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Gaza, il coraggio di Fatma: “Bado a tutti, mio marito ora non mi picchia più”

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Ultimo aggiornamento 27 Novembre, 2023, 11:00:16 di Maurizio Barra

KHAN YUNIS — Fatma ha 45 anni, da settimane vive con otto figli, sei maschi e due bambine, in un campo profughi nella zona Ovest di Khan Yunis. Ieri si è alzata presto e, mentre tutti dormivano, si è tagliata i capelli cortissimi, quasi a zero. Nel campo profughi non c’è quasi più acqua, il prossimo turno per fare una doccia le spetta tra 15 giorni, e non può permettersi di tenerli lunghi. Ripone le forbici e si prepara per la lunga giornata che l’aspetta. Da quando il conflitto è iniziato deve tenere la tenda in ordine, accendere il fuoco per cucinare, visto che il gas non c’è più e gli aiuti non bastano per tutti, e badare ai bambini. Fatma è ossessionata dalla pulizia, non lascia che i suoi figli mettano piede fuori dalla tenda, neanche per giocare con gli altri ragazzi. Se si sporcassero non saprebbe come lavarli, visto che la famiglia ha pochissima acqua a disposizione.

Suo marito si è accorto della sua forza, di quanto si impegni per tutti loro in questi giorni drammatici e la picchia di meno. “Il regime islamico sotto il quale vivevamo ci dava pochissimi diritti e libertà. La legge in Palestina presuppone che le donne siano sotto la completa protezione e tutela dei maschi. Gli uomini più tradizionalisti, come mio marito, pensavano di poter disporre di noi come volevano. Oggi, invece, sono meno violenti, perché hanno bisogno di noi per tenere insieme la famiglia e accertarsi che i loro figli mangino ogni giorno”.

Nonostante abbiano guadagnato un po’ di rispetto da parte dei mariti, la maggior parte delle donne palestinesi dal 7 ottobre vive in condizioni drammatiche. “Io e altre tre mie amiche abbiamo avuto le mestruazioni due volte in 42 giorni”, scrive su X la giornalista palestinese Hind Khoudary, “siamo stressate e frustrate, non ce la facciamo più”.

Secondo i dati forniti da UN Women circa 838.100 donne e bambine sono sfollate dalle loro case, da quando la guerra è iniziata. 2.610 sono rimaste vedove e hanno dovuto prendere in mano le redini della famiglia. Circa 50.000 sono le cittadine incinte, mentre 5.522 dovrebbero partorire nel prossimo mese.

Fatma spiega che molte sue amiche hanno iniziato a prendere pillole per ritardare le mestruazioni, a causa delle circostanze disperate e insalubri in cui sono state costrette a vivere. “Si tratta di compresse di noretisterone, che normalmente vengono prescritte per trattare gravi condizioni come le emorragie mestruali o l’endometriosi. Siccome la maggior parte di noi non ha più accesso all’acqua o ai prodotti igienici come assorbenti e tamponi, molte sono state costrette a fare questa scelta, che comunque può essere molto rischiosa per la salute”.

Fatma prepara i bambini, oltre a cucinare e assicurarsi che tutti mangino, oggi deve andare a fargli il bagno nel mare. Cammineranno per chilometri, portando con sé un bottiglia con la poca acqua che sono riusciti a risparmiare negli scorsi giorni. Li spazzolerà per bene e solo alla fine userà l’acqua buona per togliere un po’ di sale dalla loro pelle. Nel frattempo, suo marito è in fila davanti al distributore del gas per cucinare, ha passato lì la notte. Fatma non trova più le parole per spiegare ai suoi figli quello che sta succedendo da mesi a questa parte. La sua mente è occupata solo dalle incombenze pratiche, dai problemi da risolvere affinché, quando arriverà la sera, siano ancora tutti vivi e in salute. Molti aspetti della maternità, un tempo routine, sono oggi a Gaza una questione di vita o di morte.

(Testo raccolto da Beatrice Offidani)


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