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Nel rifugio tra i boschi dove si curano i traumi dei bambini ucraini

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Ultimo aggiornamento 8 Luglio, 2023, 08:46:12 di Maurizio Barra

IVANO-FRANKIVSK – “Mi chiamo Mykyta e ho dieci anni, vengo da Kiev. Prima della guerra andavo alla scuola numero 60. Avevo una gatta che si chiamava Sonya. Papà lavorava in un negozio di mobili, mamma faceva i conti col computer. Io l’aiutavo sempre in cucina, ci piaceva fare l’insalata russa.

La vigilia di Capodanno mi sono svegliato alle undici. Avevo la febbre, quindi sono andato in bagno a lavarmi la gola. Papà stava guardando la guerra in televisione. Mamma cucinava, non ricordo cosa. La sirena suonava da due ore. Spesso a Kiev la sirena suona ma non ci sono esplosioni. A un certo punto, però, è venuto buio…».

Si ascolta Mykyta raccontare alla psicologa del campo della mattina in cui la bomba russa gli ha portato via l’amore più grande, e ci si chiede che uomo sarà. Quando i cannoni finalmente taceranno e lui sarà maturato con la zavorra di questo orrore, che adulto diventerà?

Come sarà Olexandra, 13 anni, ferita dal missile sulla stazione di Kramatrosk e orfana del padre soldato? E Bogdan, 8 anni, che a Bakhmut è rimasto da solo con i cadaveri dei suoi genitori per un giorno e una notte, prima che lo andassero a soccorrere. E Andriy, 10 anni, che ha visto i suoi morire bruciati vivi in macchina. Cosa ci sarà nel cuore e nella testa di Yurii di Bucha, 16 anni, dopo che un militare russo ha ucciso suo padre e ha sparato anche a lui, mancandolo di un paio di centimetri?

Non ci sono solo bambini morti, in Ucraina. Ci sono anche i sopravvissuti. Seduto su una sedia accanto al lago, Mykyta ricorda tutto dell’esplosione del 31 dicembre. La polvere tra i denti, la puzza di gasolio, le urla, suo padre che scava come un forsennato accanto alla stufa e gli sanguinano le mani, la cucina in frantumi, mamma, dove sei mamma? Mykyta non dimentica. Un’intera generazione di adolescenti a cui la Storia ha assegnato il ruolo infame di crescere durante il conflitto non può dimenticare. Andare avanti, però, si è fatto complicato.

Oksana Lebedieva è la direttrice di una particolare comunità sui monti di Ivano-Frankivsk, a Ovest, molto a Ovest, un punto lontanissimo dal fronte e non a caso. Oksana dice che se non li aiutiamo oggi, domani saranno uomini e donne arrabbiati, aggressivi, tormentati dall’ansia, insonni, interrotti, in bilico sulla vita.

Forse non gli rimarrà che aggrapparsi a una bottiglia, teme Oksana, 37 anni, con un passato nel settore della produzione televisiva. Un anno fa da sola ha fondato GenUkrainian, il primo progetto dedicato alla riabilitazione emotiva degli orfani di guerra (ad aprile erano 1.476). Si è guadagnata il sostegno della first lady Olena Zelenska che le ha indicato questo resort nel parco nazionale per accasare la sua idea.

Cinquantuno ragazzi, tra i 6 e i 16 anni, sono qui da quasi tre settimane. In apparenza è un campo estivo, con le baite in legno, il laghetto, i percorsi avventura sui rami, il recinto con gli animali, i cavalletti con le tele per dipingere, la mensa, il camino e le camere al primo piano. Visite eccellenti, talvolta: sono venuti i calciatori dello Shakhtar Donetsk e la cantante pop Tina Karol. In realtà, è una terapia intensiva a cielo aperto per adolescenti smarriti, rifugio per figli che non riescono più a pronunciare il nome dei genitori morti. Come Mykyta.

