Ultimo aggiornamento 18 Ottobre, 2023, 02:58:42 di Maurizio Barra

Le “safe zones” e la fornitura degli aiuti umanitari
Gli obiettivi immediati, i risultati che avrebbe già in tasca prima di atterrare a Tel Aviv e Amman, sono le “safe zones” nella Striscia dove i civili non verranno attaccati da Israele, e la fornitura degli aiuti umanitari secondo un piano che impedirebbe a Hamas di metterci sopra le mani. Ma il vero scopo, che cambierebbe la dinamica della crisi, è stato accennato dal portavoce militare Daniel Hecht, secondo cui la reazione alla strage del 7 ottobre potrebbe essere «qualcosa di diverso» da un’offensiva di terra, capace di devastare Gaza e scatenare la risposta dell’Iran.
L’incontro col re Abdullah e il presidente Sisi
Biden arriva stamattina a Tel Aviv per incontrare il premier Netanyahu. Poi doveva volare ad a ad Amman per vedere il re giordano Abdullah, il presidente egiziano Sisi e il leader palestinese Abu Mazen. L’appuntamento però è stato cancellato, sbilanciando quindi la visita cui mancherà la componente araba. Nel frattempo, oltre alle portaerei Ford e Eisenhower, il Pentagono ha inviato nella regione il Bataan Amphibious Ready Group con 4.000 marines, mentre il capo del Central Command che si occupa del Medio Oriente, Michael Kurilla, è arrivato in Israele. Axios rivela che la Casa Bianca ha discusso una risposta militare, se Hezbollah attaccasse lo Stato ebraico.
(reuters)
Blinken: “Costruire il guardrail per i nostri alleati”
Il segretario di Stato Blinken, secondo fonti diplomatiche, sentendo i ministri degli Esteri del G7 ha spiegato che lo scopo è «costruire i guardrail, in modo da non far sbandare i nostri amici e alleati». Quindi, in pubblico, ha elencato così i cinque obiettivi del presidente: «Primo, riaffermare la solidarietà con Israele; secondo, intimare a chi vuole approfittare della crisi di non farlo; terzo, coordinare gli sforzi per liberare gli ostaggi; quarto, ricevere informazioni sugli obiettivi e la strategia dello Stato ebraico per l’intervento; quinto, sentire da Israele come intende condurre le operazioni, per minimizzare le perdite civili e consentire la consegna degli aiuti umanitari». Tradotto dal linguaggio diplomatico, Biden punta soprattutto a evitare azioni capaci di scatenare un conflitto regionale, che potrebbe andare oltre l’Iran, compromettendo anche le difficili operazioni in Ucraina. Usa e Israele, secondo Blinken, si sono accordati su un piano per far arrivare gli aiuti umanitari senza che Hamas possa metterci le mani sopra o fermarli. Si tratta ora di vedere se funzionerà, e se l’Egitto aprirà finalmente il valico di Rafah per far entrare l’assistenza.

L’attesa per il premier britannico Sunak
Il portavoce militare israeliano Daniel Hecht ha detto che «ci stiamo preparando, ma non abbiamo annunciato quali saranno i nostri piani. Tutti parlano dell’offensiva di terra. Potrebbe essere qualcosa di diverso». Però Netanyahu, visitando nel Sud del Paese la base dell’unità speciale Sayeret Matkal, ha avvertito: «Il combattimento sarà condotto nei prossimi giorni con grande forza». Biden avrà ora il compito di temperarlo, così come ha fatto il cancelliere tedesco Scholz visitando ieri Israele, dove nei prossimi giorni è atteso il premier britannico Sunak.
Il sostegno dell’Europa
La notizia della strage all’ospedale è arrivata mentre il Consiglio europeo era riunito in videoconferenza. Al termine, Ursula von der Leyen ha rimandato ogni commento, mentre Charles Michel si è sbilanciato: «Un attacco contro una infrastruttura civile non è in linea con il diritto internazionale». Il sostegno degli europei all’impegno degli Usa è in questa fase incondizionato, perché altissimo è l’allarme per un’escalation. Non è un caso che già giovedì Michel sarà a Washington, con un obiettivo: «Fare di tutto per evitare una guerra regionale». Venerdì, assieme a von der Leyen, sarà alla Casa Bianca. E l’interesse dell’Unione a raffreddare la crisi è chiaro anche ascoltando l’intervento di Giorgia Meloni al Consiglio europeo: «L’attacco di Hamas appare volto a impedire il processo di normalizzazione avviato con gli Accordi di Abramo, una trappola in cui Israele e noi tutti dobbiamo evitare di cadere». La premier e gli altri leader Ue insistono invece sul diritto di Israele a «difendersi nel rispetto della legge internazionale umanitaria», ma ribadiscono pure l’orizzonte obbligato: una soluzione di «lungo termine» e politica al conflitto, racchiusa nella formula «due popoli, due Stati».
