Benvenuti su tuttonotizie, il sito dedicato all'informazione: cronaca, notizie internazionali, politica, economia, Regione Piemonte, tecnologia, tecnologie assistive ed accessibilità, calcio, con approfondimenti esclusivi sulla Juventus, sport, cinema, musica, cultura, spettacolo, teatro. Attenzione particolare anche al mondo Android, al mailer Thunderbird ed al lettore di schermo Nvda e tanto altro che Vi invito a scoprire durante la navigazione! A proposito: buona permanenza e buona Informazione!
Fabio Romito, 36 anni, consigliere
regionale della Lega, è il candidato sindaco a Bari per il
centrodestra. Lo hanno annunciato in una nota i coordinatori
regionali e cittadini di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega,
Noi Moderati e Udc.
“Siamo profondamente fieri e orgogliosi – spiegano – di poter
dire alla città di Bari che Fabio Romito è il candidato sindaco
del centrodestra. Il nostro candidato sindaco. Una figura
giovane, ma già con una lunga esperienza amministrativa. Una
risposta chiara alla richiesta forte di rinnovamento che la
città si merita in questo momento”.
Oggi a Sassari, domani a Nuoro e
Caglari. È iniziato dal nord Sardegna il tour nell’isola di
Michele Santoro per raccogliere le firme necessarie a presentare
la sua lista “Pace, Terra, Dignità” alle elezioni europee dell’8
e 9 giugno.
Nel pomeriggio il giornalista, già eletto al Parlamento
europeo nel 2004, ha fatto tappa a Sassari, nella centrale
piazza Castello, per spiegare le ragioni della sua iniziativa e
raccogliere le 75 mila firme necessarie, 15mila in ogni
circoscrizione: “La settimana scorsa abbiamo raccolto più di 40
mila firme, che sono oltre la metà di quelle necessarie”, spiega
Santoro. “La raccolta procede bene, anche se ci sono zone in cui
è più difficile, perché questa è una legge assurda, che è stata
fatta apposta per penalizzare le nuove formazioni – aggiunge –
Molti Comuni, anche di centrosinistra, ostacolano la raccolta
delle firme, nonostante sarebbero tenuti a consentirla, ma sono
ottimista”.
Nel programma elettorale di Santoro domina la parola Pace:
“Sto cercando di dare voce a una opinione pubblica che viene
censurata e a liberare una parola che in questo momento è
imprigionata, cioè la parola Pace. Una parola che non sarebbe al
centro della campagna elettorale se non esistesse una lista come
la nostra”, spiega.
“La pace è la precondizione per affrontare le condizioni che
riguardano i diritti sociali, i salari per cui siamo fra gli
ultimi Paesi dell’Ue, l’istruzione, la sanità Tutti diritti
fondamentali che costituiscono la dignità di una persona”.
Nessuna alleanza con i partiti, ma porte aperte al confronto
con tutti: “Dialoghiamo con tutti i partiti perché non li
vediamo come nemici, ma come interlocutori. Il problema è capire
se i partiti siano disponibili a fare della pace una questione
centrale”.
Domani Michele Santoro e il banchetto per la raccolta firme
saranno a Nuoro, alle 11 in piazza Vittorio Emanuele, e poi alle
17,30 a Cagliari, in piazza del Carmine, con diretta streaming
sui canali social di Santoro.
Se il giornalista che diffama rischia fino a 4 anni e mezzo di carcere, anche per quello che viene a conoscenza di notizie “di provenienza illecita” e le divulga, gli anni di detenzione possono arrivare a 3 o a 4. E’ questa la linea che emerge dagli emendamenti presentati al ddl sulla cybersicurezza ora all’esame delle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera. Tra le 180 proposte di modifica depositate, le più severe sembrano senz’altro quelle del deputato di Azione Enrico Costa e della parlamentare di Italia Viva, Maria Elena Boschi. Proposte nelle quali si ravvisa di più l’eco di recenti fatti di cronaca e per le quali parte della maggioranza esprime condivisione.
