la commedia dalle tinte noir Un
lavoretto facile facile di Giovanni Boscolo, che si è
aggiudicato il Premio Miglior Commedia Aermec, il Premio della
Stampa Visottica, il Premio Speciale Greenboo e il Premio
Speciale Driade.

   
I riconoscimenti proseguono con il Premio del Pubblico – The
Film Club e il Premio San Benedetto Artigiani dello Spettacolo
alla commedia romantica sull’intelligenza artificiale L’acquario
di Gianluca Zonta.

   
Tre riconoscimenti anche a De l’amour perdu di Lorenzo
Quagliozzi, intimo e coinvolgente ritratto umano sullo sfondo
della Francia occupata dai nazisti, che si è portato a casa il
Premio Anec e Fice, il Weshort Award – Best Short Film
Cortinametraggio e il Premio Pianegonda per la Miglior Attrice,
assegnato alla talentuosa Catherine Bertoni.

   

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Gli occhi tristi di Marianna Fontana ne La seconda vita

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Anna (Marianna Fontana), poco più
che trentenne, ha una tristezza negli occhi che non se ne va
mai. Occhi bassi in un viso che sembra fatto di pietra, la si
vede muoversi in una piccola città dove si capisce subito che è
un’estranea. Parte così La seconda vita di Vito Palmieri che
apre oggi il Concorso ItaliaFilmFest/Nuovo cinema italiano del
BiF&st – Bari International Film Festival.

   
Ben presto si capirà che il dolore di Anna nasce dal suo
passato: è appena uscita dal carcere per un reato difficile da
digerire nonostante il percorso di giustizia riparativa che sta
portando avanti da anni insieme ai mediatori penali. In questa
piccola città dove si è trasferita ha trovato anche un lavoro
come bibliotecaria, peccato però che Marco (Lorenzo Gioielli),
il direttore che l’ha assunta, sembra avere per lei un interesse
non solo professionale e minaccia di rivelare il suo segreto.

   
Per fortuna Anna incontra in questa cittadina il timido
Antonio (Giovanni Anzaldo) con cui riesce molto lentamente ad
instaurare un rapporto puro che potrebbe trasformarsi in amore.

   
Nel frattempo Anna dovrà affrontare un’altra piccola tempesta
nella sua vita, mentre Antonio, che di mestiere fa il fabbro
insieme al padre, mette mano all’enorme campana di una chiesa
ferita, proprio come Anna, da una lunga lesione che necessita di
essere saldata.

   
Prodotto da Articolture in collaborazione con Rai Cinema, il
film uscirà nelle sale il 4 aprile distribuito da Articolture e
Lo Scrittoio. E questo dopo un calendario di proiezioni speciali
nelle carceri che percorreranno tutto lo stivale, in coerenza
con il tema e un approccio di “impact producing”, che punta a
massimizzare gli impatti sociali di un progetto filmico.

   

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