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7 ottobre, il team che racconta gli stupri di Hamas: “Credeteci”

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Ultimo aggiornamento 26 Novembre, 2023, 07:03:09 di Maurizio Barra

TEL AVIV — In piazza ieri c’erano anche loro. Le femministe israeliane si sono date appuntamento ad Habima square, nel centro della città: una marcia di pochi minuti per confluire poi fra la folla riunita ad aspettare gli ostaggi nella piazza davanti al museo.

“Credete alle donne israeliane”, #believeisraeliwomen, il loro slogan: mesto monito a un mondo che, nella loro opinione, non ha voluto vedere il dramma nel dramma del 7 ottobre, gli stupri e le violenze perpetrati dai miliziani di Hamas contro donne di ogni età. Un sentimento, questo, che in Israele è cresciuto con il passare dei giorni: le denunce pubbliche della società civile, le accuse alle Nazioni Unite e alle grandi organizzazioni internazionali, il j’accuse su Newsweek a firma della First Lady Michal Herzog.

Le prove di stupri hanno cominciato ad arrivare già il 7 ottobre. In uno dei primi video messi on line dagli uomini di Hamas si vede una ragazza fatta scendere a forza dal retro di un pick up a Gaza: ha le mani legate dietro la schiena, i piedi nudi, le braccia ferite e una ampia chiazza di sangue sul retro dei pantaloni.

La strage del 7 ottobre in presa diretta





In altre immagini, si vedevano ragazze – soprattutto quelle del Nova festival di Re’im – portate via seminude e mostrate come trofei. Poi sono arrivate le testimonianze: «Ho visto donne stuprate, mutilate, con il ventre squarciato», ci aveva detto Yossi Landau, volontario della Zaka, l’organizzazione ultraortodossa che ha raccolto i corpi delle vittime.

Per rispondere a quello che era percepito come un vuoto, un gruppo di donne ha messo su la Commissione sulle violenze di genere del 7 ottobre. «Non avrei mai pensato di dover ascoltare e catalogare ciò che ho visto e sentito», racconta Cochav Elkayam Levy, Visiting Professor della Reichman University di Gerusalemme, esperta di Diritto internazionale.

Il lavoro di Elkayam Levy e delle colleghe è fondamentale: nella fretta di soccorrere i feriti e raccogliere i morti infatti, nei giorni seguenti al 7 ottobre sui corpi delle vittime non sono stati usati i kit che servono a raccogliere le prove scientifiche di uno stupro, lasciando alle immagini e ai sopravvissuti l’onere della prova. A questo vuoto ora cercano di rispondere anche polizia ed esercito: tutte le prove di stupro raccolte finora sono confluite in un filone di inchiesta specifico fra quelli del 7 ottobre.

Sullo sfondo, resta l’angoscia dei parenti di chi è ancora a Gaza e a questo punto sa bene cosa hanno subito molte donne prima di morire, quel sabato: «Pensare a quello che possono averle fatto è terrificante», ci ha detto ieri Noam Alom, fidanzata di Inbar Haiman, portata via al rave di Re’eim. «Anche per questo dobbiamo farli tornare: e subito».

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