“Diritto di cronaca non significa immunità” spiega Costa che vorrebbe il carcere da 6 mesi a 3 anni per chiunque divulghi informazioni conoscendone la provenienza illecita. Ma il deputato ha messo a punto anche una norma ‘anti-Striano’. Il riferimento è all’inchiesta in corso da parte della Procura di Perugia e dell’Antimafia sugli accessi alle banche dati da parte dell’ufficiale della Gdf Pasquale Striano con notizie che poi finivano su alcuni giornali. Si tratta di una stretta all’ accesso di questi archivi informatici che sarà consentito solo a tecnici selezionati attraverso un complesso meccanismo che si basa anche su riconoscimento facciale o impronta digitale. E ogni singolo accesso dovrà essere annotato su un Registro, con tanto di motivazione allegata e una descrizione sintetica delle operazioni svolte. Tale registro è tenuto dal “titolare della banca dati” che lo deve aggiornare periodicamente e custodire, rendendolo disponibile per ispezioni o controlli, insieme all’elenco dei ‘soggetti abilitati’. In più, si chiedono ispezioni ministeriali anche alle banche dati e lo spostamento del foro di competenza.
Ma Costa, noto anche per essere il ‘padre’ della cosiddetta ‘legge bavaglio’, quella che impedisce di fatto la pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare fino all’udienza preliminare, chiede anche, con gli emendamenti, una limitazione all’uso del Trojan, un sistema di captazione informatico invasivo, spesso usato dalle forze dell’ordine per intercettare.
Il deputato di Azione vorrebbe che venisse autorizzato solo da un giudice collegiale e non per i reati contro la Pubblica Amministrazione, ai quali era stato esteso dalla cosiddetta legge Spazzacorrotti voluta dall’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede. E, sempre sul fronte delle intercettazioni, Costa, sopprimendo un articolo del ddl, vorrebbe evitare che anche per i reati di cybersicurezza bastassero solo “sufficienti indizi di reato” per intercettare, così come in caso di reati di mafia e terrorismo. Anche i cyber-reati, a suo avviso, dovrebbero rientrare tra quelli per i quali sono previsti requisiti più stringenti per dare il via agli ascolti. Più ‘severo’ l’emendamento presentato dalla deputata di IV Boschi sui procedimenti penali. Lei propone il carcere da 1 a 3 anni per chi accede abusivamente ad atti del processo penale. E vorrebbe introdurre nuovi articoli al codice penale per punire anche chi detiene e rivela gli atti acquisiti illecitamente. Chi detiene “documenti che contengono dati inerenti a conversazioni e a comunicazioni telefoniche, informatiche o telematiche, illegalmente formati o acquisiti o documenti redatti attraverso la raccolta illecita di informazioni, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni”.
Stessa pena si prevede per chi rivela, in tutto o in parte, questi atti attraverso “qualsiasi mezzo di informazione. Se il fatto poi è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, il carcere può arrivare fino a 5 anni. “Chi pubblica informazioni che sa essere state rubate attraverso fatti di reato” va punito, osserva Costa, “perché questo non è diritto di cronaca”.
L’ex Lega e presidente
dell’associazione ‘I Repubblicani’ Marco Reguzzoni si candida
alle europee nel Nord-Ovest con Forza Italia. In lista da
indipendente, Reguzzoni ha ufficializzato la sua corsa durante
una conferenza stampa a Milano.
In passato è stato presidente della provincia di Varese. Una
vita con la Lega, che ha rappresentato come capogruppo alla
Camera dove ha promosso una legge sul ‘Made in Italy’, Reguzzoni
aveva lasciato la politica “dopo il colpo di stato del 2012”.
“Se sono qui oggi devo ringraziare il coordinatore lombardo di
FI Alessandro Sorte – ha spiegato -. Ho trovato in lui una
persona molto seria e capace di mantenere le cose che dice: in
politica è una cosa molto rara”.
Reguzzoni ha poi aggiunto: “Mi piacerebbe essere l’ultimo
della lista, perché credo sia una questione di giusta umiltà ed
è giusto approcciarsi con la volontà di far bene e di non
prevaricare nessuno”.
La partenza da Milano “ha un suo significato perché è la
capitale economica del Paese e deve tornare a contare. Questo
territorio – ha detto Reguzzoni – ha pagato l’assenza di
parlamentari europei che sono stati schierati all’opposizione e
questo il territorio lombardo non se lo può permettere”.
Tornare in politica “è stata una decisione sofferta e so cosa
mi aspetta” ma ad ogni modo “nessuno pensi di usare la mia
disponibilità a candidarmi per attaccare un alleato di governo
(Salvini, ndr), sarebbe un esercizio sbagliato” ha continuato,
rispondendo a chi faceva notare che la conferenza di oggi arriva
nel giorno del 40esimo compleanno della Lega lombarda.
“Oggi la Lega Nord non esiste più, si chiama Lega per Salvini
premier. Nel 1989 ho gestito la prima campagna elettorale per le
europee e lo slogan era ‘più vicini all’Europa più lontani da
Roma’, un mondo che non c’è più. Questa data è significativa –
ha concluso – perché inizio un percorso nuovo. La Lega ha
occupato un posto importante nel pensiero e nelle aspettative di
quel ceto medio oggetto di grande pressione e difficoltà. Io non
ho mai tradito il Nord”.
Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nella comunicazioni vara il suo testo sulla par condicio a cui si devono uniformare le emittenti private, ed è diverso da quello della commissione di Vigilanza per la Rai. Sarà l’Agcom comunque a stabilire le sanzioni per tutti, previste dalla legge 28 del 2000: “interverrà tempestivamente in caso di squilibri, mirando ad assicurare un dibattito politico corretto e pluralistico e condizioni di parità di trattamento tra i soggetti partecipanti alla competizione elettorale. L’Autorità applicherà in modo uniforme per la Rai e per le emittenti private le regole fissate dalla legge e richiamate tanto dalla delibera della commissione di vigilanza quanto dal proprio regolamento approvato oggi”.
L’unica novità in questo caso è che “l’Autorità sia per i telegiornali, sia per i programmi di informazione, non si limiterà a valutare la quantità di tempo fruita dai soggetti politici nella programmazione, ma considererà le fasce orarie in cui l’esposizione dei soggetti avviene, sulla base degli ascolti registrati dall’Auditel. Inoltre, nella valutazione dei programmi di informazione, si terrà conto anche della loro periodicità”.
All’interno del consiglio vota no la commissaria Elisa Giomi che da parte sua spiega: “Per la prima volta dalla promulgazione della legge sulla par condicio del 2000, i due regolamenti che la attuano, quello di AgCom e quello della commissione di Vigilanza Rai sono differenti, e non si tratta certo di una pura questione lessicale”. Sottolinea che “la discrepanza introduce due pesi e due misure per gli attori politici che durante la campagna elettorale avranno differente trattamento nella tv pubblica e in quella privata, con evidenti ricadute sull’elettorato”. Il regolamento della Vigilanza allarga, tra l’altro, le maglie delle presenze del governo: un elemento fortemente contestato dalle opposizioni che oggi plaudono alla decisione dell’Agcom di non recepire la stessa richiesta per le private.
Ma le letture sono molteplici. Dall’interno dell’Agcom il commissario Antonello Giacomelli sostiene che il testo approvato “è perfettamente sovrapponibile con la delibera adottata dalla commissione di Vigilanza formulata anch’essa, pur con diverse variazioni lessicali, nel pieno rispetto della regole fissate dalla legge 28 del 2000 e della legge 515 del 1993”. “Pertanto – aggiunge – le prerogative dei diversi soggetti istituzionali e politici rimangono inalterate nei termini fissati dalla normativa”.
Soddisfatta l’Usigrai per la scelta dell’Agcom “di non accogliere le modifiche varate dalla maggioranza di governo in commissione di Vigilanza che avrebbero consentito agli esponenti dell’esecutivo di parlare nei talk senza limiti di tempo e senza contraddittorio”, anche se “resta il rammarico invece per avere accolto la modifica votata in Vigilanza di mandare in onda i comizi in diretta su Rainews 24 senza alcuna mediazione giornalistica”. Decisione “ineccepibile” anche per Antonio Nicita vicepresidente dei senatori del Pd, per il quale l’Agcom “si conferma un prezioso presidio a garanzia di tutti i soggetti politici e soprattutto dei cittadini”. Per il capogruppo M5S in Vigilanza Rai Dario Carotenuto “è veramente spiacevole però pensare che il servizio pubblico dovrà sottostare nei suoi talk show a regole diverse più permissive per il governo. Hanno ridotto la Rai a una sorta di operatore telefonico pro-governo: minuti illimitati per Giorgia Meloni e per i suoi ministri”.
Per i componenti di Fratelli d’Italia in Vigilanza Rai, invece, “grazie all’Agcom sul tema della par condicio è stata fatta definitivamente chiarezza, stroncando tutte le polemiche delle opposizioni e le clamorose falsità della sinistra. È stato ribadito, inoltre, che le regole sono uniformi, tanto per il servizio pubblico quanto per le reti private, e che sono rimaste sempre le stesse. Quello che è cambiato, invece, è che la sinistra non è più al governo e per questo vorrebbe che le regole, che lei stessa aveva scritto, ora non valessero più”.
Secondo il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, “le decisioni della Vigilanza Rai e dell’Autorità sono totalmente coincidenti” e quindi “non c’è quindi nessuna sconfessione della Vigilanza Rai da parte dell’Agcom, perché le delibere sono assolutamente sovrapponibili, né ci sono equivoci, anche se la materia per la sua complessità sembra quasi facilitarli”.
