Ultimo aggiornamento 7 Settembre, 2023, 00:22:17 di Maurizio Barra
ODESSA — C’era Svetlana, al mercato centrale di Kostantinivka bombardato dai russi, 17 morti e 32 feriti mentre scriviamo. Ma sì, «Svetlana del “Grugno”, la macelleria sulla strada. Compravo carne da lei due volte a settimana. Ma cosa diavolo c’era che non andava in lei?», si dispera Dmitro Kharchenko. Che senso aveva ucciderla, che senso ha avuto sventrare tutto con chissà quante maledette tonnellate di tritolo, volate giù dal cielo in un pezzo di metallo che piove. Senti il boato e hai solo tempo di tremare. Abbassano la testa, i passanti nel video registrato da una telecamera in quel crocevia che era un incrocio qualunque, lì c’è via del Teatro e là via Bakhmut, pieno centro di una cittadina di case basse e vite anonime nel Donbass ucraino, retrovia del fronte, crocicchi di civili e militari in riposo. In due secondi è l’inferno. Luce e polvere, rumore e calcinacci.
«Te lo ricordi quel ragazzo appassionato di bicicletta, che vendeva un po’ di tutto? Mi è venuto subito in mente, lavorava lì», dice Igor. «È orribile. Povere persone… C’era una donna, vendeva Oriflame — la marca di cosmetici — magari qualcuno lo sa… Sta bene?», domanda Caterina sulla chat cittadina. Nessuna risposta.
Sono ottanta anni esatti, potere della Storia. Era il 6 settembre 1943: il tenente colonnello Mikhail Zakharovich Beznoshchenko, comandante della 135esima brigata di carri armati dell’Ordine della Bandiera Rossa di Kutuzov, 23esimo corpo d’armata, entrò con le bandiere rosse e i soldati in torretta a salutare. Gloria infinita, le mani delle donne al cielo, l’abbraccio della gente in strada: l’Urss li aveva liberati dai nazisti. Era festa, in città. Era festa, ieri: la “Liberazione”. Così declina la gloria che fu, nel sangue di questa gente a passeggio con i sacchetti della spesa; chi fumava al crocevia e chi salutava, chi si faceva i fatti suoi e magari era pure filorusso, ma ora è comunque sotto terra.
E maledetti siano i “cannonieri”. Le piccole vedette infami, i suggeritori di morte, i telegrafisti delle posizioni da colpire. Non nascono mai per caso, i bombardamenti russi: qualcuno segnala, e chissà cosa diavolo aveva visto in quei negozietti del Mercato Centrale di Kostantinivka in cui i giornalisti di passaggio tra Kramatorsk e Bakhmut — in queste retrovie in cui molti si fermavano anche a dormire, sperando di essere al sicuro, abbastanza lontano dalla sciagura del fronte e dei mortai che pestano giorno e notte — si fermavano a comprare almeno un croissant imbottito, un bicchiere di mirtilli o un po’ di latte. «Eh già, i “cannonieri”», dice Irina. Quelli che spifferano a Mosca dove colpire «e quelli in attesa» che aspettano l’arrivo dei russi, «fanculo all’umanità corrotta. Per ogni morto, il loro sangue scorre sulle vostre mani, maledetti. Facciamo piazza pulita di questi mostri? Macché, se li linciamo finiamo pure in prigione».
«Attacchi brutali», condanna la Casa Bianca. «Attacco all’umanità», dicono a Parigi e a Berlino. Se hanno sangue nelle vene, pure al Cremlino diranno qualcosa, magari una bugia che spieghi o un’ammissione di errore, non sia mai. E invece nulla, per ora. Servirà tempo per trovare un perché che non suoni vacuo come nei precedenti del ristorante di Kramatorsk il 27 giugno, del mercato di Slaviansk ad aprile o del centro commerciale di Kremenchuck. Non c’era nulla che spiegasse — non giustificasse — un missile. Nemmeno nel cinismo assoluto di una guerra che colpisce obiettivi militari anche se sa che ucciderà pure bambini e civili inermi, come è accaduto mille volte, come a Chasiv Yar o a Dnipro. «L’insolenza del male. La sfacciataggine della malvagità. Non sono umani. Un bambino, una farmacia…», dice Zelensky. Le immagini registrate da una telecamera mostrano l’orrore. Fotografie terribili con la bocca di una donna contorta nel dolore, gente che trasporta feriti, corpi a terra e distruzione. Non c’è nulla di epico nella guerra, è sempre e solo questa porcheria.