Alla mamma non piacevano le feste grandi. Quando sono andato per la prima volta a scuola mi ha preparato una torta piccola e mi ha portato a fare una passeggiata nel parco. Era una vacanza, ma piccola. Mi manca. Mi manca lei. Il resto ce l’ho, ho una casa, ho il cibo, ho i miei cugini. L’amore? L’amore è… quando ti prendi cura degli altri. L’amore deve rimanere sempre, perché l’amore è come i ricordi, ecco, e i ricordi belli sono per sempre. Io non è che credo ai fantasmi, però sento che la mamma è ancora con me”.

I bambini sono fiocchi di neve, non ne trovi due uguali. Per ognuno, dunque, i sette psico-terapeuti del campo devono scoprire la via d’accesso al trauma occultato per poi convincerli a buttarlo fuori. A “guardare la tigre negli occhi”. Quando arrivano i ragazzi sono chiusi, depressi, a volte intrisi di odio. “Molti vorrebbero avere una mitragliatrice per uccidere tutti i russi. Altri si chiedono perché siano sopravvissuti, hanno il senso di colpa”. A parlare adesso è Oksana Shlonska, la capa del team di psicologi e psichiatri.

“C’è chi dice di volersi impiccare o affogare, soprattutto quando gli togliamo il telefono. Al campo lo possono usare solo un’ora, la sera. La dipendenza da smartphone è un problema nato con la pandemia e diventato emergenza con l’invasione”. Cinquecento giorni di guerra per un bambino non è una cifra tonda, è una condanna. Comunque vada. Mykyta è ancora seduto accanto al lago, per l’intervista che serve ai terapeuti a valutarne i progressi. E non ha finito.

“Se parliamo delle paure, ho paura che papà non sopporterà, che farà qualcosa di sbagliato e comincerà a bere. Prima beveva, ma non era mai ubriaco. A papà sono state date delle pillole per calmarlo, perché è molto triste. L’ho scoperto due giorni dopo, di mamma. C’è stato il funerale e non me l’hanno detto. Non sono sicuro che sarei voluto andare. Con papà non parlo quasi mai della mamma. Lui mi porta a fare i viaggi, Odessa, i Carpazi. Ho paura a spegnere la luce. Perché l’esplosione è arrivata due secondi dopo il buio”.

È il quinto campo che organizzano e sinora hanno ospitato 220 bambini, l’80 per cento proveniente dall’Est e da Kiev. Le domande di partecipazione volontaria presentate dai tutori legali sono centinaia. Il percorso terapeutico, basato sul comportamento cognitivo, si chiama “Protetti dall’amore” e dura 21 giorni: le giornate sono scandite dagli orari delle attività, compresi i venti minuti di ascolto quotidiano di Mozart su una poltrona che vibra. Funzionano molto i gruppi di ascolto. I bambini si mettono in cerchio e parlano. Ci provano, almeno.

Un tratto comune è il terrore di esser giudicati dai compagni di scuola per cui preferiscono lezioni online. In una delle baite, la prova di stamattina è vendere al mercato la propria paura e Maxim ha inventato una pubblicità per convincere il cliente immaginario che la paura di essere sconfitto è in realtà un ottimo affare, perché tiene svegli e spinge a migliorare.

Non basta portarli al mare, ripete per la centesima volta Oksana, la fondatrice. “Si salveranno se riconosceranno il proprio trauma, che tiene un’intera generazione ucraina piantata nel presente. Il passato lo rifiutano, il futuro non lo vedono. Il nostro compito è insegnargli a pensare al domani”. Mykyta, dal piccolo immenso dei suoi dieci anni, il domani comincia a intravederlo, inconsapevole che le tre settimane in montagna non erano una vacanza, bensì un’operazione di soccorso.

“Quando sarò grande non voglio diventare cattivo. Mamma mi ha insegnato a non avere paura degli errori, perché diceva che gli errori sono una nuova esperienza. Come quando sono caduto perché avevo le scarpe sciolte. La giustizia è quando uno che fa qualcosa di brutto viene punito.

Se fa qualcosa di buono, invece, va aiutato. Qui al campo ho capito che devo dire le cose che sento dentro nelle giornate brutte, perché non mi prenderanno in giro, ma al contrario mi aiuteranno. Tutti i bambini hanno questi sentimenti. La mia psicologa dice che bisogna parlare tanto. E che i pensieri brutti se ne andranno col tempo. Devo solo aspettare”.

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