“La famiglia è sempre vicina a
Forza Italia” anche se “penso che nessuno della famiglia abbia
intenzione di entrare nell’agone. Ma l’intenzione è di essere
sempre e comunque vicini al partito”. Così Paolo Berlusconi,
fratello di Silvio, arrivando a un evento di Forza Italia a
Milano sugli animali che vede tra i relatori anche la figlia
Nicole. “Alle europee ci aspettiamo un buon risultato visto
che Antonio Tajani e tutto il gruppo hanno fatto un ottimo
lavoro. Quindi – ha aggiunto Paolo Berlusconi – noi siamo, come
famiglia, vicini e soddisfatti che Antonio continui il lavoro di
Silvio”.
Si preannuncia un 25 aprile di divisioni, soprattutto a Milano ma non solo, dove si terrà il corteo nazionale per l’anniversario della Liberazione. Ad infiammare il dibattito è, ancora, il conflitto in Medio oriente. Non si placano infatti le polemiche da parte della Brigata ebraica di Milano, della Comunità ebraica e di quella ucraina per lo slogan scelto dall’Anpi ‘Cessate il fuoco ovunque’. Una frase che dovrebbe essere contro bilanciata secondo questi ultimi dall’appello a liberare gli ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas.
A lanciare un appello di unità è il sindaco Giuseppe Sala che invita la Brigata ebraica “a non contestare” l’Anpi perché ‘Cessate il fuoco’ “è una dichiarazione che fanno tutti, anche il Papa”. Il richiamo è poi quello a concentrarsi sul senso più profondo della manifestazione, quello di celebrare la Repubblica antifascista, “senza correre rischi che qualche polemica oscuri il senso di quella giornata”. Una linea condivisa anche dal presidente dell’Anpi milanese Primo Minelli che fa appello all’unità e parla di “polemiche strumentali” da parte della Brigata ebraica, “che non hanno ragione di essere, perché lo slogan principale della manifestazione sarà ‘W la Repubblica antifascista’, poi sul tema della guerra ognuno dirà la sua opinione”.
Lunedì si terrà la riunione del Comitato permanente antifascista per definire gli ultimi dettagli, a cui partecipa solitamente anche la Brigata ebraica, “ma ormai i confronti sono quasi esauriti e lunedì si chiude il cerchio”, spiega Minelli che si aspetta grande partecipazione alla manifestazione anche da parte della politica, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, nomi che però non sono stati ancora confermati. Non è dello stesso avviso Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, che rimarca come “ci sono accordi non rispettati tra Anpi, e Brigata ebraica e Comunità ebraica nel ricordare sempre, insieme al cessate il fuoco, anche gli ostaggi”. E replica a Sala, “provi il sindaco a sentire pure noi, oltre all’Anpi, e scoprirà che nonostante tutto questo, stiamo lavorando a testa bassa per portare più persone possibile alla manifestazione del 25 aprile”. E soprattutto la comunità ucraina con cui “ci sono i problemi maggiori” perché per loro quello slogan “significa morte, occupazione e dittatura”.
Il 25 aprile scatena la polemica politica anche a Pomezia, in provincia di Roma, dove la sindaca di Fratelli d’Italia, Veronica Felici, “ha negato la piazza principale della città all’Anpi per la manifestazione, spostando le iniziative in una piazza secondaria”, come segnala il capogruppo di di Avs al Senato, Peppe De Cristofaro. La piazza principale della cittadina sarebbe stata concessa all’Associazione coloni fondatori, “che ha come obiettivo la valorizzazione del ruolo dei primissimi coloni dopo la decisione di Benito Mussolini di bonificare l’agro pontino a sud di Roma”. Per questo De Cristofaro presenterà un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Le università sono la culla della libertà di pensiero, da sempre esprimono il “dissenso anche contro il potere” e devono essere libere di continuare a farlo, ma chiudere la collaborazione con altri atenei è sbagliato perchè, se si taglia il dialogo anche con università di Paesi impegnati in crisi o conflitti, si rischia di ottenere l’effetto opposto, cioè quello di aiutare il potere, “quello peggiore”. Doppio monito del presidente della Repubblica rispetto ad uno dei nodi che sta investendo da settimane il mondo delle università tra repressioni muscolose delle proteste studentesche e forme di boicottaggio di accordi di cooperazione intellettuale con Israele.
