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Così Ungheria e Polonia sono diventate laboratori anti-lgbtq+

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Ultimo aggiornamento 20 Aprile, 2023, 23:51:35 di Maurizio Barra

BERLINO – Ormai l’Italia è citata regolarmente dal Parlamento europeo tutta d’un fiato con l’Ungheria e la Polonia, quando si tratta di denunciare i Paesi che calpestano i diritti della comunità lgbtq+. Lo ha fatto a marzo, quando ha condannato l’Italia per il divieto ai Comuni di registrare le famiglie arcobaleno e molti hanno lamentato l”‘orbanizzazione dell’Italia”. Lo ha fatto oggi, approvando una risoluzione per la depenalizzazione universale dell’omosessualità che “condanna fermamente la diffusione di retorica anti-diritti, anti-gender e anti-Lgbtiq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia”.

Scimmiottando la Russia di Vladimir Putin, l’Ungheria e la Polonia sono diventate nell’ultimo decennio i laboratori più avanzati dei movimenti ultracristiani e della destra estrema in Europa, e in cima alla loro agenda politica c’è la sistematica persecuzione delle persone lgbtq+. Nell’autocrazia di Orbán la costituzione è stata modificata per introdurre il concetto del matrimonio come unione esclusiva “tra un uomo e una donna”. L’adozione per le coppie dello stesso sesso è proibita. Gli studi sull’omosessualità banditi dalle università dal 2018. E una legge del 2021, già condannata dalla Commissione europea e da 15 Paesi capitanati dalla Francia e dalla Germania – ad eccezione dell’Italia – introduce addirittura una norma che vieta la presunta “propaganda” omosessuale e transsessuale. 

Leggi omofobe

Quella legge, mascherata da protezione dei minori “dalla pedofilia”, rende di fatto impossibile qualsiasi accenno pubblico all’omosessualità. Pena il carcere e multe salatissime. È una censura mostruosa, senza precedenti in Europa. E ad associare periodicamente omosessualità e pedofilia, un antico, orribile pregiudizio, ci pensa Viktor Orbán in persona. Nel 2020 sostenne che l'”Ungheria è un Paese tollerante, riguardo all’omosessualità. Ma c’è una linea rossa che non va superata: lasciate in pace i nostri bambini!”. 

La guerra ungherese all'”ideologia gender”

L’altra clava con cui vengono repressi gli omosessuali in Ungheria è la guerra contro la presunta “lobby” o “ideologia gender”. Un concetto coniato in Vaticano, ma assunto da Budapest in modo sistematico dal 2015, quando al congresso di Fidesz il presidente del Parlamento László Kövér, avvia la campagna d’odio contro la “follia gender” e ricorda alle donne ungheresi qual è l’unico scopo della loro vita: “gli uomini devono fare gli uomini, le donne devono fare le madri”. Tre anni dopo uno degli ideologi del partito di Orbán, Árpád Szakács, arriva a sostenere che “l’ideologia gender” ha “surclassato gli esperimenti dei nazisti sui bambini”. Una retorica spaventosa che ritorna in molti discorsi dei maggiorenti di Fidesz.

E poi c’è la cattolicissima Polonia di “Diritto e giustizia”, il partito dei gemelli Kaczynski, che nella costituzione ha fissato nero su bianco che “il matrimonio tra un uomo e una donna deve essere protetto dalla Repubblica”. Una norma che impedisce, di fatto, qualsiasi riconoscimento di un’unione tra persone dello stesso sesso. Ovviamente anche l’adozione è vietata, per le coppie omosessuali.

Il caso della Polonia e i villaggi “lgbt-free”

Jaroslaw Kaczynski, padre padrone della Polonia, ha definito a più riprese il movimento lgbtq+ “una minaccia alla nazione, esportata dall’estero”. Da anni, i governi di “Diritto e Giustizia” introducono leggi sempre più restrittive per impedire qualsiasi accenno all’omosessualità nel dibattito pubblico e soprattutto a scuola. E impediscono campagne anti-discriminazione tra i giovani. Nel 2019, per combattere contro la presunta “ideologia gender”, il partito di governo ha avviato una violentissima campagna omotransfobica, culminata in un’epidemia di città e villaggi che si sono autodichiarati “lgbt-free”, “liberati” da gay, lesbiche e persone transgender. 

Un bando che ha suscitato l’indignazione nel resto d’Europa: ancora una volta è stato il Parlamento europeo a condannare l’iniziativa. Peraltro, una norma totalmente illegale dal punto di vista giuridico. Piuttosto, un modo per segnalare che l’odio e la discriminazione sono consentiti, anzi, incoraggiati in questi comuni. Tanto che molte città europee gemellate con i comuni polacchi “lgbt-free” hanno stracciato le loro partnership. Nella più recente classifica di “Rainbow Europe” dei Paesi europei dove la discriminazione e la repressione della comunità lgbtq+ è più pesante, la Polonia figura al primo posto.

 

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