VideoMattarella: ‘Universita’ libere, anche nel dissenso al potere’
L’occasione per il richiamo di Sergio Mattarella è venuta proprio da un ateneo, quello di Trieste che oggi gli ha conferito – insieme all’ex presidente sloveno Borut Pahor – una laurea honoris causa in giurisprudenza. La vicenda è complessa ed è legata alla crisi di Gaza che sta infiammando gli studenti italiani in manifestazioni filo-palestinesi e decisamente anti-israeliane. Proteste che in alcuni casi sono state affrontate dalla polizia con troppa energia, per esempio alla Sapienza di Roma dove i video dei “contatti” con studenti minorenni hanno turbato l’opinione pubblica e provocato un secco intervento del presidente contro l’uso facile dei manganelli.
VideoConferita laurea honoris causa per Mattarella a Trieste
Da settimane si trascina poi una violentissima polemica, fatta propria anche da molti docenti, contro le collaborazioni scientifiche con Israele. Si chiede, oltre che agli atenei, anche al Ministero degli Esteri di non rinnovare l’accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia-Israele.
Mattarella ovviamente non interviene sul fatto specifico – anche perché la collaborazione ha anche implicazioni di tecnologia militare – ma vola alto sottolineando come sia sbagliato nel campo delle libertà intellettuali proprie delle università chiudere ideologicamente il dialogo con altri atenei solo perché si condannano le politiche del governo di quel Paese. Ed è evidente il riferimento ad Israele: “le Università – premette il capo dello stato – sono sempre state luogo del libero dibattito, della critica e anche del dissenso nei confronti del potere. Dibattito, critica e dissenso collegati tra gli atenei di tutti i paesi, al di sopra dei confini e al di sopra dei contrasti tra gli stati. Se si recide questo collegamento, questo prezioso scambio di riflessioni, di collaborazioni, di esperienze, non si aiutano i diritti, non si aiuta la libertà né la pace, ma – ammonisce Mattarella – si indebolisce la forza del dibattito, della critica e del dissenso. Si aiuta il potere, quello peggiore, che ha sempre cercato di tenere isolate le università del proprio paese, di impedirne il collegamento con quelle oltre confine”.
La guerra aleggia ormai in ogni intervento del presidente che anche da Trieste ne parla chiedendo uno scatto di reni ad un Europa che pare assopita: “il mondo ha bisogno di pace, stabilità, progresso, e l’Unione Europea è chiamata a dare risposte concrete alle aspirazioni di quei popoli che guardano al più imponente progetto di cooperazione concepito sulle macerie del secondo conflitto mondiale”.
Non poteva mancare infine, nel capoluogo friulano, un sentito ricordo dei passi in avanti fatti – insieme all’amico Pahor – nel dialogo con la Slovenia sul tragico passato delle Foibe. Ricordare, sintetizza Mattarella, non significa stare fermi nel passato, né dimenticare le macerie dovute ai nazionalismi esasperati dei primi del 900. “La riconciliazione con la storia non ci libera dal dovere di conoscerla e di ricordare. Non conduce a letture di comodo del passato né relativizza le responsabilità di ciascuno, ma ci consente di coltivare sentimenti di rispetto per le sofferenze di ciascuno, in luogo di nutrire rancore e contrapposizione”.
“Sono stato garantista con tutti
coloro che sono stati coinvolti nelle inchieste a Bari, non ho
chiesto un passo indietro per nessuno in altre parti d’Italia e
non chiedo passi indietro neanche alla Santanchè”. Così il
ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine di un evento di
Forza Italia a Milano.
“Io sono garantista, finché uno non è condannato in terzo
grado per me è innocente” ha aggiunto. A chi chiedeva se con un
rinvio a giudizio la ministra dovrebbe dimettersi, Tajani ha
replicato: “Questa è una decisione che deve prendere il
ministro, una decisione personale, ma certamente non siamo noi a
richiedere un passo indietro”.
“Ho chiesto a Emiliano di dare
seguito a quello che ho detto venerdì scorso a Bari: tenere
lontani trasformisti, transfughi dal centrodestra e persone sul
cui rigore morale vi sia la minima ombra. Nel Pd che stiamo
ricostruendo gli interessi sbagliati e le modalità opache devono
trovare porte chiuse e sigillate. Mi aspetto che proceda dunque
a un netto cambio di fase, che non può tradursi in una mera
sostituzione di chi è uscito, ma solo in un concreto
rinnovamento degli assetti di governo regionale che sancisca un
nuovo inizio, su basi diverse. Su questa linea confido che
Emiliano operi in tempi brevi e con risultati tangibili.” Lo
afferma la segretaria del Pd Elly Schlein.